Interventi assemblea di Firenze

Comitato Promotore dell’ Assemblea di Firenze del 22 giugno “Riapriamo le fabbriche, creiamo posti di lavoro!

 

Estendiamo il conflitto, costruiamo l’alternativa!”

 

Firenze, 18 luglio 2013

 

Alcuni interventi

 

A conclusione dell’Assemblea di Firenze del 22 giugno abbiamo richiesto a chi è intervenuto di farci avere copia dei

 

loro interventi. Abbiamo così raccolto, e riportiamo di seguito, gli interventi di

 

G. Nencini, Cobas Richard – Ginori, Sesto Fiorentino, per il Comitato Promotore dell’Assemblea

 

Tonino Abruzzese – Irisbus, Grottaminarda

 

Velio Arezzini, SOS Geotermia, Monte Amiata

 

Argentino Tellini, del coordinamento lavoratori e disoccupati sardi

 

Massimo Bani, Terra Bene Comune, Firenze

 

Marco Spezia, redazione di Know Your Rights

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa Teverola

 

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia – Ex Colorificio Occupato, Pisa

 

Leonardo Mazzei, Movimento Popolare di Liberazione

 

Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna

 

Piattaforma Comunista

 

No TAV Torino e cintura

 

Alessandro Nannini, Cobas ATAF Firenze

 

Paola Sabatini, CUB sanità Firenze

 

Intervento introduttivo, letto da G. Nencini, Cobas Richard – Ginori, per il comitato promotore dell’assemblea

 

All’assemblea di Grottaminarda è stato detto forte e chiaro: è necessario, ora più che mai, che i lavoratori riprendano

 

in mano il proprio destino. Lo devono fare di fronte a questa crisi che distrugge il lavoro, che crea disoccupazione e

 

povertà, che devasta il tessuto produttivo del nostro paese e di conseguenza destruttura tutta la società, una crisi che

 

sembra non avere fine e a cui si risponde con governi senza nessuna legittimità democratica nati con l’unico obbiettivo

 

di continuare a salvaguardare gli interessi dei poteri economici e se stessi.

 

Lo devono fare perché siamo in presenza di un sindacato confederale che da anni ha rinunciato ad essere anche

 

lontanamente conflittuale e che addirittura ora si configura come pezza di appoggio e conseguente a quelle logiche,

 

esclusivamente interessato a salvaguardare la propria esistenza e permanenza nel sistema di potere di cui ormai

 

strutturalmente fa parte. Né è la prova il patto sulla rappresentanza che CGIL CISL e UIL hanno firmato recentemente

 

con Confindustria, un accordo che rappresenta una regressione gravissima sul piano della democrazia, costruito per

 

impedire rappresentanze altre e che arriva persino a rendere solo “auspicabile” la consultazione dei lavoratori sulle cose

 

che li riguardano direttamente e a negare il sacrosanto diritto allo sciopero.

 

Sindacati governo e Confindustria si riconoscono e si legittimano a vicenda asserragliandosi in un fortino impermeabile

 

e sordo alle esigenze dei lavoratori. E non è un caso quindi che l’Italia sia l’unico paese nel Mediterraneo, in Europa,

 

che subisce l’effetti della crisi senza che vi sia traccia di un sussulto popolare, di una protesta dei ceti che più degli altri

 

vivono sulla propria pelle la drammaticità della crisi.

 

Ora più che mai dicevamo, è necessario che i lavoratori riprendano in mano il proprio futuro e, senza deleghe, provino

 

loro stessi a elaborare una proposta alternativa che sia in grado di determinare una rottura con gli schemi che ci vengono

 

continuamente proposti, per contrastare l’attacco che porta alla chiusura delle fabbriche, alla cassa integrazione, alla

 

crescente disoccupazione e povertà.

 

A Grottaminarda il 6 aprile è stato compiuto un primo passo in questa direzione. I lavoratori di tante aziende, ma non

 

solo, anche comitati in difesa dell’ambiente, del bene comune, disoccupati, studenti, perché tutto è collegato e la crisi,

 

ma soprattutto le politiche messe in atto tutte tese a salvaguardare il sistema economico, questo governo ha già regalato

 

decine di miliardi a banche e industriali sottraendo risorse al paese, colpiscono ogni settore della società, tutte queste

 

realtà che resistono si sono ritrovate per portare a conoscenza degli altri le proprie esperienze di lotta e di resistenza.

 

Si è costruito così un sistema di relazioni dal basso che ha avuto come effetto la possibilità di realizzare questa

 

seconda assemblea a Firenze e quindi il proseguo di quel percorso. Pensiamo sia un passo importante perché mettere

 

in relazione le varie esperienze vuol dire cominciare a parlare lo stesso linguaggio, vuol dire cominciare a organizzarci

 

concretamente per provare a difendersi da chi vuole, alle volte anche con la scusa delle crisi, abbattere diritti e tutele,

 

limitare gli spazi di democrazia, rispondere a chi ha tutto l’interesse invece a tenere separati i lavoratori.

 

Vuol dire proporre le stesse rivendicazioni valide per tutti, vuol dire organizzarci per difenderci dalla “lotta di classe

 

al contrario”, quella lotta che i “padroni” non hanno mai dismesso verso di noi, nonostante le finzioni di parole

 

apparentemente amiche utilizzate dai vari Della Valle, dai vari Montezemolo e infine addirittura dai vari Squinzi che

 

cercano di sembrare “padroni amici” parlando di “baratro”, di nuovi investimenti e sgravi per continuare ad arricchire

 

sempre e solo gli stessi padroni che in questi anni non hanno perso nulla del proprio profitto, nulla del proprio denaro

 

e che invece ci vogliono far credere di avere il nostro stesso destino in nome del quale chiedono nuove politiche per il

 

lavoro ma non certo per il lavoratori.

 

Uscire dall’isolamento, mettersi insieme, discutere sulle modalità di coordinamento delle lotte oggi è una

 

NECESSITA’. Crediamo infatti che sia lacerante e fallimentare ritenere che si possa continuare con l’attuale

 

dispersione: ricucire le varie realtà dev’essere il primo passo per uscire dall’isolamento e rilanciare il nostro sguardo

 

verso fattibili ed efficaci iniziative più generali.

 

Diventa quindi necessario fare un passo avanti. E’ indispensabile provare a costruire delle proposte alternative, mettere

 

in campo le nostre idee per contrastare quelle ricette con cui si vuole affrontare la crisi ma che nascondono solo un

 

maggiore sfruttamento dei lavoratori. E’ storia, dalle crisi i padroni né sanno uscire solo così.

 

A Grottaminarda abbiamo cominciato a discutere di tanti temi, che ora necessitano di un approfondimento. Abbiamo

 

parlarlato delle pratiche di autogestione delle fabbriche. Utopia? Direi di no. Abbiamo ascoltato le esperienze di chi

 

l’ha fatto, prima tra tutti la Ri.Ma.Flow di Trezzano sul Naviglio Ma gli esempi di lavoratori che si sono organizzati

 

in cooperative per proseguire l’attivita o per riconvertirla sono tanti più di quanti si possa pensare. Organizzando

 

questa assemblea ne abbiamo scoperti di nuovi, anche vicino a noi, nel Mugello, nella Val d’Elsa. Si può fare. Là

 

dove ci sono le condizioni si può tentare. Si deve tentare perche questa pratica può essere una delle modalità per

 

rispondere al modello di gestione delle crisi che fino ad oggi si è dimostrato assolutamente fallimentare. Fallimentare

 

per i lavoratori ovviamente. Molti di noi hanno ben presente come si sono gestite le crisi nella nostra regione: si

 

conclama la crisi dell’azienda, la chiusura, i sindacati che come dei becchini la certificano e si limitano al rastrellamento

 

degli ammortizzatori sociali, le istituzioni che entrano in campo per trovare un acquirente che spesso invece di un

 

imprenditore si dimostra solo un prenditore, interessato solo alla speculazione o peggio ancora al furto, vedi ex

 

Elettrolux o Mabro di Grosseto. Tutte uguali, tutte con lo stesso tragico epilogo, lavoratori licenziati e senza prospettive.

 

Ebbene ci deve essere una strada diversa, quella dell’autogestione può essere una. E qualcosa si sta muovendo,

 

a conferma che evidentemente il tema delle autogestioni non può essere relegato ad un’idea impraticabile e frutto

 

della fantasia di qualche romantico sognatore se per esempio il Movimento Cinque Stelle ha presentato una modifica

 

alla legge fallimentare che prevede nel percorso fallimentare di una azienda anche questo sbocco, una modifica alla

 

legge che facilita questa possibilità. Anche in Regione Toscana c’è stato un dibattito, su iniziativa di alcune forze

 

politiche, per tentare di cambiare l’atteggiamento delle Istituzioni di fronte alle crisi delle aziende. Perché non pensare

 

a sostenere i tentativi di autogestione, nella fase di start up per esempio, o fornendo strumenti come conoscenze

 

o i tecnici che possano aiutare i lavoratori ad avviare la produzione. In questo contesto così drammatico prima che

 

un’azienda chiuda e si perdano posti di lavoro è necessario provare qualsiasi strada, anche perché quelle sperimentate

 

ad oggi, ormai è accertato, si sono dimostrate appunto tutte dei fallimenti. L’autogestione, ma anche il tema della

 

nazionalizzazione laddove si dismettono i settori più strategici e indispensabili per un paese anche come risposta ai

 

processi di delocalizzazione delle produzioni, perché quando si delocalizza non è che non ci sia più il lavoro, si decide

 

semplicemente di farlo da un’altra parte per aumentare o lasciare inalterati i profitti.

 

All’assemblea del 6 aprile è stato affrontato anche il tema della riduzione della giornata di lavoro a parità di salario,

 

l’unico in grado di unificare chi è ancora dentro ai processi produttivi con chi né sta uscendo o né è già uscito e con la

 

massa crescente di disoccupati.

 

E ancora il contrasto alle leggi che hanno reso strutturale la precarietà, e contro quelle che si faranno che, con la scusa

 

della semplificazione per rilanciare l’economia, nascondono ancora un abbassamento dei diritti e delle tutele dei

 

lavoratori. Si sta già parlando di semplificare le norme in materia di tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di

 

lavoro in un panorama dove l’infortuni e le morti sul lavoro continuano ad essere una piaga vergognosa per il paese e

 

non accennano a diminuire, e se le statistiche affermano il contrario è solo perchè sempre meno persone sono occupate.

 

Questa crisi ha portato via con se un milione e mezzo di posti di lavoro.

 

I temi che possono essere discussi sono tanti quindi, e vanno affrontati con il coraggio e la determinazione di chi vuol

 

provare a cambiare davvero lo stato delle cose. Abbiamo pensato quindi a questa assemblea come ad un momento

 

nel quale, più che parlare delle singole realtà, si cominci finalmente a fare un discorso più vasto, a considerare i modi

 

e i tempi con cui dare anima e corpo agli obiettivi che ci proponiamo e che non potranno essere definiti che con un

 

confronto ampio, senza paure, senza precostituite difese di parte. Non abbiamo da difendere ‘particolarità’: dobbiamo,

 

al contrario, superarle, certo facendo tesoro delle esperienze che sono state fatte, ma nella consapevolezza che nessuna

 

parzialità sarà in grado di scalfire gli equilibri che oggi ci vedono sopraffatti.

 

Coraggio e determinazione dicevo. Io sono un lavoratore e un delegato sindacale della Richard Ginori e penso che

 

questi due elementi siano stati messi ampiamente in campo dai lavoratori in un anno di vertenza. Penso che i lavoratori

 

della Richard Ginori abbiano dimostrato che con il conflitto, quindi uscendo da quelle logiche e dai quei modelli

 

sindacali di gestione delle crisi, prendendo in mano appunto il proprio destino, senza delegarlo a nessuno, sia possible

 

ottenere risultati che non si possono declinare in una vittoria ma che hanno rappresentato comunque la salvezza

 

dell’attività e della maggioranza dei posti di lavoro.

 

E hanno condotto questa lotta in completa solitudine, per scelta, perché sapevano che per salvarsi era necessario uscire

 

da quelle logiche, dai soliti riti sindacali, sottrarsi ai teatrini degli incontri presso le istituzioni, provando a trovare nuove

 

forme di lotta per attrarre solidarietà, gestire in autonomia la loro battaglia perché solo così era possibile perseguire il

 

proprio esclusivo interesse: quello del LAVORO.

 

Lo hanno fatto fin dal primo momento rifiutandosi di condividere con tutti gli altri, sindacati, politica, istituzioni, la

 

novella che raccontava l’azienda che la crisi di Richard Ginori fosse determinata dalla mancanza di credito causata dalla

 

crisi e dalle difficoltà economiche generali. Denunciando invece che la proprietà aveva fatto morire la fabbrica perché

 

non aveva come obbiettivo l’attività ma casomai la speculazione che poteva effettuare sulle aree dello stabilimento. Per

 

inciso il proprietario era Roberto Villa e ora è indagato per la banda del 5% del Monte dei Paschi di Siena. Istituzioni, e

 

i sindacati lo hanno sostenuto fino a quando la misura della decenza non è stata colma.

 

E hanno combattuto da soli la propria lotta riuscendo a orientare la scelta dei liquidatori verso un imprenditore con un

 

piano industriale serio e di prospettiva quando tutti premevano per vendere l’azienda a un imprenditore con forti legami

 

economici e politici, che non solo voleva licenziare 2/3 dei lavoratori ma aveva in progetto poi di delocalizzare tutta la

 

produzione in Germania,.

 

Ma non è stato sufficiente, perché i poteri forti si sono riorganizzati e con una sentenza del tribunale di Firenze che

 

ancora oggi risulta incomprensibile, nonostante la fabbrica fosse già venduta e pronta a ripartire con le migliori

 

prospettive, Richard Ginori è stata dichiarata fallita.

 

Ma i lavoratori hanno risposto con un’occupazione e poi con un presidio che è arrivato da gennaio fino a questi giorni,

 

determinando con la loro lotta che nessuno si dovesse sottrarre alla responsabilità sociale di salvaguardare il lavoro e

 

l’occupazione.

 

Nonostante il forte condizionamento con cui si è svolta la trattativa con la nuova proprietà, che aveva fatto al Tribunale

 

un’offerta prendere o lasciare, 230 lavoratori e 71 esuberi e del condizionamento del tribunale stesso che con una

 

intromissione gravissima lasciava intendere che se non si fosse raggiunto un accordo sindacale con questi presupposti,

 

accordo a cui era stata subordinata tutta l’operazione, non avrebbe più venduto la fabbrica nella sua interezza ma

 

l’avrebbe spezzettata, è stato raggiunto un accordo che ha avuto come elemento di valore che alla fine i lavoratori in

 

esubero fossero ricollocati con contratti a tempo indeterminato.

 

E anche se sono state offerte ricollocazioni in cooperative di servizi, con tutti i limiti che questo tipo di lavori hanno

 

in termini di condizioni, di retribuzioni e orari di lavoro, e per questo dicevo che non si può parlare di vittoria perché

 

comunque c’è una sofferenza per quei lavoratori che hanno dovuto lasciare la Richard Ginori, comunque nessuno è

 

rimasto a casa.

 

Io penso che questo risultato sia stato raggiunto perché i lavoratori hanno messo in campo quel tipo di lotta, uscendo

 

dagli schemi, perché hanno praticato il conflitto, quello vero, quello verso il sistema che ci viene imposto.

 

Tonino Abruzzese – Irisbus, Grottaminarda

 

L’assemblea di Firenze del 22 giugno e la necessità di unificare il movimento di lotta

 

Questa assemblea è la seconda tappa del percorso iniziato con l’assemblea di Grottaminarda e finalizzato a collegare

 

le tante realtà in lotta che permangono nell’isolamento o lo rischiano, in un momento nel quale l’attacco capitalistico

 

contro la classe operaia si caratterizza non solo per la forza con cui vengono colpiti i posti di lavoro e le nostre

 

condizioni di vita, ma anche per l’assoluta chiusura del quadro politico e sindacale intorno alla difesa degli interessi

 

del capitale, predicata sotto varie forme ma con l’unico scopo di inculcare l’impossibilità di uscire dalla crisi senza le

 

medicine proposte da governanti, politicanti, finanzieri e industriali di turno.

 

Questi tratti dell’attuale situazione devono essere ben presenti come punto di partenza del nostro essere qui. Di questo

 

dobbiamo essere ben consapevoli: ci raccontano che la crisi colpisce tutti e che per uscirne si devono applicare politiche

 

tutte interne ai meccanismi che hanno portato alla crisi: secondo questi signori solo i nostri sacrifici possono poi –

 

chissà quando e chissà come- far uscire da un tunnel di cui però nessuno conosce la lunghezza. Fatto sta che nell’ultimo

 

quindicennio è avvenuto uno spostamento senza precedenti di ricchezza dai salari ai profitti e ai forzieri dei banchieri;

 

fatto sta che l’attacco a cui siamo sottoposti sta determinando una massa di disoccupati senza precedenti, ben oltre le

 

già altissime cifre che forniscono le fonti ufficiali. Fatto sta che questo attacco sta frantumando la nostra classe in tanti

 

settori separati, con una divisione alimentata ad arte fra occupati e cassintegrati, precari e disoccupati, con la creazione

 

di mille modi diversi di vivere un’esistenza sempre più lontana da un minimo di stabilità.

 

Eppure, mai come oggi si sbandiera, da parte delle sirene dell’informazione e dei partiti, la fine della lotta di classe,

 

che sarebbe ormai un ferrovecchio da consegnare al passato, sostituendola con la necessaria ‘collaborazione’, con la

 

sottomissione ad ogni esigenza del ciclo produttivo, fino a ritrovarsi senza lavoro e in questo caso esperti economisti

 

giornalisti sono lì a piangere lacrime di coccodrillo e a chiedersi quando finirà e cosa mai fare. Eppure, in questo mondo

 

dove sarebbe tramontata la lotta di classe, MAI COME IN PASSATO il capitale scatena la SUA lotta di classe contro i

 

lavoratori, e questo lo sappiamo non perché ce lo dicono gli esperti, ma perché lo paghiamo e lo scontiamo sulla nostra

 

pelle.

 

Questo attacco conta su molti punti di forza. Oltre che sul quadro politico e buona parte di quello sindacale, oltre

 

che sull’informazione, che martella sempre e solo in un’unica direzione, oltre che sull’uso intimidatorio e preventivo

 

dell’apparato repressivo, conta anche su un contesto nel quale le varie realtà in lotta, nelle fabbriche e nel territorio,

 

si caratterizzano per il loro isolamento, che rischia di affogare o affoga qualsiasi tentativo di resistere, mentre è facile

 

che in questa situazione si faccia strada uno scoramento che porti ad abbandonare il piano della lotta per rovesciare, o

 

almeno contrastare, l’attacco capitalistico in atto.

 

In questo scenario, la possibilità di incontrarci, di discutere sulla situazione, sulle modalità con cui lottare, sul

 

necessario coordinamento da dare alle realtà in lotta, diventa NECESSITA’. E’ riduttivo e fallimentare ritenere

 

che si possa continuare con l’attuale dispersione, pensare di risolvere o contrastare rimanendo nel proprio orticello,

 

limitandosi alla difesa a spada tratta della propria esperienza di lotta, difesa questa che è sacrosanta, ma che non

 

può e non deve bastare, perché è necessario andare oltre, ricucire le varie realtà, collegarle: dev’essere questo il

 

primo passo per cominciare a emergere dal tunnel dell’isolamento verso fattibili ed efficaci iniziative generali. Non

 

dobbiamo temere le diversità che pure sussistono tra di noi, né porre pregiudiziali dinanzi a questa prospettiva, nella

 

consapevolezza che l’orizzonte nazionale, già così difficile da perseguire, è esso stesso insufficiente se non si pone

 

come momento di orizzonti più vasti, internazionali.

 

Dalle esperienze singole di lotta al loro collegamento è il primo passo. Ma collegare IN VISTA DI CHE COSA?

 

-di un coordinamento che renda sempre più ampio e solido l’insieme delle lotte e delle esperienze;

 

-di iniziative generali che UNIFICHINO non solo le tante realtà, ma che potenzialmente siano in grado di raggiungere

 

tutte quelle ‘aree’ in cui l’attacco capitalistico ha frantumato la nostra classe: senza questo perseguimento e senza questa

 

tensione in avanti non ci sarà modo di far sì che la nostra diventi una lotta efficace.

 

Contrastare l’attacco che comporta licenziamenti, cassa integrazione, crescente disoccupazione, significa cominciare

 

a proporre con forza l’obiettivo della riduzione della giornata di lavoro a parità di salario, l’unico in grado di

 

unificare chi è ancora dentro ai processi produttivi con chi ne sta uscendo o ne è già uscito e con la massa crescente di

 

disoccupati ‘ufficiali’ e disoccupati senza speranza.

 

Così come è necessario costruire obiettivi che contrastino i processi di delocalizzazione della produzione, partendo

 

dalle pratiche di autogestione e passando alla parola d’ordine della nazionalizzazione, nei casi in cui si intenda

 

chiudere e mettere sul lastrico i lavoratori.

 

Non troveremo partiti e forse neppure sindacati che appoggino conseguentemente questi obiettivi: perseguirli è un

 

compito che spetta a noi e per ora si concretizza nella presa di contatto, nella creazione di un coordinamento che deve

 

essere sempre più grande e in grado di costruire la prospettiva passo dopo passo, senza che ci si lasci più infinocchiare

 

dai discorsetti del politicantume.

 

Allo stesso tempo, è essenziale prendere contatti quanto più possibile con realtà che si muovono nell’orizzonte

 

internazionale: l’attacco capitalistico si muove oltre ogni confine; dobbiamo imparare anche noi a collegarci su piani

 

sempre più vasti.

 

Pensiamo all’assemblea fiorentina come a un momento nel quale, oltre che parlare delle singole realtà, si cominci

 

finalmente a fare il discorso più vasto a cui accennavamo, a considerare i modi e i tempi con cui dare anima e corpo

 

agli obiettivi che ci proponiamo e che non potranno essere definiti che con un confronto ampio, senza paure, senza

 

precostituite difese di parte. Non abbiamo da difendere ‘particolarità’: dobbiamo, al contrario, superarle, certo

 

facendo tesoro delle esperienze che sono state fatte, ma nella consapevolezza che nessuna parzialità sarà in grado di

 

scalfire gli equilibri che oggi ci vedono sopraffatti.

 

E’ per questi motivi che invitiamo tutte le realtà in lotta e quanti sentono l’urgenza di superare il momento attuale, che

 

sembra avere poche vie di uscita, a partecipare, a dire la loro sui temi del coordinamento delle lotte e degli obiettivi

 

che si devono proporre: obiettivi, ripetiamo, che siano in grado di unificare, di far compiere un passo avanti alle tante

 

esperienze di lotta che rischiano di rimanere confinate nel ‘locale’, disperdendo, peraltro, un patrimonio di forze che,

 

invece, è necessario rinsaldare.

 

Velio Arezzini, SOS Geotermia, Monte Amiata

 

Sono Velio Arezzini, membro di SOS geotermia dell’Amiata. L’Amiata è un antico vulcano, una montagna alta 1735

 

metri che è stata, per quasi cento anni, fino al 1976, anno di chiusura, fra le più importanti miniere di mercurio del

 

mondo, con una occupazione fino a 2000 minatori. Una zona che ha visto una classe operaia forte, uno scontro di classe

 

forte, conosciuto a livello nazionale, al pari delle lotte della Fiat negli anni 60’-70’, contro la società mercurifera prima

 

privata e poi pubblica. Una lotta per i diritti dei lavoratori contro le società padronali proprietarie delle miniere.

 

Ora, dopo la chiusura delle miniere, l’Enel ha scoperto la ricchezza dei giacimenti geotermici dell’Amiata e vuole

 

perpetrare una politica di sfruttamento e di rapina del nostro territorio, come le vecchie società mercurifere, per il solo

 

profitto e interesse. Una multinazionale, l’Enel, che sta distruggendo il nostro territorio, il nostro ambiente, le nostre

 

risorse naturali, in particolare le nostre acque.

 

Abbiamo aderito a questa assemblea come SOS geotermia, coordinamento dei movimenti dell’Amiata, perché ci siamo

 

ritrovati pienamente in molti punti dell’Appello di invito a partecipare a questa importante assemblea sui problemi

 

dell’occupazione e della creazione di nuova occupazione. In particolare ci ritroviamo nella parte dell’Appello che

 

afferma “……è necessario coordinare le azioni di lotta e confrontarsi per iniziare ad elaborare e sperimentare la messa

 

in campo di possibili misure atte alla ripresa delle produzioni utili alla collettività o alla conversione di quelle

 

dannose, salvaguardando i posti di lavoro, i diritti e le condizioni di vita dei territori, creando nuovi posti di

 

lavoro”.

 

Ecco, noi nell’Amiata, stiamo lottando per questo. Per affermare scelte diverse da quelle che ci vuol propinare l’Enel

 

con l’avvallo della regione Toscana, in primis del suo presidente Rossi.

 

Sembrerà paradossale lottare contro la geotermia che è intesa in senso generale, anche da tanti ambientalisti,

 

come una energia “rinnovabile e pulita”. Ma in Amiata le cose non stanno così. La geotermia nell’Amiata non è né

 

rinnovabile né pulita:

 

-è fonte di inquinamento ambientale. Basti vedere alcuni dati, senza annoiarvi con i numeri, ma solo per comprendere

 

le dimensioni di tali emissioni. In tutta l’area amiatina le 5 centrali oggi esistenti emettono: acido solfidrico (H2S) 2492

 

tonnellate all’anno; mercurio(HG) 760Kg annui; arsenico (As) 84 Kg all’anno; ammoniaca (NH3) 3132 tonnellate

 

all’anno; acido borico 11.155 Kg all’anno. Sono dati non nostri, di SOS geotermia, ma della stessa Regione Toscana

 

(tratti dalla delibera della giunta regionale n° 344 del 22.03.10, riferiti all’anno 2007). Sono causa di inquinamento

 

ambientale e sicuramente, dell’eccesso di mortalità nel nostro territorio rispetto ad altre zone limitrofe non geotermiche

 

della toscana. Lo studio ARS della regione ha infatti confermato tale situazione registrando un tasso di mortalità del più

 

13% (negli uomini) in Amiata. Ma il direttore dell’ARS (Dott. Cipriani) ha affermato che non dipende dalla geotermia

 

ma dagli stili di vita (mangiamo e beviamo troppo). Una vera e propria provocazione per noi amiatini. E ora vorrebbero

 

fare in più una nuova megacentrale di 40MWatt a Bagnore 4 e raddoppiare l’attuale produzione delle centrali a

 

Piancastagnaio.

 

– è distruttiva del territorio, con cementificazione, chilometri di tubazioni di gas geotermico, strade, piazzole, centrali

 

ecc.

 

-è distruttiva del grande patrimonio di acqua potabile che l’Amiata rappresenta. Siamo infatti il più grosso bacino idrico

 

del sud della Toscana e del centro Italia, che dà acqua potabile per 700.000 persone e alle province di Siena, Grosseto,

 

Viterbo.

 

– che non crea occupazione perché dopo le briciole di qualche sub-appalto alle aziende edili locali per la costruzione

 

delle centrali, per il funzionamento delle stesse in produzione di energia elettrica, sono previsti solamente 40 addetti

 

circa, poiché sono centrali telecomandate.

 

-che serve solo alla multinazionale Enel per avere i contributi previsti per legge, per le rinnovabili e per i certificati

 

verdi. Per questo l’Enel da i soldi ai comuni dell’Amiata sotto forma di “compensazioni ambientali”. In sostanza ci

 

inquinano ma…ci pagano.

 

Ma si può, in nome di produrre sempre più energia e solo per il profitto distruggere un territorio, mettere a rischio la

 

salute di lavoratori e cittadini, il grande patrimonio che è l’acqua potabile?

 

Si pone quindi la necessità a partire dalla nostra esperienza sull’Amiata, di una battaglia più generale che ponga

 

al centro, non tanto uno sviluppo qualunque, subordinato alle scelte delle lobby, delle multinazionali, della

 

Confindustria avvallato dal governo e dai partiti che lo sostengono, ma un diverso sviluppo che ponga al centro

 

i problemi del lavoro e dei suoi diritti insieme alla salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente e una nuova

 

qualità della vitaEcco perché le lotte sul lavoro e sull’ambiente e la salute non devono, non possono diventare antagoniste ma

 

unificarsi negli obbiettivi di lotta come poniamo al centro delle lotte dell’Amiata. Noi non lottiamo solo contro le

 

scelte dell’ENEL e della regione toscana ma per un diverso sviluppo economico. E’ quindi una battaglia alternativa

 

a questo sistema. Non è questa (dell’ENEL) l’Amiata che vogliamo. La nostra non è una battaglia solo per i no alle

 

centrali geotermiche per l’inquinamento e la distruzione del territorio che ci creano. Ma è una lotta per il si. Per la

 

valorizzazione in termini economici occupazionali del grande patrimonio ambientale che l’Amiata ha; per una diversa

 

scelta energetica che punti prima di tutto al risparmio energetico, ai piani energetici comunali (che nessun comune ha),

 

all’utilizzo del calore della bassa entalpia per le iniziative di sviluppo economico del territorio (serre, acquacoltura,

 

teleriscaldamento ecc.). Ma l’ENEL non è interessato a questo ma solo all’alta entalpia per la produzione di energia

 

elettrica.

 

Ecco quindi che l’uso del calore e delle basse entalpie, della produzione di energia elettrica in un territorio va affrontato

 

con una battaglia per un piano collettivo locale di autogestione delle risorse energetiche, per il controllo e la gestione

 

democratica da parte dei cittadini per favorire nuova occupazione e cooperative di autogestione di lavoratori. Un terreno

 

di lotta che parte dai vari territori ma che si collega a una battaglia più nazionale per il controllo delle risorse da parte

 

dei lavoratori e dei cittadini.

 

L’ambiente e la sua salvaguardia la gestione delle sue risorse non è (non può essere) una battaglia da lasciare a pseudo

 

comitati nazionali o diventare una battaglia di “nicchia” di gruppi di ambientalisti, ma deve diventare terreno di

 

iniziative e di lotta per il lavoro vero, per la qualità del lavoro, per la democrazia e la partecipazione dal basso sulle

 

scelte economiche e occupazionali da fare, riappropriandoci del nostro territorio, collegando le lotte operaie delle

 

fabbriche a quelle più ampie dei cosiddetti “beni comuni”, come ad esempio ha dimostrato il referendum sull’acqua

 

pubblica che deve diventare non solo la riappropriazione di questo importante bene comune ma una battaglia nazionale

 

per un piano di interventi per la salvaguardia e valorizzazione dell’acqua con nuova occupazione e lavori socialmente

 

utili. Ecco un esempio di come un tema importante ambientale (l’acqua), può diventare terreno di mobilitazione sui temi

 

per “creare nuovo lavoro” come scritto nel manifesto dell’assemblea.

 

Un altro tema analogo di lotta che collega il tema dell’ambiente al tema del lavoro, è quello sui “rifiuti zero” dove è

 

in atto una raccolta di firme per una proposta di legge e dove vi sono già alcuni esempi (frutto di mobilitazione dei

 

cittadini) di una gestione del tema rifiuti zero che ha comportato maggiore occupazione (anche consistente) e quindi

 

nuovo lavoro per i disoccupati e una diminuzione delle tariffe per i cittadini. Anche questa è una battaglia che si

 

contrappone alle scellerate scelte degli inceneritori e delle lobby che intendono solamente speculare sul tema dei rifiuti

 

e che ricollega le varie battaglie territoriali ad una battaglia più generale.

 

Vorrei sottolineare un altro tema molto importante sempre su questa linea di collegare le battaglie locali ambientali

 

a temi nazionali per il lavoro e per una nuova economia, quale è quello lanciato dal “forum per una nuova finanza

 

pubblica e sociale” a Firenze il 13 aprile 2013. Si tratta di riportare ad un controllo, ad una gestione democratica, i soldi

 

della cassa depositi e prestiti (guarda caso attualmente gestita da Bassanini del PD) che ammontano a circa 230 miliardi

 

di euro (una enormità di soldi) che derivano dal risparmio delle poste sui libretti dei pensionati e cittadini piccoli

 

risparmiatori e che vengono spesso utilizzati dalle banche per finanziare grandi opere inutili. Non è vero che i soldi non

 

ci sono. Ci sono ma sono utilizzati solo per i loro interessi e della confindustria.

 

E’ un tema questo importantissimo che si collega alle lotte che ho riportato sopra poiché affronta il problema del credito

 

controllato e gestito dai lavoratori e cittadini. Il forum ha posto infatti fra i temi essenziali di questa battaglia, l’accesso

 

al credito della nuova finanza pubblica, non solo i progetti per i beni comuni ( acqua ecc.), ma l’accesso al credito per

 

finanziare le forme dell’autogestione delle fabbriche da parte dei lavoratori.

 

Sappiamo tutti che una delle maggiori (anzi la principale) difficoltà ad affrontare il tema dell’autogestione delle

 

fabbriche è la mancanza di accesso al credito. Le banche ti chiedono; che garanzie hai? E quando gli dici che vuoi

 

autogestire una fabbrica ti chiudono subito la porta di accesso. Avere quindi uno strumento di accesso al credito quale

 

quello proposto dal “forum per una nuova pubblica e sociale”, vorrebbe dire dare un punto di riferimento concreto e

 

una speranza a tutte le lotte operaie di autogestione e alle cooperative di disoccupati che si possono formare sui temi

 

dell’ambiente e dei lavori socialmente utili.

 

Beni comuni, rifiuti zero, finanza pubblica ecc. rappresentano quindi dei punti dei riferimento di una battaglia più

 

generale a cui collegare le lotte sia nelle fabbriche che nel territorio per il lavoro, l’autogestione, le cooperative di

 

disoccupati, la difesa e valorizzazione dell’ambiente, per riappropriarci delle scelte sul proprio territorio contro le opere

 

inutili quali la TAV, il ponte sullo stretto di Messina gli inceneritori nuove autostrade e cementificazioni.

 

L’esempio della battaglia dell’Amiata e dei temi di iniziativa di lotta nazionali che ho accennato dimostrano quindi

 

che abbiamo un campo tutto aperto e ampie possibilità per delle lotte che uscendo dal solo aspetto particolare riescano

 

a collegarsi ad una battaglia più ampia e come hanno posto diversi interventi che mi hanno preceduto a fare “rete

 

comune”, per riappropriarci della gestione e delle scelte sui temi del lavoro e dell’economia da parte dei lavoratori e dei

 

cittadini contro gli esclusivi interessi speculativi e di potere delle lobby economiche e politiche che governano il nostro

 

paese.

 

Argentino Tellini, del coordinamento lavoratori e disoccupati sardi

 

Sono convinto che ripartire dalla base, dagli operai, dai lavoratori e dai disoccupati, sia la strada maestra per sovvertire

 

l’omologazione politica , ma soprattutto questa classe politica, che ha portato l’Italia nel baratro. Non sarà certo un

 

percorso facile, 25 anni di “Berlusconismo” e di collusione di grandissima parte del centro sinistra con esso, ha prodotto

 

nel nostro paese spaventose lacerazioni sociali ed ha anche introdotto nella cultura ed etica di massa il germe

 

dell’egoismo e del liberismo, a discapito della solidarietà e fratellanza fra gli individui. Queste politiche, specie sul

 

terreno economico e del lavoro hanno distrutto lo stato sociale e i diritti che si sono conquistati in tantissimi anni di

 

lotte. Quello che stiamo vivendo è quindi un autentico dramma: generazioni di giovani senza lavoro e senza prospettive,

 

ma anche centinaia di migliaia di cinquantenni che, espulsi dal tessuto produttivo, non possono più rientrarvi. Per non

 

parlare dei milioni di precari e del precariato, che ormai è il vero regime lavorativo italiano, con questi lavoratori

 

sempre più ricattati e male rappresentati. Le politiche restrittive e suicide dell’Europa, che con la linea dell’austerità

 

imposta dalle Banche e dalle lobby finanziarie , non stanno facendo altro che peggiorare le cose : esse comprimono

 

l’economia, la soffocano, ne diminuiscono i consumi e soprattutto producono generazioni di disoccupati. A nulla

 

servono le preghiere ed i continui moniti di economisti di livello mondiale che condannano e criticano l’Unione Europea

 

e gli Stati Membri per queste scellerate politiche restrittive. La grande finanza internazionale, la vera padrona della

 

politica attuale , continua a non sentirci. L’attuale Governo italiano, con l’accordo-inciucio fra PD e PDL, è in perfetta

 

linea con Bruxelles, in continuità con il Governo Monti, e non sembra in grado ne del resto ha la volontà politica di

 

opporsi a questa situazione, dando attuazione a provvedimenti suicidi come il “Fiscal Compact”. Occorre perciò

 

formare una vera opposizione sociale, che veda come protagonisti ed attori del cambiamento proprio i lavoratori ed i

 

disoccupati. Le condizioni ci sono tutte. Ben vengano quindi le assemblee e le iniziative di riunificazione di un blocco

 

popolare e sociale alternativo, come quella di Firenze. Anche in Sardegna stiamo seguendo questo percorso, con

 

importanti assemblee popolari effettuate a P.Torres ed Ottana, che assieme al Sulcis sono lo specchio del momento

 

terribile che stiamo vivendo, lo specchio di una mancanza di un piano industriale che ha prodotto macerie, danni

 

ambientali ed una disoccupazione fra le più alte del nostro Paese. Il coordinamento sardo dei lavoratori e dei disoccupati

 

ad Ottana ha approvato un documento che invita alla mobilitazione della società sarda, stabilendo che è indispensabile

 

l’unione fra disoccupati, operai , lavoratori dell’industria, quello del mondo agro pastorale e della piccola impresa.

 

E’ stato inoltre ribadito che far convivere industria, rispettosa dell’ambiente e della dignità del lavoro, con turismo,

 

pastorizia, agricoltura e terziario è mai come ora necessario, anzi è la vera sfida del futuro del popolo sardo. Nelle

 

prossime iniziative del coordinamento dei lavoratori e disoccupati sardi ,che saranno di mobilitazione e lotta , ma anche

 

di proposta, indicheremo in maniera più esplicita e dettagliata le nostre piattaforme, i nostri programmi ed obbiettivi.

 

Collaboreremo e ci rapporteremo naturalmente con chi in altre realtà segue il nostro stesso cammino. Come si vede,

 

siamo già in tanti………..

 

Massimo Bani, Terra Bene Comune, Firenze

 

Ringraziamo calorosamente gli organizzatori dell’incontro di Firenze e salutiamo con affetto tutte le persone che vi

 

hanno preso parte.

 

Il Comitato Terra Bene Comune nasce per opporsi alla svendita del demanio pubblico (e in particolare delle terre

 

demaniali) rilanciata dal governo Monti con il decreto salva Italia. Presto ci siamo resi conto che dovevamo essere

 

propositivi e non fare solo una battaglia (impossibile) difensiva. Così abbiamo cominciato a raccogliere progetti

 

contadini di giovani e meno giovani che vogliono svolgere un’attività agricola, di piccola scala, spesso di sussistenza,

 

comunque economicamente sostenibile. Il prossimo obiettivo sarà il confronto con le amministrazioni locali (più

 

raggiungibili e comunque con ampio parco di terreni incolti ed edifici da ristrutturare) ma anche con i privati, per

 

individuare e ottenere terreni in comodato/concessione gratuita, unica condizione oggi possibile in grado di permettere

 

la sopravvivenza di un’attività agricola di piccola scala. Ci stiamo anche battendo per una semplificazione delle

 

normative per le piccole aziende del settore agricolo, non in grado di sopportare i costi imposti da una burocrazia

 

pensata per le grandi imprese agricole. Siamo altresì consapevoli che chi lavora la terra la debba anche abitare, per

 

questo proponiamo una nuova edilizia contadina, non speculativa, fatta con materiale a basso/zero impatto ambientale.

 

Pensiamo che l’agricoltura di piccola scala e rispettosa dell’ambiente sia l’unica in grado di preservare il territorio

 

collinare e montano, salvandolo dall’abbandono e dalla rovina idrogeologica, nonché l’unica in grado di salvaguardare

 

e aumentare la biodiversità e le specialità che hanno reso il cibo italiano famoso in tutto il mondo. Pensiamo che

 

l’agricoltura possa essere una fonte di reddito, sussistenza, libertà e reintegrazione per tante persone, per che quelle

 

che hanno perso il lavoro, per quelle che un lavoro non ce l’hanno mai avuto, per i migranti. Stiamo cercando di creare

 

sinergie fra nuovi agricoltori e vecchi agricoltori esperti per creare una rete di aiuto e scambio di conoscenze. Pensiamo

 

che sia dovere di ogni governo, locale o nazionale, mettere a disposizione gratuitamente il proprio patrimonio per

 

un’attività fondamentale e socialmente utile come è l’agricoltura. Stiamo lavorando e ci stiamo organizzando, siamo

 

però anche consapevoli che l’autorganizzazione solitaria dei piccoli agricoltori è difficile, per il sostanziale disinteresse

 

delle grandi organizzazioni di categoria (condizionate dalle lobby dell’agrobusiness) e per le caratteristiche stesse del

 

lavoro contadino, che vede spesso gli agricoltori lavorare in solitudine e con orari, stagioni ed esigenze estremamente

 

diversificati. Ciò nonostante, siamo convinti che senza il coinvolgimento e il cambiamento dell’agricoltura, in quanto

 

settore primario, sia impossibile giungere a un sistema produttivo e sociale complessivo diverso, a misura d’uomo e

 

rispettoso dell’ambiente. Per questo, oltre che a presentare la nostra esperienza e le nostre idee, siamo venuti a chiedere

 

aiuto e collaborazione ai lavoratori più coscienti e organizzati del settore industriale e dei servizi, affinché prendano

 

contatto con i comitati di difesa dell’agricoltura contadina a loro più prossimi, per giungere a una nuova fase, che

 

cancelli le false e inutili contrapposizioni create ad hoc per tornaconto economico e di potere e apra a una nuova era di

 

integrazione e collaborazione di tutti i settori produttivi, per il benessere vero e la felicità di tutte le persone.

 

Marco Spezia. Redazione di Know Your Rights

 

Prendo spunto da alcuni degli interventi che mi hanno preceduto e che hanno accennato al problema della sicurezza sui

 

posti di lavoro per ricordare che, assieme alla battaglia per la salvaguardia del lavoro, è fondamentale la battaglia per la

 

tutela della dignità del lavoro.

 

La logica del profitto che chiude le fabbriche, che licenzia, che manda in cassa integrazione è la stessa che vuole

 

annullare il diritto di chi lavora alla tutela della propria salute e della propria sicurezza sul lavoro.

 

La logica del profitto è quella che taglia i costi per gli interventi di adeguamento dei luoghi di lavoro e delle

 

attrezzature, per l’eliminazione dei prodotti pericolosi, per i dispositivi di protezione individuale, per la formazione e la

 

sorveglianza sanitaria dei lavoratori.

 

La dignità del lavoro, intesa anche come tutela di salute e sicurezza, va nella direzione opposta della politica

 

imprenditoriale che antepone a tutto il massimo profitto.

 

In quest’ottica è evidente che la riduzione del personale attuato da molte aziende non comporta solo problematiche per

 

chi perde il posto di lavoro, ma anche un sovraccarico di lavoro per chi rimane, con aumento della fatica fisica, dello

 

stress, del rischio di infortunio.

 

E in questo i lavoratori non sono per niente tutelati da leggi di per sé insufficienti a garantire la dignità del lavoro.

 

In questo ambito è poi scandaloso il comportamento del governo Letta che proprio venerdì 21 giugno ha varato il

 

cosiddetto “Decreto del fare” che contiene, tra le altre cose, riduzioni, sotto forma di “semplificazioni”, delle tutele su

 

salute e sicurezza contenute nella normativa vigente.

 

La battaglia per il lavoro deve da un lato garantire per tutti la possibilità di avere un lavoro, ma contemporaneamente

 

deve garantire per tutti la dignità del lavoro, in termini di tutela della salute e della sicurezza.

 

Un caro saluto e un forte abbraccio!

 

Marco Spezia

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa Teverola

 

Cari compagni non possiamo oggi essere con voi. Ma come la nostra presenza c’era già a Grottaminarda a significare

 

come la giustezza nel ricercare qualsiasi tipo di lotta e di organizzazione orizzontale sia significativa per la lotta di

 

classe cosi siamo vicini a voi in questo ulteriore passaggio di coordino delle realtà di lotta e resistenti. Dopo anni di

 

relativa calma (sostenuta e vezzeggiata dai complici padronali della triplice) il paternalismo dei Merloni si è svelato

 

per quello che è semplice sfruttamento del lavoro pronti a gettare sul lastrico migliaia di operai quando la quota di

 

profitti tentenna di qualche punto. Dopo aver acquisito l’Indesit negli anni 90 per quattro soldi , aver approfittato di

 

incentivi e altro per vent’anni, dopo aver venduto il lavoro ai figli dei pensionandi in cambio del rifiuto di 10 milioni

 

di vecchie lire al momento della liquidazione, aver accumulato profitti sulla produttività di nuove linee più veloci,

 

aver richiesto sacrifici agli operai oggi 1500 licenziamenti per delocalizzare in Polonia e Turchia dopo sperano in

 

operai più arrendevoli. La produzione è persino di qualità secondo i loro standard eppure ristrutturazione! E’ la logica

 

del Capitale , la logica che ha sempre contraddistinto questo tipo di società che noi non accettiamo e che vogliamo

 

trasformare . E il nostro attuale sostegno diverrà Organizzazione e Resistenza con altre realtà per connettere soggetti,

 

figure e lotte contro i diktat della Troika ! A rivederci in piazza! Dentro e fuori i cancelli!

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa-Teverola

 

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia – Ex Colorificio Occupato, Pisa

 

Il Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia aderisce all’assemblea “Riapriamo le fabbriche, creiamo posti di Lavoro!

 

Estendiamo il conflitto, costruiamo l’alternativa” promossa da soggetti sociali e politici che, in tutta Italia, si mobilitano

 

in difesa dei posti di lavoro e per un nuovo modello di produzione.

 

Un modello alternativo che rappresenta soluzioni praticabili fuori dalle logiche costituite che, ad oggi, hanno

 

rappresentato occasione di facili proventi per poche famiglie e potentati a scapito di lavoratori, cittadini e territori.

 

Occorre costruire un fronte di lotta dai luoghi di lavoro ai territori: dall’Ilva alle acciaierie di Piombino, dagli operai

 

dell’Alcoa a quelli della Fiat che solo pochi giorni fa hanno presidiato la fabbrica di Pomigliano; dai lavoratori precari

 

della logistica a quelli della Richard Ginori; dai precari della scuola e dell’Università ai lavoratori della sanità, fino

 

alle cooperative e le tante false partite Iva che ogni giorno lavorano nei call center, nei cantieri, studi professionali,

 

magazzini e depositi. Dalla Val Susa a Niscemi, da Taranto, Termini Imerese, Terni, Piombino, Genova, Melfi,

 

Mirafiori, Termoli ai territori agricoli dove il caporalato ed il lavoro nero sono la regola che viene imposta a lavoratori

 

di ogni provenienza.

 

Dal saccheggio dei territori alla negazione dei diritti elementari, dallo sfruttamento alla mancanza di sicurezza sul

 

lavoro. Dalla mancanza di un salario alla negazione di tutele elementari, diritti e servizi.

 

Gli ultimi avvenimenti politici confermano una tendenza che ci ha condotto fino a questo punto, a poco valgono

 

avvicendamenti di leader e di schieramenti apparentemente opposti, promesse, lunghi discorsi su interessi, debiti,

 

spread: il modello rimane il solito, la situazione non cambia, a pagare saranno sempre i lavoratori a guadagnare sempre

 

i padroni. Aderiamo all’appello di Grottaminarda e rilanciamo con un appuntamento per avviare una riflessione su un

 

nuovo modello economico il 21-22 settembre a partire dalle esperienze di autogestione già realizzate.

 

Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna

 

Care compagne, cari compagni,

 

seguo dall’inizio, con particolare simpatia e ammirazione, la lotta degli operai dell’Irisbus. Saluto dunque questa

 

assemblea, nella certezza che sarà un momento importante del percorso intrapreso, fatto di determinazione e di

 

coraggio.

 

Sapete meglio di me di avere contro tutti. Sindacati pronti ai peggiori compromessi, una cosiddetta “sinistra” di fatto al

 

governo con i propri teorici nemici, un’ideologia fallimentare presentata come l’unico vangelo. E istituzioni sedicenti

 

democratiche, nazionali ed europee, che sono l’esatto contrario della democrazia.

 

Non tutti gli “intellettuali”, ammesso che sia ancora lecito usare questo termine ambiguo, sono contro di voi. Tra figure

 

pronte a vendersi e a genuflettersi al potere, resta un piccolo manipolo che non sta al gioco. Per quanto mi riguarda, fin

 

da adolescente mi dissero che esisteva un “intellettuale collettivo”, il proletariato in lotta. Sono passati tanti anni, ma

 

continuo a riconoscermi in quella formula.

 

Nel vostro manifesto di convocazione citate tanti momenti di conflitto di classe in Italia, dai No Tav e No Muos ai

 

movimenti studenteschi, dei precari, delle fabbriche che resistono, dell’antifascismo militante. Mente chi dice che gli

 

italiani sono incapaci di manifestare rabbia e sdegno. Nella mia città, Bologna, patria stessa della sinistra addomesticata

 

e consociativa, potrei citarvi decine di episodi di resistenza concreta, solo negli ultimi mesi. Uno sciopero dei lavoratori

 

della logistica ha portato alla luce le contraddizioni delle cooperative, nate per liberare i proletari dallo sfruttamento e

 

divenute sfruttatrici esse stesse. Uno sciopero dei trasporti pubblici, indetto da un sindacato di base, ha paralizzato la

 

città. E poi agitazioni dei precari della scuola, degli studenti medi e universitari, degli impiegati pubblici. Sarebbe una

 

lista lunga pagine.

 

Occorre unificare le forme di conflittualità sparse sul territorio. Il movimento No Tav è stato esemplare in questo senso,

 

ma non basta. La lotta della Irisbus, guidata dall’istanza per cui la fabbrica dev’essere di chi ci lavora, potrebbe essere

 

un secondo attrattore, potentissimo. E saldarci a esperienze analoghe in tante parti del mondo.

 

Da ragazzo gridavo nei cortei: «La classe operaia deve dirigere tutto.»

 

Oggi, anziano e malaticcio, ripeto la stessa frase: «La classe operaia deve dirigere tutto.»

 

Un forte abbraccio

 

Valerio Evangelisti

 

Leonardo Mazzei, Movimento Popolare di Liberazione

 

Intervenendo praticamente alla fine dei lavori, mi sento di poter dire che quella di oggi è stata un’ottima assemblea,

 

di quelle da cui si impara molto. Un risultato di cui va dato il merito a tutti i partecipanti, ma in particolar modo agli

 

organizzatori.

 

Ho deciso però di intervenire per segnalare l’assenza dal dibattito di due questioni che noi del Movimento popolare di

 

liberazione riteniamo invece decisive.

 

Tutti coloro che mi hanno preceduto, oltre a parlare in molti casi delle lotte in corso, hanno sottolineato la necessità

 

di coordinarle. Un coordinamento che ha bisogno di una visione e di un progetto politico. Ecco, andando avanti nel

 

ragionamento, noi diciamo che questo progetto deve porre l’obiettivo del governo, più esattamente di un governo

 

popolare d’emergenza. In grado cioè di attuare un programma di misure d’emergenza, per uscire dalla crisi, fermare la

 

catastrofe sociale, salvaguardando gli interessi del popolo lavoratore.

 

Altri non sono stati così espliciti, ma mi pare evidente che gli obiettivi qui enunciati sull’occupazione, il salario, i diritti,

 

le condizioni di vita, possano trovare una risposta solo in questo quadro.

 

Ma come pensiamo si possa arrivare ad una svolta di questa portata? Noi lo diciamo chiaramente: ad un certo punto i

 

mille rivoli dei vari fronti di lotta dovranno unificarsi in un possente movimento di massa che dia luogo ad una vera

 

sollevazione popolare in grado di assumere il governo del paese.

 

Questa questione, che pur aleggiava in alcuni interventi, non è stata posta qui in termini espliciti. E questo è il primo

 

problema che volevo segnalare.

 

Ma c’è un secondo tema che è stato addirittura completamente ignorato. Si è molto discusso degli obiettivi da

 

perseguire, e dunque delle scelte politiche che sono necessarie per raggiungerli. Qualcuno, anche prima di me ha

 

toccato la questione del governo. Ma – domanda – l’Italia è oggi un paese sovrano?

 

Se noi guardiamo alla realtà di tutti i giorni, alle discussioni che si svolgono attorno ad ogni scelta del governo, anche

 

a quelle di minor portata, non sarà difficile rendersi conto che l’Italia non è un paese sovrano, e che le politiche delle

 

classi dominanti si servono fondamentalmente di due strumenti: la gabbia rappresentata dall’Unione Europea, il bastone

 

chiamato “debito pubblico”.

 

E’ in questo contesto che oggi si svolge la nostra lotta, la lotta di classe nella realtà nazionale in cui operiamo. Non

 

possiamo fingere che non sia così.

 

Ecco perché è davvero preoccupante l’assenza dalla nostra discussione di oggi del tema dell’Europa, ed anche di quello

 

del debito che è comunque sempre correlato alle regole della gabbia europea (vedi il Fiscal compact).

 

La nostra opinione è che ci si debba battere per uscire dall’Unione Europea, per riconquistare la sovranità nazionale

 

(inclusa quella monetaria, uscendo dall’euro e dal suo sistema). E’ in questo quadro che si dovrà procedere ad una

 

forte ristrutturazione del debito pubblico, togliendo risorse ai pescecani della finanza internazionale per utilizzarle per

 

intervenire sulle varie emergenze che colpiscono le classi popolari: occupazione, sanità, scuola, pensioni, eccetera.

 

Questa è la questione decisiva che dobbiamo affrontare, dalla quale oggi non possiamo prescindere. Il mostro

 

antiproletario rappresentato dal sistema UE-euro deve essere abbattuto. Poniamo dunque come centrale l’obiettivo

 

dell’uscita del nostro paese dall’Unione Europea e dalla moneta unica.

 

E’ ora che questa consapevolezza diventi patrimonio comune di tutte le avanguardie, di tutti coloro che vogliono

 

davvero battersi per rovesciare il presente stato delle cose.

 

Piattaforma Comunista

 

ALL’ASSEMBLEA OPERAIA E POPOLARE DEL 22 GIUGNO 2013 A FIRENZE

 

Operaie e operai della Ginori e Irisbus, compagne e compagni, salutiamo calorosamente l’assemblea che avete

 

organizzato, continuando il percorso iniziato il 6 aprile a Grottaminarda, ed esprimiamo piena solidarietà alle vostre

 

lotte, che costituiscono un importante esempio per tutti gli sfruttati.

 

I licenziamenti di massa, la chiusura delle fabbriche, il numero sempre più alto di disoccupati (dal 2008 al primo

 

trimestre del 2013 il numero dei nuovi disoccupati creati dalla crisi ha superato il milione di unità, contribuendo

 

a far raggiungere all’Italia il record del 12,8%), l’aumento infernale dello sfruttamento per i pochi “fortunati” che

 

mantengono il lavoro, hanno una sola ragione: il tentativo dei padroni di scaricare la crisi sulle spalle dei lavoratori,

 

l’inaccettabile aumento dei dividendi degli azionisti, la corsa sfrenata alla competitività. I padroni sono interessati

 

unicamente al massimo profitto mediante lo sfruttamento, la rovina e l’impoverimento degli operai.

 

E’ di fronte ai nostri occhi l’incapacità e l’irresponsabilità dei governi e dei politicanti borghesi, che si rifiutano di

 

intervenire per salvare i posti di lavoro, che non sono capaci di definire uno straccio di politica industriale in grado di

 

salvare il paese da un declino sempre più irresistibile, di dare speranza e futuro alle giovani generazioni.

 

Da parte loro i vertici sindacali collaborazionisti si preoccupano solo di gestire la cassa integrazione, eludendo le

 

richieste degli operai e infischiandosi del futuro delle loro famiglie. Con le chiacchiere nelle sedi ministeriali non si

 

riaprono le fabbriche, ma si frenano solo le lotte.

 

Di fronte alla scandalosa soppressione dei posti di lavoro per l’aumento dei margini di profitto, di fronte alla chiusura di

 

interi settori, alla soppressione dei diritti operai e popolari, le lavoratrici e i lavoratori Ginori, Irisbus e di altre fabbriche

 

stanno dimostrando con la lotta che questa politica infame non può e non deve passare.

 

Appoggiamo in pieno le rivendicazioni operaie:

 

• Blocco immediato dei licenziamenti

 

• Esproprio senza indennizzo delle fabbriche che chiudono, delocalizzano e inquinano

 

• CIG al 100% a spese dei padroni e dello Stato

 

• Stanziamento dei finanziamenti necessari a riaprire le fabbriche e salvare i posti di lavoro.

 

Un governo abusivo e completamente delegittimato dal voto popolare come il governo Letta ha già regalato – in perfetta

 

continuità con i precedenti governi e con il sostegno dei partiti borghesi – altri 40 miliardi agli industriali e alle banche.

 

E questa montagna di denaro non è certo l’ultima regalia ai nostri sfruttatori. Perché, invece, i fondi per le esigenze

 

degli operai, che producono tutta la ricchezza e sulle cui spalle è stato gettato tutto il peso della crisi, non si trovano

 

I soldi ci sono, vanno presi dai profitti, dalle rendite, dai patrimoni dei parassiti della società, dalle spese militari

 

e da quelle per il Vaticano!

 

Esigiamo e prepariamo lo sciopero e la manifestazione nazionale di tutti i lavoratori colpiti dall’offensiva capitalista!

 

Facciamo del lavoro un’emergenza nazionale:

 

• per rigettare la politica di austerità e di guerra che ci porta alla rovina

 

• contro le delocalizzazioni e i licenziamenti causati da motivazioni speculativo-finanziarie.

 

Diamo battaglia a tutti coloro che vogliono frenare e dividere la lotta della classe operaia!

 

L’ampiezza e la profondità della crisi capitalistica, la distruzione massiccia delle forze produttive (1,5 milioni di posti di

 

lavoro persi dall’inizio della crisi), il massacro sociale imposto dalla UE dei monopoli, la disoccupazione e la precarietà

 

dilaganti, l’impoverimento di massa, ci spingono a rilanciare l’azione comune di lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi.

 

Giustamente questa assemblea pone non solo l’obiettivo di estendere il conflitto sociale, ma si dà anche quello della

 

costruzione dell’alternativa per cacciare il governo della borghesia e imporre le soluzioni operaie alla crisi.

 

Su un punto vogliamo però concentrare la vostra attenzione e sviluppare il dibattito. Il comunicato di indizione

 

dell’assemblea sostiene che è possibile ” elaborare soluzioni praticabili qui ed ora dall’autogestione alla

 

nazionalizzazione”.

 

Pur ritenendo la parola d’ordine delle nazionalizzazioni e del “controllo collettivo” più adatte ad una fase più avanzata

 

dello scontro di classe, sosteniamo anche noi la nazionalizzazione (per es. per l’Ilva) e le altre misure in favore degli

 

operai, ma sempre denunciando il carattere di classe dello Stato e senza spargere illusioni.

 

In una fase di assenza di un’ondata rivoluzionaria, queste tesi, così come quella dell’”autogestione”, pur ispirandosi alla

 

giusta rivendicazione del lavoro, finiscono per causare pericolose illusioni sulla possibilità di creare un “contropotere”

 

nell’ambito del capitalismo, eludendo così la questione centrale, quella della conquista del potere politico effettivo,

 

la questione del GOVERNO OPERAIO E DEGLI ALTRI LAVORATORI SFRUTTATI per risolvere realmente

 

i problemi esistenti.

 

Crediamo dunque che altri debbano essere i passi da compiere e le prospettive della lotta. Il primo passo da compiere è

 

la costruzione dell’unità di lotta della classe operaia. La realizzazione del fronte unico del proletariato, l’unità di azione

 

della classe operaia, LA RICOSTRUZIONE DEI SUOI ORGANISMI DI LOTTA (CONSIGLI E COMITATI)

 

e, su questa base, la costruzione di un ampio fronte popolare che unisca tutte le realtà che resistono all’offensiva

 

padronale, sono passaggi decisivi per stabilire migliori rapporti di forza nella battaglia del lavoro contro il capitale.

 

Occorre inoltre affermare una soluzione politica radicale alla crisi. I padroni e i loro rappresentanti non possono

 

risolvere i problemi esistenti perché sono essi stessi che li causano. Per questo motivo gli operai, le masse popolari,

 

non hanno bisogno di affidare le loro sorti a qualche “falso amico”, a qualche partito borghese o piccolo borghese,

 

distanti anni luce dai loro interessi e dalle esigenze della classe operaia. Il periodo delle illusioni e del “dialogo sociale”

 

è finito. Le esperienze sempre più dure fanno maturare nella classe operaia la necessità di recuperare interamente

 

la propria autonomia politica e ideologica ricostruendo il Partito comunista basato sul marxismo-leninismo,

 

strumento indispensabile per dirigere la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo ed instaurare la società senza

 

sfruttamento, il socialismo. A questo compito sono chiamati i migliori elementi del proletariato.

 

Solo unendo la lotta rivoluzionaria per un nuovo e superiore sistema sociale alle lotte ed alle rivendicazioni immediate,

 

si potranno determinare veramente le condizioni per la effettiva soluzione dei drammatici problemi che pesano sulla

 

classe operaia e le masse popolari.

 

Nell’augurare pieno successo all’assemblea gridiamo assieme a voi:

 

Le fabbriche devono riaprire! Nessun posto di lavoro dev’essere perduto!

 

Facciamola finita con la politica di austerità e con la UE dei monopoli finanziari!

 

Lotta dura con tutte le forme di lotta, compresa l’occupazione delle fabbriche!

 

Tutti uniti contro gli sfruttatori e il loro sistema moribondo!

 

22.6.2013 Piattaforma Comunista

 

www.piattaformacomunista.com

 

teoriaeprassi@yahoo.it

 

No TAV Torino e cintura

 

Il Movimento No Tav Torino e cintura condivide il vostro percorso e auspica un’unione sempre più allargata.

 

“Unire le lotte” è infatti l’unica strada per riuscire a minare le fondamenta di questo sistema marcio che ci “sacrifica”

 

per mero interesse.

 

L’Italia non è un paese povero, il 10 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza. Quel 10 per

 

cento è nelle mani di chi sta affondando il paese e lo fa coscientemente e metodicamente.

 

In ogni settore ci sono migliaia di piccole e grandi lotte, ogni giorno c’è qualcuno che dice NO a qualcosa. Persone

 

inascoltate e ormai sempre più spesso “aggredite” dallo stato e dai suoi manganelli, anche loro al servizio del potere.

 

Perché chi si ribella fa paura.

 

Il Movimento No Tav Torino e Cintura sta da tempo lavorando su questa linea, la manifestazione che abbiamo

 

organizzato il 13 ottobre 2012 a Ravenna contro la CMC (cooperativa muratori e cementisti, coop rossa, che ha in mano

 

una buona parte degli appalti e scempi di questo paese) andava proprio in questa direzione e ha visto partecipare molti

 

gruppi che lottano contro gli abusi dei territori sia per fini lucrosi ( No Tav, No Expo, No Cmc…) che per scopi militari

 

(No Muos, No Dal Molin…)

 

Unire i movimenti che lottano contro le devastazioni ambientali però non basta, il dispendio di denaro usato per questo

 

viene tolto a lavoro, scuola, politiche per la casa, sanità, servizi sociali.

 

Un centimetro di Tav costa 1300 euro, 10 centimetri sono lo stipendio annuo di un lavoratore (per quelli che hanno

 

ancora la “fortuna” di averlo un lavoro.

 

Ci spiace non poter essere presenti a questa assemblea ma stiamo andando tutti nella stessa direzione ed è per questo

 

che abbiamo ritenuto giusto scrivervi queste poche righe.

 

Stiamo organizzando a Torino per il 29/30 giugno due giorni di “lotta” trasversale, dal lavoro alla casa, dall’ambiente

 

agli armamenti, dalla scuola alla sanità.

 

Saranno due giornate diverse tra loro ma complementari. ( vi mandiamo a tal proposito il nostro comunicato) e vi

 

invitiamo a partecipare.

 

BUONA LOTTA

 

No Tav Torino e Cintura

 

Alessandro Nannini, Cobas Ataf Firenze

 

Partiamo dal dato fiorentino: il trasporto pubblico a Firenze è completamente in mano ai privati.

 

La giunta Renzi non ha solo venduto Ataf (l’azienda di trasporto), ma anche le quote della Tranvia e le quote di Li-nea (

 

azienda trasporto linee secondarie).

 

Contro questa vendita di un bene comune i lavoratori di ataf hanno fatto ben 9 scioperi con percentuali di adesione pari

 

al 95/98%, sono riusciti a formare insieme ai cittadini un “comitato contro la vendita di ataf”. Purtroppo tutto questo

 

non è servito a evitare la vendita, diventata ormai un punti di principio per il piccoso Sindaco di Firenze, ma è servito a

 

creare unione tra i lavoratori e cittadini, utile per continuare a lottare per la difesa del diritto alla mobilità.

 

Diritto che sta piano piano passando in mano ai padroni e al capitale che ha visto e vede nei beni comuni (trasporto,

 

acqua, rifiuti, sanità scuola ecc) un nuovo modo per arricchirsi e far soldi.

 

Ecco infatti che, per esempio, nel mondo dei trasporti, il capitalismo sta entrando di gran carriera, basta vedere cosa

 

sta facendo Busitalia (azienda completamente di proprietà di trenitalia) acquista Ataf a Firenze ma sta cercando di

 

acquistare anche le società di trasporto di Genova, Venezia, Torino e altre minori. Lo scopo è chiaro, avere il monopoli

 

sul trasporto, chi scende da un treno dovrà trovare un bus della stessa compagnia, un equazione perfetta: viaggi sui

 

treni logicamente ad alta velocità che collegano le grandi città e li trovi i bus, logicamente le linee cosiddette forti,

 

che girano nelle zone centrali e che portano introiti e guadagno, andando però a tagliare quelle che sono però le linee

 

periferiche sia dei treni che degli autobus, quelle in pratica che sono un costo, ma garantiscono la mobilità a tanti

 

cittadini, lavoratori, studenti, disoccupati, ecc.

 

Se a questo aggiungiamo che il prossimo anno la Regione Toscana bandirà la gare per tutto il trasporto pubblico su

 

gomma regionale, una gara dal valore 190 milioni annui per 9 anni, in pratica 1710 milioni di euro garantiti per 9 anni,

 

più gli introiti dei biglietti; si capisce bene con guadagni sicuri e garantiti così, il capitalismo ci si butta sopra come un

 

falco.

 

Ecco allora che, per resistere ed opporsi a tale scempio ed al saccheggio dei beni comuni da parte dei padroni, l’unica

 

soluzione è l’unione tra le varie lotte e l’unione tra lavoratori e cittadini. Opporsi e fermare questi progetti vuol dire

 

levare capitali ai padroni, a quel 3% di persone che detiene la ricchezza in Italia, vuol dire recuperare servizi sociali ai

 

cittadini, vuol dire recuperare posti di lavori e soprattutto vuol dire recuperare e ridistribuire reddito.

 

Alessandro Nannini Cobas Ataf Firenze

 

Paola Sabatini, CUB sanità Firenze

 

Nella regione toscana c’è l’esempio di come il sistema PD allargato con le cooperative, stia applicando le politiche di

 

austerità: stiamo parlando in particolare di come le sta applicando nel sistema sanitario.

 

Facendo propria la logica governativa che vede nella sanità la fonte a cui attingere per risanare la spesa pubblica,

 

sostenendo che si è vissuto al di sopra delle nostre possibilità, la regione toscana applica quanto previsto dalla spending

 

review: dal 2010 al 2014 sono stati tagliati al fondo sanitario nazionale 24 miliardi ,con 6 manovre in 5 anni, tagliati

 

oltre 7000 posti letto,introdotti nuovi ticket, bloccato il turn over, rivisti sino al 10% le convenzioni e i contratti con

 

le ditte e cooperative a cui sono appaltati i vari servizi , che già si stanno riversando con tagli di posti di lavoro e di

 

ore. Il tutto accompagnato dal quasi totale azzeramento dei fondi per il sociale, nel 2013 un decimo del 2008, che si

 

ripercuotono sui lavoratori delle cooperative sociali che hanno in appalto questi servizi.

 

Tutto questo non ha comunque alcuna giustificazione dal punto di vista economico dato che è ormai risaputo che la

 

spesa sanitaria in Italia (7% del PIL)è fra le più basse in Europa (46% di quella tedesca) e la metà di quella americana,

 

dove con il 14% del PIL è garantito solo il 35% della popolazione.

 

Il minor accesso al servizio sanitario e l’introduzione dei ticket, già dalla riforma De Lorenzo del 1992, con aumenti

 

progressivi negli anni che hanno avvicinato il costo delle prestazioni nel pubblico a quelle pagate a proprio carico nel

 

privato , comportano progressivamente un’ulteriore erosione al salario indiretto e al reddito dei lavoratori, che non

 

vedono restituirsi in servizi quanto finanziato on la fiscalità generale.

 

La regione toscana allineandosi a questa logica applica addirittura in maniera peggiorativa i provvedimenti del

 

governo.

 

La legge regionale del dicembre 2012 per il contenimento della spesa sanitaria infatti prevede misure peggiori di quelle

 

previste dal governo, a fronte anche della necessità di ripagare il buco di Massa di 400 milioni di euro, che ha portato

 

alla condanna del direttore amministrativo a 5 anni per peculato e anche ad un’inchiesta “esplorativa” su altre ASL

 

della regione toscana.

 

In particolare è previsto:

 

-riduzione dei posti letto a 3,15 ogni 1000 abitanti, mentre la riduzione prevista dal governo era di 3,7 ogni 1000

 

abitanti a fronte di una media europea di 5,6 ogni 1000 abitanti, con un taglio di oltre 2000 posti letto, che sta

 

comportando il ridimensionamento e la chiusura di molti piccoli ospedali

 

-tagli al personale sanitario ,in quanto la spesa non deve superare quanto speso nel 2004 diminuito del 1,4%: quindi

 

nessuna copertura del turn over,malattia ,maternità part time ,tagli al personale con rapporto di lavoro precario,

 

peggioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori della sanità , come si sta vedendo ad es anche su Careggi, dove

 

la modifica degli orari, la fruizione delle ferie…stanno imponendo condizioni di lavoro sempre più difficili ,che si

 

ripercuotono poi anche sulla qualità dei servizi

 

-accorpamento di servizi prestazioni e distretti: nella ASL di Firenze sono in corso accorpamenti di molti servizi

 

territoriali, che sono ostacolati dalle proteste che lavoratori ,cittadini e comitati stanno mettendo in atto contro le

 

politiche aziendali di risparmio, che comportano difficoltà nell’accesso ai servizi, aumento delle liste di attesa, e

 

spingono verso il ricorso al privato

 

– rinegoziazione dei contratti di appalto con tagli fino al 7-8% che stanno comportando per i lavoratori dei servizi

 

e degli appalti riduzioni di orario, ricorso alla cassa integrazione in deroga,licenziamenti, non rinnovi dei tempi

 

determinati.

 

Il tutto è accompagnato dall’aumento dei ticket e da una logica vessatoria su questo da parte di regione toscana e ASL ,

 

che hanno introdotto l’obbligo del pagamento anticipato e stanno facendo un accordo con Equitalia per la riscossione

 

forzosa., eludendo il diritto ad una sanità uguale per tutti e gratuita prevista dalla nostra costituzione.

 

Ma dietro questa manovre di risparmio quello che veramente si nasconde è lo spostamento di risorse invece che verso

 

servizi verso il profitto , attraverso 3 meccanismi fondamentali:

 

• il potenziamento delle lobbies e del business dell’assistenza sanitaria integrativa, a copertura di quanto non

 

viene ormai più garantito dal servizio pubblico: molti contratti stanno introducendo l’assistenza sanitaria

 

integrativa(vedi trasporti, cooperative sociali) , stesso meccanismo introdotto con la previdenza complementare

 

• il potenziamento della sanità privata e di quanti fanno profitto sulla salute,in quanto le strutture private offrono

 

a prezzi concorrenziali con il pubblico prestazioni e “ pacchetti di prestazioni” ,fra l’altro spingendo verso un

 

consumismo di prestazioni sanitarie non sempre utile

 

• il profitto generato dalle politiche immobiliari delle ASL, che creano giri di soldi poco controllabili: in

 

particolare gli investimenti nella costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project financing:,stesso

 

meccanismo usato per la TAV, che ora è ormai diventato diffuso nel servizio sanitario: meccanismo che

 

indebitando la pubblica amministrazione per 30 anni verso un fornitore di servizi, quello appunto che ha

 

costruito il nuovo ospedale(nella regione toscana ne sono stati costruiti 4 con questo meccanismo, Lucca,

 

Pistoia, Prato e Massa ma altri ne sono progettati vedi Livorno) si ripercuoterà sulla disponibilità di risorse

 

negli anni futuri con sempre maggiori tagli ai servizi per ripagare i debiti creati.

 

Per contrastare queste politiche che peggiorano le condizioni e l’attacco ai lavoratori, per il diritto al lavoro, alla salute,

 

ai servizi occorre creare un fronte unico e unire le lotte.

Comitato Promotore dell’ Assemblea di Firenze del 22 giugno “Riapriamo le fabbriche, creiamo posti di lavoro!

 

Estendiamo il conflitto, costruiamo l’alternativa!”

 

Firenze, 18 luglio 2013

 

Alcuni interventi

 

A conclusione dell’Assemblea di Firenze del 22 giugno abbiamo richiesto a chi è intervenuto di farci avere copia dei

 

loro interventi. Abbiamo così raccolto, e riportiamo di seguito, gli interventi di

 

G. Nencini, Cobas Richard – Ginori, Sesto Fiorentino, per il Comitato Promotore dell’Assemblea

 

Tonino Abruzzese – Irisbus, Grottaminarda

 

Velio Arezzini, SOS Geotermia, Monte Amiata

 

Argentino Tellini, del coordinamento lavoratori e disoccupati sardi

 

Massimo Bani, Terra Bene Comune, Firenze

 

Marco Spezia, redazione di Know Your Rights

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa Teverola

 

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia – Ex Colorificio Occupato, Pisa

 

Leonardo Mazzei, Movimento Popolare di Liberazione

 

Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna

 

Piattaforma Comunista

 

No TAV Torino e cintura

 

Alessandro Nannini, Cobas ATAF Firenze

 

Paola Sabatini, CUB sanità Firenze

 

Intervento introduttivo, letto da G. Nencini, Cobas Richard – Ginori, per il comitato promotore dell’assemblea

 

All’assemblea di Grottaminarda è stato detto forte e chiaro: è necessario, ora più che mai, che i lavoratori riprendano

 

in mano il proprio destino. Lo devono fare di fronte a questa crisi che distrugge il lavoro, che crea disoccupazione e

 

povertà, che devasta il tessuto produttivo del nostro paese e di conseguenza destruttura tutta la società, una crisi che

 

sembra non avere fine e a cui si risponde con governi senza nessuna legittimità democratica nati con l’unico obbiettivo

 

di continuare a salvaguardare gli interessi dei poteri economici e se stessi.

 

Lo devono fare perché siamo in presenza di un sindacato confederale che da anni ha rinunciato ad essere anche

 

lontanamente conflittuale e che addirittura ora si configura come pezza di appoggio e conseguente a quelle logiche,

 

esclusivamente interessato a salvaguardare la propria esistenza e permanenza nel sistema di potere di cui ormai

 

strutturalmente fa parte. Né è la prova il patto sulla rappresentanza che CGIL CISL e UIL hanno firmato recentemente

 

con Confindustria, un accordo che rappresenta una regressione gravissima sul piano della democrazia, costruito per

 

impedire rappresentanze altre e che arriva persino a rendere solo “auspicabile” la consultazione dei lavoratori sulle cose

 

che li riguardano direttamente e a negare il sacrosanto diritto allo sciopero.

 

Sindacati governo e Confindustria si riconoscono e si legittimano a vicenda asserragliandosi in un fortino impermeabile

 

e sordo alle esigenze dei lavoratori. E non è un caso quindi che l’Italia sia l’unico paese nel Mediterraneo, in Europa,

 

che subisce l’effetti della crisi senza che vi sia traccia di un sussulto popolare, di una protesta dei ceti che più degli altri

 

vivono sulla propria pelle la drammaticità della crisi.

 

Ora più che mai dicevamo, è necessario che i lavoratori riprendano in mano il proprio futuro e, senza deleghe, provino

 

loro stessi a elaborare una proposta alternativa che sia in grado di determinare una rottura con gli schemi che ci vengono

 

continuamente proposti, per contrastare l’attacco che porta alla chiusura delle fabbriche, alla cassa integrazione, alla

 

crescente disoccupazione e povertà.

 

A Grottaminarda il 6 aprile è stato compiuto un primo passo in questa direzione. I lavoratori di tante aziende, ma non

 

solo, anche comitati in difesa dell’ambiente, del bene comune, disoccupati, studenti, perché tutto è collegato e la crisi,

 

ma soprattutto le politiche messe in atto tutte tese a salvaguardare il sistema economico, questo governo ha già regalato

 

decine di miliardi a banche e industriali sottraendo risorse al paese, colpiscono ogni settore della società, tutte queste

 

realtà che resistono si sono ritrovate per portare a conoscenza degli altri le proprie esperienze di lotta e di resistenza.

 

Si è costruito così un sistema di relazioni dal basso che ha avuto come effetto la possibilità di realizzare questa

 

seconda assemblea a Firenze e quindi il proseguo di quel percorso. Pensiamo sia un passo importante perché mettere

 

in relazione le varie esperienze vuol dire cominciare a parlare lo stesso linguaggio, vuol dire cominciare a organizzarci

 

concretamente per provare a difendersi da chi vuole, alle volte anche con la scusa delle crisi, abbattere diritti e tutele,

 

limitare gli spazi di democrazia, rispondere a chi ha tutto l’interesse invece a tenere separati i lavoratori.

 

Vuol dire proporre le stesse rivendicazioni valide per tutti, vuol dire organizzarci per difenderci dalla “lotta di classe

 

al contrario”, quella lotta che i “padroni” non hanno mai dismesso verso di noi, nonostante le finzioni di parole

 

apparentemente amiche utilizzate dai vari Della Valle, dai vari Montezemolo e infine addirittura dai vari Squinzi che

 

cercano di sembrare “padroni amici” parlando di “baratro”, di nuovi investimenti e sgravi per continuare ad arricchire

 

sempre e solo gli stessi padroni che in questi anni non hanno perso nulla del proprio profitto, nulla del proprio denaro

 

e che invece ci vogliono far credere di avere il nostro stesso destino in nome del quale chiedono nuove politiche per il

 

lavoro ma non certo per il lavoratori.

 

Uscire dall’isolamento, mettersi insieme, discutere sulle modalità di coordinamento delle lotte oggi è una

 

NECESSITA’. Crediamo infatti che sia lacerante e fallimentare ritenere che si possa continuare con l’attuale

 

dispersione: ricucire le varie realtà dev’essere il primo passo per uscire dall’isolamento e rilanciare il nostro sguardo

 

verso fattibili ed efficaci iniziative più generali.

 

Diventa quindi necessario fare un passo avanti. E’ indispensabile provare a costruire delle proposte alternative, mettere

 

in campo le nostre idee per contrastare quelle ricette con cui si vuole affrontare la crisi ma che nascondono solo un

 

maggiore sfruttamento dei lavoratori. E’ storia, dalle crisi i padroni né sanno uscire solo così.

 

A Grottaminarda abbiamo cominciato a discutere di tanti temi, che ora necessitano di un approfondimento. Abbiamo

 

parlarlato delle pratiche di autogestione delle fabbriche. Utopia? Direi di no. Abbiamo ascoltato le esperienze di chi

 

l’ha fatto, prima tra tutti la Ri.Ma.Flow di Trezzano sul Naviglio Ma gli esempi di lavoratori che si sono organizzati

 

in cooperative per proseguire l’attivita o per riconvertirla sono tanti più di quanti si possa pensare. Organizzando

 

questa assemblea ne abbiamo scoperti di nuovi, anche vicino a noi, nel Mugello, nella Val d’Elsa. Si può fare. Là

 

dove ci sono le condizioni si può tentare. Si deve tentare perche questa pratica può essere una delle modalità per

 

rispondere al modello di gestione delle crisi che fino ad oggi si è dimostrato assolutamente fallimentare. Fallimentare

 

per i lavoratori ovviamente. Molti di noi hanno ben presente come si sono gestite le crisi nella nostra regione: si

 

conclama la crisi dell’azienda, la chiusura, i sindacati che come dei becchini la certificano e si limitano al rastrellamento

 

degli ammortizzatori sociali, le istituzioni che entrano in campo per trovare un acquirente che spesso invece di un

 

imprenditore si dimostra solo un prenditore, interessato solo alla speculazione o peggio ancora al furto, vedi ex

 

Elettrolux o Mabro di Grosseto. Tutte uguali, tutte con lo stesso tragico epilogo, lavoratori licenziati e senza prospettive.

 

Ebbene ci deve essere una strada diversa, quella dell’autogestione può essere una. E qualcosa si sta muovendo,

 

a conferma che evidentemente il tema delle autogestioni non può essere relegato ad un’idea impraticabile e frutto

 

della fantasia di qualche romantico sognatore se per esempio il Movimento Cinque Stelle ha presentato una modifica

 

alla legge fallimentare che prevede nel percorso fallimentare di una azienda anche questo sbocco, una modifica alla

 

legge che facilita questa possibilità. Anche in Regione Toscana c’è stato un dibattito, su iniziativa di alcune forze

 

politiche, per tentare di cambiare l’atteggiamento delle Istituzioni di fronte alle crisi delle aziende. Perché non pensare

 

a sostenere i tentativi di autogestione, nella fase di start up per esempio, o fornendo strumenti come conoscenze

 

o i tecnici che possano aiutare i lavoratori ad avviare la produzione. In questo contesto così drammatico prima che

 

un’azienda chiuda e si perdano posti di lavoro è necessario provare qualsiasi strada, anche perché quelle sperimentate

 

ad oggi, ormai è accertato, si sono dimostrate appunto tutte dei fallimenti. L’autogestione, ma anche il tema della

 

nazionalizzazione laddove si dismettono i settori più strategici e indispensabili per un paese anche come risposta ai

 

processi di delocalizzazione delle produzioni, perché quando si delocalizza non è che non ci sia più il lavoro, si decide

 

semplicemente di farlo da un’altra parte per aumentare o lasciare inalterati i profitti.

 

All’assemblea del 6 aprile è stato affrontato anche il tema della riduzione della giornata di lavoro a parità di salario,

 

l’unico in grado di unificare chi è ancora dentro ai processi produttivi con chi né sta uscendo o né è già uscito e con la

 

massa crescente di disoccupati.

 

E ancora il contrasto alle leggi che hanno reso strutturale la precarietà, e contro quelle che si faranno che, con la scusa

 

della semplificazione per rilanciare l’economia, nascondono ancora un abbassamento dei diritti e delle tutele dei

 

lavoratori. Si sta già parlando di semplificare le norme in materia di tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di

 

lavoro in un panorama dove l’infortuni e le morti sul lavoro continuano ad essere una piaga vergognosa per il paese e

 

non accennano a diminuire, e se le statistiche affermano il contrario è solo perchè sempre meno persone sono occupate.

 

Questa crisi ha portato via con se un milione e mezzo di posti di lavoro.

 

I temi che possono essere discussi sono tanti quindi, e vanno affrontati con il coraggio e la determinazione di chi vuol

 

provare a cambiare davvero lo stato delle cose. Abbiamo pensato quindi a questa assemblea come ad un momento

 

nel quale, più che parlare delle singole realtà, si cominci finalmente a fare un discorso più vasto, a considerare i modi

 

e i tempi con cui dare anima e corpo agli obiettivi che ci proponiamo e che non potranno essere definiti che con un

 

confronto ampio, senza paure, senza precostituite difese di parte. Non abbiamo da difendere ‘particolarità’: dobbiamo,

 

al contrario, superarle, certo facendo tesoro delle esperienze che sono state fatte, ma nella consapevolezza che nessuna

 

parzialità sarà in grado di scalfire gli equilibri che oggi ci vedono sopraffatti.

 

Coraggio e determinazione dicevo. Io sono un lavoratore e un delegato sindacale della Richard Ginori e penso che

 

questi due elementi siano stati messi ampiamente in campo dai lavoratori in un anno di vertenza. Penso che i lavoratori

 

della Richard Ginori abbiano dimostrato che con il conflitto, quindi uscendo da quelle logiche e dai quei modelli

 

sindacali di gestione delle crisi, prendendo in mano appunto il proprio destino, senza delegarlo a nessuno, sia possible

 

ottenere risultati che non si possono declinare in una vittoria ma che hanno rappresentato comunque la salvezza

 

dell’attività e della maggioranza dei posti di lavoro.

 

E hanno condotto questa lotta in completa solitudine, per scelta, perché sapevano che per salvarsi era necessario uscire

 

da quelle logiche, dai soliti riti sindacali, sottrarsi ai teatrini degli incontri presso le istituzioni, provando a trovare nuove

 

forme di lotta per attrarre solidarietà, gestire in autonomia la loro battaglia perché solo così era possibile perseguire il

 

proprio esclusivo interesse: quello del LAVORO.

 

Lo hanno fatto fin dal primo momento rifiutandosi di condividere con tutti gli altri, sindacati, politica, istituzioni, la

 

novella che raccontava l’azienda che la crisi di Richard Ginori fosse determinata dalla mancanza di credito causata dalla

 

crisi e dalle difficoltà economiche generali. Denunciando invece che la proprietà aveva fatto morire la fabbrica perché

 

non aveva come obbiettivo l’attività ma casomai la speculazione che poteva effettuare sulle aree dello stabilimento. Per

 

inciso il proprietario era Roberto Villa e ora è indagato per la banda del 5% del Monte dei Paschi di Siena. Istituzioni, e

 

i sindacati lo hanno sostenuto fino a quando la misura della decenza non è stata colma.

 

E hanno combattuto da soli la propria lotta riuscendo a orientare la scelta dei liquidatori verso un imprenditore con un

 

piano industriale serio e di prospettiva quando tutti premevano per vendere l’azienda a un imprenditore con forti legami

 

economici e politici, che non solo voleva licenziare 2/3 dei lavoratori ma aveva in progetto poi di delocalizzare tutta la

 

produzione in Germania,.

 

Ma non è stato sufficiente, perché i poteri forti si sono riorganizzati e con una sentenza del tribunale di Firenze che

 

ancora oggi risulta incomprensibile, nonostante la fabbrica fosse già venduta e pronta a ripartire con le migliori

 

prospettive, Richard Ginori è stata dichiarata fallita.

 

Ma i lavoratori hanno risposto con un’occupazione e poi con un presidio che è arrivato da gennaio fino a questi giorni,

 

determinando con la loro lotta che nessuno si dovesse sottrarre alla responsabilità sociale di salvaguardare il lavoro e

 

l’occupazione.

 

Nonostante il forte condizionamento con cui si è svolta la trattativa con la nuova proprietà, che aveva fatto al Tribunale

 

un’offerta prendere o lasciare, 230 lavoratori e 71 esuberi e del condizionamento del tribunale stesso che con una

 

intromissione gravissima lasciava intendere che se non si fosse raggiunto un accordo sindacale con questi presupposti,

 

accordo a cui era stata subordinata tutta l’operazione, non avrebbe più venduto la fabbrica nella sua interezza ma

 

l’avrebbe spezzettata, è stato raggiunto un accordo che ha avuto come elemento di valore che alla fine i lavoratori in

 

esubero fossero ricollocati con contratti a tempo indeterminato.

 

E anche se sono state offerte ricollocazioni in cooperative di servizi, con tutti i limiti che questo tipo di lavori hanno

 

in termini di condizioni, di retribuzioni e orari di lavoro, e per questo dicevo che non si può parlare di vittoria perché

 

comunque c’è una sofferenza per quei lavoratori che hanno dovuto lasciare la Richard Ginori, comunque nessuno è

 

rimasto a casa.

 

Io penso che questo risultato sia stato raggiunto perché i lavoratori hanno messo in campo quel tipo di lotta, uscendo

 

dagli schemi, perché hanno praticato il conflitto, quello vero, quello verso il sistema che ci viene imposto.

 

Tonino Abruzzese – Irisbus, Grottaminarda

 

L’assemblea di Firenze del 22 giugno e la necessità di unificare il movimento di lotta

 

Questa assemblea è la seconda tappa del percorso iniziato con l’assemblea di Grottaminarda e finalizzato a collegare

 

le tante realtà in lotta che permangono nell’isolamento o lo rischiano, in un momento nel quale l’attacco capitalistico

 

contro la classe operaia si caratterizza non solo per la forza con cui vengono colpiti i posti di lavoro e le nostre

 

condizioni di vita, ma anche per l’assoluta chiusura del quadro politico e sindacale intorno alla difesa degli interessi

 

del capitale, predicata sotto varie forme ma con l’unico scopo di inculcare l’impossibilità di uscire dalla crisi senza le

 

medicine proposte da governanti, politicanti, finanzieri e industriali di turno.

 

Questi tratti dell’attuale situazione devono essere ben presenti come punto di partenza del nostro essere qui. Di questo

 

dobbiamo essere ben consapevoli: ci raccontano che la crisi colpisce tutti e che per uscirne si devono applicare politiche

 

tutte interne ai meccanismi che hanno portato alla crisi: secondo questi signori solo i nostri sacrifici possono poi –

 

chissà quando e chissà come- far uscire da un tunnel di cui però nessuno conosce la lunghezza. Fatto sta che nell’ultimo

 

quindicennio è avvenuto uno spostamento senza precedenti di ricchezza dai salari ai profitti e ai forzieri dei banchieri;

 

fatto sta che l’attacco a cui siamo sottoposti sta determinando una massa di disoccupati senza precedenti, ben oltre le

 

già altissime cifre che forniscono le fonti ufficiali. Fatto sta che questo attacco sta frantumando la nostra classe in tanti

 

settori separati, con una divisione alimentata ad arte fra occupati e cassintegrati, precari e disoccupati, con la creazione

 

di mille modi diversi di vivere un’esistenza sempre più lontana da un minimo di stabilità.

 

Eppure, mai come oggi si sbandiera, da parte delle sirene dell’informazione e dei partiti, la fine della lotta di classe,

 

che sarebbe ormai un ferrovecchio da consegnare al passato, sostituendola con la necessaria ‘collaborazione’, con la

 

sottomissione ad ogni esigenza del ciclo produttivo, fino a ritrovarsi senza lavoro e in questo caso esperti economisti

 

giornalisti sono lì a piangere lacrime di coccodrillo e a chiedersi quando finirà e cosa mai fare. Eppure, in questo mondo

 

dove sarebbe tramontata la lotta di classe, MAI COME IN PASSATO il capitale scatena la SUA lotta di classe contro i

 

lavoratori, e questo lo sappiamo non perché ce lo dicono gli esperti, ma perché lo paghiamo e lo scontiamo sulla nostra

 

pelle.

 

Questo attacco conta su molti punti di forza. Oltre che sul quadro politico e buona parte di quello sindacale, oltre

 

che sull’informazione, che martella sempre e solo in un’unica direzione, oltre che sull’uso intimidatorio e preventivo

 

dell’apparato repressivo, conta anche su un contesto nel quale le varie realtà in lotta, nelle fabbriche e nel territorio,

 

si caratterizzano per il loro isolamento, che rischia di affogare o affoga qualsiasi tentativo di resistere, mentre è facile

 

che in questa situazione si faccia strada uno scoramento che porti ad abbandonare il piano della lotta per rovesciare, o

 

almeno contrastare, l’attacco capitalistico in atto.

 

In questo scenario, la possibilità di incontrarci, di discutere sulla situazione, sulle modalità con cui lottare, sul

 

necessario coordinamento da dare alle realtà in lotta, diventa NECESSITA’. E’ riduttivo e fallimentare ritenere

 

che si possa continuare con l’attuale dispersione, pensare di risolvere o contrastare rimanendo nel proprio orticello,

 

limitandosi alla difesa a spada tratta della propria esperienza di lotta, difesa questa che è sacrosanta, ma che non

 

può e non deve bastare, perché è necessario andare oltre, ricucire le varie realtà, collegarle: dev’essere questo il

 

primo passo per cominciare a emergere dal tunnel dell’isolamento verso fattibili ed efficaci iniziative generali. Non

 

dobbiamo temere le diversità che pure sussistono tra di noi, né porre pregiudiziali dinanzi a questa prospettiva, nella

 

consapevolezza che l’orizzonte nazionale, già così difficile da perseguire, è esso stesso insufficiente se non si pone

 

come momento di orizzonti più vasti, internazionali.

 

Dalle esperienze singole di lotta al loro collegamento è il primo passo. Ma collegare IN VISTA DI CHE COSA?

 

-di un coordinamento che renda sempre più ampio e solido l’insieme delle lotte e delle esperienze;

 

-di iniziative generali che UNIFICHINO non solo le tante realtà, ma che potenzialmente siano in grado di raggiungere

 

tutte quelle ‘aree’ in cui l’attacco capitalistico ha frantumato la nostra classe: senza questo perseguimento e senza questa

 

tensione in avanti non ci sarà modo di far sì che la nostra diventi una lotta efficace.

 

Contrastare l’attacco che comporta licenziamenti, cassa integrazione, crescente disoccupazione, significa cominciare

 

a proporre con forza l’obiettivo della riduzione della giornata di lavoro a parità di salario, l’unico in grado di

 

unificare chi è ancora dentro ai processi produttivi con chi ne sta uscendo o ne è già uscito e con la massa crescente di

 

disoccupati ‘ufficiali’ e disoccupati senza speranza.

 

Così come è necessario costruire obiettivi che contrastino i processi di delocalizzazione della produzione, partendo

 

dalle pratiche di autogestione e passando alla parola d’ordine della nazionalizzazione, nei casi in cui si intenda

 

chiudere e mettere sul lastrico i lavoratori.

 

Non troveremo partiti e forse neppure sindacati che appoggino conseguentemente questi obiettivi: perseguirli è un

 

compito che spetta a noi e per ora si concretizza nella presa di contatto, nella creazione di un coordinamento che deve

 

essere sempre più grande e in grado di costruire la prospettiva passo dopo passo, senza che ci si lasci più infinocchiare

 

dai discorsetti del politicantume.

 

Allo stesso tempo, è essenziale prendere contatti quanto più possibile con realtà che si muovono nell’orizzonte

 

internazionale: l’attacco capitalistico si muove oltre ogni confine; dobbiamo imparare anche noi a collegarci su piani

 

sempre più vasti.

 

Pensiamo all’assemblea fiorentina come a un momento nel quale, oltre che parlare delle singole realtà, si cominci

 

finalmente a fare il discorso più vasto a cui accennavamo, a considerare i modi e i tempi con cui dare anima e corpo

 

agli obiettivi che ci proponiamo e che non potranno essere definiti che con un confronto ampio, senza paure, senza

 

precostituite difese di parte. Non abbiamo da difendere ‘particolarità’: dobbiamo, al contrario, superarle, certo

 

facendo tesoro delle esperienze che sono state fatte, ma nella consapevolezza che nessuna parzialità sarà in grado di

 

scalfire gli equilibri che oggi ci vedono sopraffatti.

 

E’ per questi motivi che invitiamo tutte le realtà in lotta e quanti sentono l’urgenza di superare il momento attuale, che

 

sembra avere poche vie di uscita, a partecipare, a dire la loro sui temi del coordinamento delle lotte e degli obiettivi

 

che si devono proporre: obiettivi, ripetiamo, che siano in grado di unificare, di far compiere un passo avanti alle tante

 

esperienze di lotta che rischiano di rimanere confinate nel ‘locale’, disperdendo, peraltro, un patrimonio di forze che,

 

invece, è necessario rinsaldare.

 

Velio Arezzini, SOS Geotermia, Monte Amiata

 

Sono Velio Arezzini, membro di SOS geotermia dell’Amiata. L’Amiata è un antico vulcano, una montagna alta 1735

 

metri che è stata, per quasi cento anni, fino al 1976, anno di chiusura, fra le più importanti miniere di mercurio del

 

mondo, con una occupazione fino a 2000 minatori. Una zona che ha visto una classe operaia forte, uno scontro di classe

 

forte, conosciuto a livello nazionale, al pari delle lotte della Fiat negli anni 60’-70’, contro la società mercurifera prima

 

privata e poi pubblica. Una lotta per i diritti dei lavoratori contro le società padronali proprietarie delle miniere.

 

Ora, dopo la chiusura delle miniere, l’Enel ha scoperto la ricchezza dei giacimenti geotermici dell’Amiata e vuole

 

perpetrare una politica di sfruttamento e di rapina del nostro territorio, come le vecchie società mercurifere, per il solo

 

profitto e interesse. Una multinazionale, l’Enel, che sta distruggendo il nostro territorio, il nostro ambiente, le nostre

 

risorse naturali, in particolare le nostre acque.

 

Abbiamo aderito a questa assemblea come SOS geotermia, coordinamento dei movimenti dell’Amiata, perché ci siamo

 

ritrovati pienamente in molti punti dell’Appello di invito a partecipare a questa importante assemblea sui problemi

 

dell’occupazione e della creazione di nuova occupazione. In particolare ci ritroviamo nella parte dell’Appello che

 

afferma “……è necessario coordinare le azioni di lotta e confrontarsi per iniziare ad elaborare e sperimentare la messa

 

in campo di possibili misure atte alla ripresa delle produzioni utili alla collettività o alla conversione di quelle

 

dannose, salvaguardando i posti di lavoro, i diritti e le condizioni di vita dei territori, creando nuovi posti di

 

lavoro”.

 

Ecco, noi nell’Amiata, stiamo lottando per questo. Per affermare scelte diverse da quelle che ci vuol propinare l’Enel

 

con l’avvallo della regione Toscana, in primis del suo presidente Rossi.

 

Sembrerà paradossale lottare contro la geotermia che è intesa in senso generale, anche da tanti ambientalisti,

 

come una energia “rinnovabile e pulita”. Ma in Amiata le cose non stanno così. La geotermia nell’Amiata non è né

 

rinnovabile né pulita:

 

-è fonte di inquinamento ambientale. Basti vedere alcuni dati, senza annoiarvi con i numeri, ma solo per comprendere

 

le dimensioni di tali emissioni. In tutta l’area amiatina le 5 centrali oggi esistenti emettono: acido solfidrico (H2S) 2492

 

tonnellate all’anno; mercurio(HG) 760Kg annui; arsenico (As) 84 Kg all’anno; ammoniaca (NH3) 3132 tonnellate

 

all’anno; acido borico 11.155 Kg all’anno. Sono dati non nostri, di SOS geotermia, ma della stessa Regione Toscana

 

(tratti dalla delibera della giunta regionale n° 344 del 22.03.10, riferiti all’anno 2007). Sono causa di inquinamento

 

ambientale e sicuramente, dell’eccesso di mortalità nel nostro territorio rispetto ad altre zone limitrofe non geotermiche

 

della toscana. Lo studio ARS della regione ha infatti confermato tale situazione registrando un tasso di mortalità del più

 

13% (negli uomini) in Amiata. Ma il direttore dell’ARS (Dott. Cipriani) ha affermato che non dipende dalla geotermia

 

ma dagli stili di vita (mangiamo e beviamo troppo). Una vera e propria provocazione per noi amiatini. E ora vorrebbero

 

fare in più una nuova megacentrale di 40MWatt a Bagnore 4 e raddoppiare l’attuale produzione delle centrali a

 

Piancastagnaio.

 

– è distruttiva del territorio, con cementificazione, chilometri di tubazioni di gas geotermico, strade, piazzole, centrali

 

ecc.

 

-è distruttiva del grande patrimonio di acqua potabile che l’Amiata rappresenta. Siamo infatti il più grosso bacino idrico

 

del sud della Toscana e del centro Italia, che dà acqua potabile per 700.000 persone e alle province di Siena, Grosseto,

 

Viterbo.

 

– che non crea occupazione perché dopo le briciole di qualche sub-appalto alle aziende edili locali per la costruzione

 

delle centrali, per il funzionamento delle stesse in produzione di energia elettrica, sono previsti solamente 40 addetti

 

circa, poiché sono centrali telecomandate.

 

-che serve solo alla multinazionale Enel per avere i contributi previsti per legge, per le rinnovabili e per i certificati

 

verdi. Per questo l’Enel da i soldi ai comuni dell’Amiata sotto forma di “compensazioni ambientali”. In sostanza ci

 

inquinano ma…ci pagano.

 

Ma si può, in nome di produrre sempre più energia e solo per il profitto distruggere un territorio, mettere a rischio la

 

salute di lavoratori e cittadini, il grande patrimonio che è l’acqua potabile?

 

Si pone quindi la necessità a partire dalla nostra esperienza sull’Amiata, di una battaglia più generale che ponga

 

al centro, non tanto uno sviluppo qualunque, subordinato alle scelte delle lobby, delle multinazionali, della

 

Confindustria avvallato dal governo e dai partiti che lo sostengono, ma un diverso sviluppo che ponga al centro

 

i problemi del lavoro e dei suoi diritti insieme alla salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente e una nuova

 

qualità della vitaEcco perché le lotte sul lavoro e sull’ambiente e la salute non devono, non possono diventare antagoniste ma

 

unificarsi negli obbiettivi di lotta come poniamo al centro delle lotte dell’Amiata. Noi non lottiamo solo contro le

 

scelte dell’ENEL e della regione toscana ma per un diverso sviluppo economico. E’ quindi una battaglia alternativa

 

a questo sistema. Non è questa (dell’ENEL) l’Amiata che vogliamo. La nostra non è una battaglia solo per i no alle

 

centrali geotermiche per l’inquinamento e la distruzione del territorio che ci creano. Ma è una lotta per il si. Per la

 

valorizzazione in termini economici occupazionali del grande patrimonio ambientale che l’Amiata ha; per una diversa

 

scelta energetica che punti prima di tutto al risparmio energetico, ai piani energetici comunali (che nessun comune ha),

 

all’utilizzo del calore della bassa entalpia per le iniziative di sviluppo economico del territorio (serre, acquacoltura,

 

teleriscaldamento ecc.). Ma l’ENEL non è interessato a questo ma solo all’alta entalpia per la produzione di energia

 

elettrica.

 

Ecco quindi che l’uso del calore e delle basse entalpie, della produzione di energia elettrica in un territorio va affrontato

 

con una battaglia per un piano collettivo locale di autogestione delle risorse energetiche, per il controllo e la gestione

 

democratica da parte dei cittadini per favorire nuova occupazione e cooperative di autogestione di lavoratori. Un terreno

 

di lotta che parte dai vari territori ma che si collega a una battaglia più nazionale per il controllo delle risorse da parte

 

dei lavoratori e dei cittadini.

 

L’ambiente e la sua salvaguardia la gestione delle sue risorse non è (non può essere) una battaglia da lasciare a pseudo

 

comitati nazionali o diventare una battaglia di “nicchia” di gruppi di ambientalisti, ma deve diventare terreno di

 

iniziative e di lotta per il lavoro vero, per la qualità del lavoro, per la democrazia e la partecipazione dal basso sulle

 

scelte economiche e occupazionali da fare, riappropriandoci del nostro territorio, collegando le lotte operaie delle

 

fabbriche a quelle più ampie dei cosiddetti “beni comuni”, come ad esempio ha dimostrato il referendum sull’acqua

 

pubblica che deve diventare non solo la riappropriazione di questo importante bene comune ma una battaglia nazionale

 

per un piano di interventi per la salvaguardia e valorizzazione dell’acqua con nuova occupazione e lavori socialmente

 

utili. Ecco un esempio di come un tema importante ambientale (l’acqua), può diventare terreno di mobilitazione sui temi

 

per “creare nuovo lavoro” come scritto nel manifesto dell’assemblea.

 

Un altro tema analogo di lotta che collega il tema dell’ambiente al tema del lavoro, è quello sui “rifiuti zero” dove è

 

in atto una raccolta di firme per una proposta di legge e dove vi sono già alcuni esempi (frutto di mobilitazione dei

 

cittadini) di una gestione del tema rifiuti zero che ha comportato maggiore occupazione (anche consistente) e quindi

 

nuovo lavoro per i disoccupati e una diminuzione delle tariffe per i cittadini. Anche questa è una battaglia che si

 

contrappone alle scellerate scelte degli inceneritori e delle lobby che intendono solamente speculare sul tema dei rifiuti

 

e che ricollega le varie battaglie territoriali ad una battaglia più generale.

 

Vorrei sottolineare un altro tema molto importante sempre su questa linea di collegare le battaglie locali ambientali

 

a temi nazionali per il lavoro e per una nuova economia, quale è quello lanciato dal “forum per una nuova finanza

 

pubblica e sociale” a Firenze il 13 aprile 2013. Si tratta di riportare ad un controllo, ad una gestione democratica, i soldi

 

della cassa depositi e prestiti (guarda caso attualmente gestita da Bassanini del PD) che ammontano a circa 230 miliardi

 

di euro (una enormità di soldi) che derivano dal risparmio delle poste sui libretti dei pensionati e cittadini piccoli

 

risparmiatori e che vengono spesso utilizzati dalle banche per finanziare grandi opere inutili. Non è vero che i soldi non

 

ci sono. Ci sono ma sono utilizzati solo per i loro interessi e della confindustria.

 

E’ un tema questo importantissimo che si collega alle lotte che ho riportato sopra poiché affronta il problema del credito

 

controllato e gestito dai lavoratori e cittadini. Il forum ha posto infatti fra i temi essenziali di questa battaglia, l’accesso

 

al credito della nuova finanza pubblica, non solo i progetti per i beni comuni ( acqua ecc.), ma l’accesso al credito per

 

finanziare le forme dell’autogestione delle fabbriche da parte dei lavoratori.

 

Sappiamo tutti che una delle maggiori (anzi la principale) difficoltà ad affrontare il tema dell’autogestione delle

 

fabbriche è la mancanza di accesso al credito. Le banche ti chiedono; che garanzie hai? E quando gli dici che vuoi

 

autogestire una fabbrica ti chiudono subito la porta di accesso. Avere quindi uno strumento di accesso al credito quale

 

quello proposto dal “forum per una nuova pubblica e sociale”, vorrebbe dire dare un punto di riferimento concreto e

 

una speranza a tutte le lotte operaie di autogestione e alle cooperative di disoccupati che si possono formare sui temi

 

dell’ambiente e dei lavori socialmente utili.

 

Beni comuni, rifiuti zero, finanza pubblica ecc. rappresentano quindi dei punti dei riferimento di una battaglia più

 

generale a cui collegare le lotte sia nelle fabbriche che nel territorio per il lavoro, l’autogestione, le cooperative di

 

disoccupati, la difesa e valorizzazione dell’ambiente, per riappropriarci delle scelte sul proprio territorio contro le opere

 

inutili quali la TAV, il ponte sullo stretto di Messina gli inceneritori nuove autostrade e cementificazioni.

 

L’esempio della battaglia dell’Amiata e dei temi di iniziativa di lotta nazionali che ho accennato dimostrano quindi

 

che abbiamo un campo tutto aperto e ampie possibilità per delle lotte che uscendo dal solo aspetto particolare riescano

 

a collegarsi ad una battaglia più ampia e come hanno posto diversi interventi che mi hanno preceduto a fare “rete

 

comune”, per riappropriarci della gestione e delle scelte sui temi del lavoro e dell’economia da parte dei lavoratori e dei

 

cittadini contro gli esclusivi interessi speculativi e di potere delle lobby economiche e politiche che governano il nostro

 

paese.

 

Argentino Tellini, del coordinamento lavoratori e disoccupati sardi

 

Sono convinto che ripartire dalla base, dagli operai, dai lavoratori e dai disoccupati, sia la strada maestra per sovvertire

 

l’omologazione politica , ma soprattutto questa classe politica, che ha portato l’Italia nel baratro. Non sarà certo un

 

percorso facile, 25 anni di “Berlusconismo” e di collusione di grandissima parte del centro sinistra con esso, ha prodotto

 

nel nostro paese spaventose lacerazioni sociali ed ha anche introdotto nella cultura ed etica di massa il germe

 

dell’egoismo e del liberismo, a discapito della solidarietà e fratellanza fra gli individui. Queste politiche, specie sul

 

terreno economico e del lavoro hanno distrutto lo stato sociale e i diritti che si sono conquistati in tantissimi anni di

 

lotte. Quello che stiamo vivendo è quindi un autentico dramma: generazioni di giovani senza lavoro e senza prospettive,

 

ma anche centinaia di migliaia di cinquantenni che, espulsi dal tessuto produttivo, non possono più rientrarvi. Per non

 

parlare dei milioni di precari e del precariato, che ormai è il vero regime lavorativo italiano, con questi lavoratori

 

sempre più ricattati e male rappresentati. Le politiche restrittive e suicide dell’Europa, che con la linea dell’austerità

 

imposta dalle Banche e dalle lobby finanziarie , non stanno facendo altro che peggiorare le cose : esse comprimono

 

l’economia, la soffocano, ne diminuiscono i consumi e soprattutto producono generazioni di disoccupati. A nulla

 

servono le preghiere ed i continui moniti di economisti di livello mondiale che condannano e criticano l’Unione Europea

 

e gli Stati Membri per queste scellerate politiche restrittive. La grande finanza internazionale, la vera padrona della

 

politica attuale , continua a non sentirci. L’attuale Governo italiano, con l’accordo-inciucio fra PD e PDL, è in perfetta

 

linea con Bruxelles, in continuità con il Governo Monti, e non sembra in grado ne del resto ha la volontà politica di

 

opporsi a questa situazione, dando attuazione a provvedimenti suicidi come il “Fiscal Compact”. Occorre perciò

 

formare una vera opposizione sociale, che veda come protagonisti ed attori del cambiamento proprio i lavoratori ed i

 

disoccupati. Le condizioni ci sono tutte. Ben vengano quindi le assemblee e le iniziative di riunificazione di un blocco

 

popolare e sociale alternativo, come quella di Firenze. Anche in Sardegna stiamo seguendo questo percorso, con

 

importanti assemblee popolari effettuate a P.Torres ed Ottana, che assieme al Sulcis sono lo specchio del momento

 

terribile che stiamo vivendo, lo specchio di una mancanza di un piano industriale che ha prodotto macerie, danni

 

ambientali ed una disoccupazione fra le più alte del nostro Paese. Il coordinamento sardo dei lavoratori e dei disoccupati

 

ad Ottana ha approvato un documento che invita alla mobilitazione della società sarda, stabilendo che è indispensabile

 

l’unione fra disoccupati, operai , lavoratori dell’industria, quello del mondo agro pastorale e della piccola impresa.

 

E’ stato inoltre ribadito che far convivere industria, rispettosa dell’ambiente e della dignità del lavoro, con turismo,

 

pastorizia, agricoltura e terziario è mai come ora necessario, anzi è la vera sfida del futuro del popolo sardo. Nelle

 

prossime iniziative del coordinamento dei lavoratori e disoccupati sardi ,che saranno di mobilitazione e lotta , ma anche

 

di proposta, indicheremo in maniera più esplicita e dettagliata le nostre piattaforme, i nostri programmi ed obbiettivi.

 

Collaboreremo e ci rapporteremo naturalmente con chi in altre realtà segue il nostro stesso cammino. Come si vede,

 

siamo già in tanti………..

 

Massimo Bani, Terra Bene Comune, Firenze

 

Ringraziamo calorosamente gli organizzatori dell’incontro di Firenze e salutiamo con affetto tutte le persone che vi

 

hanno preso parte.

 

Il Comitato Terra Bene Comune nasce per opporsi alla svendita del demanio pubblico (e in particolare delle terre

 

demaniali) rilanciata dal governo Monti con il decreto salva Italia. Presto ci siamo resi conto che dovevamo essere

 

propositivi e non fare solo una battaglia (impossibile) difensiva. Così abbiamo cominciato a raccogliere progetti

 

contadini di giovani e meno giovani che vogliono svolgere un’attività agricola, di piccola scala, spesso di sussistenza,

 

comunque economicamente sostenibile. Il prossimo obiettivo sarà il confronto con le amministrazioni locali (più

 

raggiungibili e comunque con ampio parco di terreni incolti ed edifici da ristrutturare) ma anche con i privati, per

 

individuare e ottenere terreni in comodato/concessione gratuita, unica condizione oggi possibile in grado di permettere

 

la sopravvivenza di un’attività agricola di piccola scala. Ci stiamo anche battendo per una semplificazione delle

 

normative per le piccole aziende del settore agricolo, non in grado di sopportare i costi imposti da una burocrazia

 

pensata per le grandi imprese agricole. Siamo altresì consapevoli che chi lavora la terra la debba anche abitare, per

 

questo proponiamo una nuova edilizia contadina, non speculativa, fatta con materiale a basso/zero impatto ambientale.

 

Pensiamo che l’agricoltura di piccola scala e rispettosa dell’ambiente sia l’unica in grado di preservare il territorio

 

collinare e montano, salvandolo dall’abbandono e dalla rovina idrogeologica, nonché l’unica in grado di salvaguardare

 

e aumentare la biodiversità e le specialità che hanno reso il cibo italiano famoso in tutto il mondo. Pensiamo che

 

l’agricoltura possa essere una fonte di reddito, sussistenza, libertà e reintegrazione per tante persone, per che quelle

 

che hanno perso il lavoro, per quelle che un lavoro non ce l’hanno mai avuto, per i migranti. Stiamo cercando di creare

 

sinergie fra nuovi agricoltori e vecchi agricoltori esperti per creare una rete di aiuto e scambio di conoscenze. Pensiamo

 

che sia dovere di ogni governo, locale o nazionale, mettere a disposizione gratuitamente il proprio patrimonio per

 

un’attività fondamentale e socialmente utile come è l’agricoltura. Stiamo lavorando e ci stiamo organizzando, siamo

 

però anche consapevoli che l’autorganizzazione solitaria dei piccoli agricoltori è difficile, per il sostanziale disinteresse

 

delle grandi organizzazioni di categoria (condizionate dalle lobby dell’agrobusiness) e per le caratteristiche stesse del

 

lavoro contadino, che vede spesso gli agricoltori lavorare in solitudine e con orari, stagioni ed esigenze estremamente

 

diversificati. Ciò nonostante, siamo convinti che senza il coinvolgimento e il cambiamento dell’agricoltura, in quanto

 

settore primario, sia impossibile giungere a un sistema produttivo e sociale complessivo diverso, a misura d’uomo e

 

rispettoso dell’ambiente. Per questo, oltre che a presentare la nostra esperienza e le nostre idee, siamo venuti a chiedere

 

aiuto e collaborazione ai lavoratori più coscienti e organizzati del settore industriale e dei servizi, affinché prendano

 

contatto con i comitati di difesa dell’agricoltura contadina a loro più prossimi, per giungere a una nuova fase, che

 

cancelli le false e inutili contrapposizioni create ad hoc per tornaconto economico e di potere e apra a una nuova era di

 

integrazione e collaborazione di tutti i settori produttivi, per il benessere vero e la felicità di tutte le persone.

 

Marco Spezia. Redazione di Know Your Rights

 

Prendo spunto da alcuni degli interventi che mi hanno preceduto e che hanno accennato al problema della sicurezza sui

 

posti di lavoro per ricordare che, assieme alla battaglia per la salvaguardia del lavoro, è fondamentale la battaglia per la

 

tutela della dignità del lavoro.

 

La logica del profitto che chiude le fabbriche, che licenzia, che manda in cassa integrazione è la stessa che vuole

 

annullare il diritto di chi lavora alla tutela della propria salute e della propria sicurezza sul lavoro.

 

La logica del profitto è quella che taglia i costi per gli interventi di adeguamento dei luoghi di lavoro e delle

 

attrezzature, per l’eliminazione dei prodotti pericolosi, per i dispositivi di protezione individuale, per la formazione e la

 

sorveglianza sanitaria dei lavoratori.

 

La dignità del lavoro, intesa anche come tutela di salute e sicurezza, va nella direzione opposta della politica

 

imprenditoriale che antepone a tutto il massimo profitto.

 

In quest’ottica è evidente che la riduzione del personale attuato da molte aziende non comporta solo problematiche per

 

chi perde il posto di lavoro, ma anche un sovraccarico di lavoro per chi rimane, con aumento della fatica fisica, dello

 

stress, del rischio di infortunio.

 

E in questo i lavoratori non sono per niente tutelati da leggi di per sé insufficienti a garantire la dignità del lavoro.

 

In questo ambito è poi scandaloso il comportamento del governo Letta che proprio venerdì 21 giugno ha varato il

 

cosiddetto “Decreto del fare” che contiene, tra le altre cose, riduzioni, sotto forma di “semplificazioni”, delle tutele su

 

salute e sicurezza contenute nella normativa vigente.

 

La battaglia per il lavoro deve da un lato garantire per tutti la possibilità di avere un lavoro, ma contemporaneamente

 

deve garantire per tutti la dignità del lavoro, in termini di tutela della salute e della sicurezza.

 

Un caro saluto e un forte abbraccio!

 

Marco Spezia

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa Teverola

 

Cari compagni non possiamo oggi essere con voi. Ma come la nostra presenza c’era già a Grottaminarda a significare

 

come la giustezza nel ricercare qualsiasi tipo di lotta e di organizzazione orizzontale sia significativa per la lotta di

 

classe cosi siamo vicini a voi in questo ulteriore passaggio di coordino delle realtà di lotta e resistenti. Dopo anni di

 

relativa calma (sostenuta e vezzeggiata dai complici padronali della triplice) il paternalismo dei Merloni si è svelato

 

per quello che è semplice sfruttamento del lavoro pronti a gettare sul lastrico migliaia di operai quando la quota di

 

profitti tentenna di qualche punto. Dopo aver acquisito l’Indesit negli anni 90 per quattro soldi , aver approfittato di

 

incentivi e altro per vent’anni, dopo aver venduto il lavoro ai figli dei pensionandi in cambio del rifiuto di 10 milioni

 

di vecchie lire al momento della liquidazione, aver accumulato profitti sulla produttività di nuove linee più veloci,

 

aver richiesto sacrifici agli operai oggi 1500 licenziamenti per delocalizzare in Polonia e Turchia dopo sperano in

 

operai più arrendevoli. La produzione è persino di qualità secondo i loro standard eppure ristrutturazione! E’ la logica

 

del Capitale , la logica che ha sempre contraddistinto questo tipo di società che noi non accettiamo e che vogliamo

 

trasformare . E il nostro attuale sostegno diverrà Organizzazione e Resistenza con altre realtà per connettere soggetti,

 

figure e lotte contro i diktat della Troika ! A rivederci in piazza! Dentro e fuori i cancelli!

 

Comitato di sostegno ai lavoratori Indesit Aversa-Teverola

 

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia – Ex Colorificio Occupato, Pisa

 

Il Laboratorio delle disobbedienze Rebeldia aderisce all’assemblea “Riapriamo le fabbriche, creiamo posti di Lavoro!

 

Estendiamo il conflitto, costruiamo l’alternativa” promossa da soggetti sociali e politici che, in tutta Italia, si mobilitano

 

in difesa dei posti di lavoro e per un nuovo modello di produzione.

 

Un modello alternativo che rappresenta soluzioni praticabili fuori dalle logiche costituite che, ad oggi, hanno

 

rappresentato occasione di facili proventi per poche famiglie e potentati a scapito di lavoratori, cittadini e territori.

 

Occorre costruire un fronte di lotta dai luoghi di lavoro ai territori: dall’Ilva alle acciaierie di Piombino, dagli operai

 

dell’Alcoa a quelli della Fiat che solo pochi giorni fa hanno presidiato la fabbrica di Pomigliano; dai lavoratori precari

 

della logistica a quelli della Richard Ginori; dai precari della scuola e dell’Università ai lavoratori della sanità, fino

 

alle cooperative e le tante false partite Iva che ogni giorno lavorano nei call center, nei cantieri, studi professionali,

 

magazzini e depositi. Dalla Val Susa a Niscemi, da Taranto, Termini Imerese, Terni, Piombino, Genova, Melfi,

 

Mirafiori, Termoli ai territori agricoli dove il caporalato ed il lavoro nero sono la regola che viene imposta a lavoratori

 

di ogni provenienza.

 

Dal saccheggio dei territori alla negazione dei diritti elementari, dallo sfruttamento alla mancanza di sicurezza sul

 

lavoro. Dalla mancanza di un salario alla negazione di tutele elementari, diritti e servizi.

 

Gli ultimi avvenimenti politici confermano una tendenza che ci ha condotto fino a questo punto, a poco valgono

 

avvicendamenti di leader e di schieramenti apparentemente opposti, promesse, lunghi discorsi su interessi, debiti,

 

spread: il modello rimane il solito, la situazione non cambia, a pagare saranno sempre i lavoratori a guadagnare sempre

 

i padroni. Aderiamo all’appello di Grottaminarda e rilanciamo con un appuntamento per avviare una riflessione su un

 

nuovo modello economico il 21-22 settembre a partire dalle esperienze di autogestione già realizzate.

 

Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna

 

Care compagne, cari compagni,

 

seguo dall’inizio, con particolare simpatia e ammirazione, la lotta degli operai dell’Irisbus. Saluto dunque questa

 

assemblea, nella certezza che sarà un momento importante del percorso intrapreso, fatto di determinazione e di

 

coraggio.

 

Sapete meglio di me di avere contro tutti. Sindacati pronti ai peggiori compromessi, una cosiddetta “sinistra” di fatto al

 

governo con i propri teorici nemici, un’ideologia fallimentare presentata come l’unico vangelo. E istituzioni sedicenti

 

democratiche, nazionali ed europee, che sono l’esatto contrario della democrazia.

 

Non tutti gli “intellettuali”, ammesso che sia ancora lecito usare questo termine ambiguo, sono contro di voi. Tra figure

 

pronte a vendersi e a genuflettersi al potere, resta un piccolo manipolo che non sta al gioco. Per quanto mi riguarda, fin

 

da adolescente mi dissero che esisteva un “intellettuale collettivo”, il proletariato in lotta. Sono passati tanti anni, ma

 

continuo a riconoscermi in quella formula.

 

Nel vostro manifesto di convocazione citate tanti momenti di conflitto di classe in Italia, dai No Tav e No Muos ai

 

movimenti studenteschi, dei precari, delle fabbriche che resistono, dell’antifascismo militante. Mente chi dice che gli

 

italiani sono incapaci di manifestare rabbia e sdegno. Nella mia città, Bologna, patria stessa della sinistra addomesticata

 

e consociativa, potrei citarvi decine di episodi di resistenza concreta, solo negli ultimi mesi. Uno sciopero dei lavoratori

 

della logistica ha portato alla luce le contraddizioni delle cooperative, nate per liberare i proletari dallo sfruttamento e

 

divenute sfruttatrici esse stesse. Uno sciopero dei trasporti pubblici, indetto da un sindacato di base, ha paralizzato la

 

città. E poi agitazioni dei precari della scuola, degli studenti medi e universitari, degli impiegati pubblici. Sarebbe una

 

lista lunga pagine.

 

Occorre unificare le forme di conflittualità sparse sul territorio. Il movimento No Tav è stato esemplare in questo senso,

 

ma non basta. La lotta della Irisbus, guidata dall’istanza per cui la fabbrica dev’essere di chi ci lavora, potrebbe essere

 

un secondo attrattore, potentissimo. E saldarci a esperienze analoghe in tante parti del mondo.

 

Da ragazzo gridavo nei cortei: «La classe operaia deve dirigere tutto.»

 

Oggi, anziano e malaticcio, ripeto la stessa frase: «La classe operaia deve dirigere tutto.»

 

Un forte abbraccio

 

Valerio Evangelisti

 

Leonardo Mazzei, Movimento Popolare di Liberazione

 

Intervenendo praticamente alla fine dei lavori, mi sento di poter dire che quella di oggi è stata un’ottima assemblea,

 

di quelle da cui si impara molto. Un risultato di cui va dato il merito a tutti i partecipanti, ma in particolar modo agli

 

organizzatori.

 

Ho deciso però di intervenire per segnalare l’assenza dal dibattito di due questioni che noi del Movimento popolare di

 

liberazione riteniamo invece decisive.

 

Tutti coloro che mi hanno preceduto, oltre a parlare in molti casi delle lotte in corso, hanno sottolineato la necessità

 

di coordinarle. Un coordinamento che ha bisogno di una visione e di un progetto politico. Ecco, andando avanti nel

 

ragionamento, noi diciamo che questo progetto deve porre l’obiettivo del governo, più esattamente di un governo

 

popolare d’emergenza. In grado cioè di attuare un programma di misure d’emergenza, per uscire dalla crisi, fermare la

 

catastrofe sociale, salvaguardando gli interessi del popolo lavoratore.

 

Altri non sono stati così espliciti, ma mi pare evidente che gli obiettivi qui enunciati sull’occupazione, il salario, i diritti,

 

le condizioni di vita, possano trovare una risposta solo in questo quadro.

 

Ma come pensiamo si possa arrivare ad una svolta di questa portata? Noi lo diciamo chiaramente: ad un certo punto i

 

mille rivoli dei vari fronti di lotta dovranno unificarsi in un possente movimento di massa che dia luogo ad una vera

 

sollevazione popolare in grado di assumere il governo del paese.

 

Questa questione, che pur aleggiava in alcuni interventi, non è stata posta qui in termini espliciti. E questo è il primo

 

problema che volevo segnalare.

 

Ma c’è un secondo tema che è stato addirittura completamente ignorato. Si è molto discusso degli obiettivi da

 

perseguire, e dunque delle scelte politiche che sono necessarie per raggiungerli. Qualcuno, anche prima di me ha

 

toccato la questione del governo. Ma – domanda – l’Italia è oggi un paese sovrano?

 

Se noi guardiamo alla realtà di tutti i giorni, alle discussioni che si svolgono attorno ad ogni scelta del governo, anche

 

a quelle di minor portata, non sarà difficile rendersi conto che l’Italia non è un paese sovrano, e che le politiche delle

 

classi dominanti si servono fondamentalmente di due strumenti: la gabbia rappresentata dall’Unione Europea, il bastone

 

chiamato “debito pubblico”.

 

E’ in questo contesto che oggi si svolge la nostra lotta, la lotta di classe nella realtà nazionale in cui operiamo. Non

 

possiamo fingere che non sia così.

 

Ecco perché è davvero preoccupante l’assenza dalla nostra discussione di oggi del tema dell’Europa, ed anche di quello

 

del debito che è comunque sempre correlato alle regole della gabbia europea (vedi il Fiscal compact).

 

La nostra opinione è che ci si debba battere per uscire dall’Unione Europea, per riconquistare la sovranità nazionale

 

(inclusa quella monetaria, uscendo dall’euro e dal suo sistema). E’ in questo quadro che si dovrà procedere ad una

 

forte ristrutturazione del debito pubblico, togliendo risorse ai pescecani della finanza internazionale per utilizzarle per

 

intervenire sulle varie emergenze che colpiscono le classi popolari: occupazione, sanità, scuola, pensioni, eccetera.

 

Questa è la questione decisiva che dobbiamo affrontare, dalla quale oggi non possiamo prescindere. Il mostro

 

antiproletario rappresentato dal sistema UE-euro deve essere abbattuto. Poniamo dunque come centrale l’obiettivo

 

dell’uscita del nostro paese dall’Unione Europea e dalla moneta unica.

 

E’ ora che questa consapevolezza diventi patrimonio comune di tutte le avanguardie, di tutti coloro che vogliono

 

davvero battersi per rovesciare il presente stato delle cose.

 

Piattaforma Comunista

 

ALL’ASSEMBLEA OPERAIA E POPOLARE DEL 22 GIUGNO 2013 A FIRENZE

 

Operaie e operai della Ginori e Irisbus, compagne e compagni, salutiamo calorosamente l’assemblea che avete

 

organizzato, continuando il percorso iniziato il 6 aprile a Grottaminarda, ed esprimiamo piena solidarietà alle vostre

 

lotte, che costituiscono un importante esempio per tutti gli sfruttati.

 

I licenziamenti di massa, la chiusura delle fabbriche, il numero sempre più alto di disoccupati (dal 2008 al primo

 

trimestre del 2013 il numero dei nuovi disoccupati creati dalla crisi ha superato il milione di unità, contribuendo

 

a far raggiungere all’Italia il record del 12,8%), l’aumento infernale dello sfruttamento per i pochi “fortunati” che

 

mantengono il lavoro, hanno una sola ragione: il tentativo dei padroni di scaricare la crisi sulle spalle dei lavoratori,

 

l’inaccettabile aumento dei dividendi degli azionisti, la corsa sfrenata alla competitività. I padroni sono interessati

 

unicamente al massimo profitto mediante lo sfruttamento, la rovina e l’impoverimento degli operai.

 

E’ di fronte ai nostri occhi l’incapacità e l’irresponsabilità dei governi e dei politicanti borghesi, che si rifiutano di

 

intervenire per salvare i posti di lavoro, che non sono capaci di definire uno straccio di politica industriale in grado di

 

salvare il paese da un declino sempre più irresistibile, di dare speranza e futuro alle giovani generazioni.

 

Da parte loro i vertici sindacali collaborazionisti si preoccupano solo di gestire la cassa integrazione, eludendo le

 

richieste degli operai e infischiandosi del futuro delle loro famiglie. Con le chiacchiere nelle sedi ministeriali non si

 

riaprono le fabbriche, ma si frenano solo le lotte.

 

Di fronte alla scandalosa soppressione dei posti di lavoro per l’aumento dei margini di profitto, di fronte alla chiusura di

 

interi settori, alla soppressione dei diritti operai e popolari, le lavoratrici e i lavoratori Ginori, Irisbus e di altre fabbriche

 

stanno dimostrando con la lotta che questa politica infame non può e non deve passare.

 

Appoggiamo in pieno le rivendicazioni operaie:

 

• Blocco immediato dei licenziamenti

 

• Esproprio senza indennizzo delle fabbriche che chiudono, delocalizzano e inquinano

 

• CIG al 100% a spese dei padroni e dello Stato

 

• Stanziamento dei finanziamenti necessari a riaprire le fabbriche e salvare i posti di lavoro.

 

Un governo abusivo e completamente delegittimato dal voto popolare come il governo Letta ha già regalato – in perfetta

 

continuità con i precedenti governi e con il sostegno dei partiti borghesi – altri 40 miliardi agli industriali e alle banche.

 

E questa montagna di denaro non è certo l’ultima regalia ai nostri sfruttatori. Perché, invece, i fondi per le esigenze

 

degli operai, che producono tutta la ricchezza e sulle cui spalle è stato gettato tutto il peso della crisi, non si trovano

 

I soldi ci sono, vanno presi dai profitti, dalle rendite, dai patrimoni dei parassiti della società, dalle spese militari

 

e da quelle per il Vaticano!

 

Esigiamo e prepariamo lo sciopero e la manifestazione nazionale di tutti i lavoratori colpiti dall’offensiva capitalista!

 

Facciamo del lavoro un’emergenza nazionale:

 

• per rigettare la politica di austerità e di guerra che ci porta alla rovina

 

• contro le delocalizzazioni e i licenziamenti causati da motivazioni speculativo-finanziarie.

 

Diamo battaglia a tutti coloro che vogliono frenare e dividere la lotta della classe operaia!

 

L’ampiezza e la profondità della crisi capitalistica, la distruzione massiccia delle forze produttive (1,5 milioni di posti di

 

lavoro persi dall’inizio della crisi), il massacro sociale imposto dalla UE dei monopoli, la disoccupazione e la precarietà

 

dilaganti, l’impoverimento di massa, ci spingono a rilanciare l’azione comune di lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi.

 

Giustamente questa assemblea pone non solo l’obiettivo di estendere il conflitto sociale, ma si dà anche quello della

 

costruzione dell’alternativa per cacciare il governo della borghesia e imporre le soluzioni operaie alla crisi.

 

Su un punto vogliamo però concentrare la vostra attenzione e sviluppare il dibattito. Il comunicato di indizione

 

dell’assemblea sostiene che è possibile ” elaborare soluzioni praticabili qui ed ora dall’autogestione alla

 

nazionalizzazione”.

 

Pur ritenendo la parola d’ordine delle nazionalizzazioni e del “controllo collettivo” più adatte ad una fase più avanzata

 

dello scontro di classe, sosteniamo anche noi la nazionalizzazione (per es. per l’Ilva) e le altre misure in favore degli

 

operai, ma sempre denunciando il carattere di classe dello Stato e senza spargere illusioni.

 

In una fase di assenza di un’ondata rivoluzionaria, queste tesi, così come quella dell’”autogestione”, pur ispirandosi alla

 

giusta rivendicazione del lavoro, finiscono per causare pericolose illusioni sulla possibilità di creare un “contropotere”

 

nell’ambito del capitalismo, eludendo così la questione centrale, quella della conquista del potere politico effettivo,

 

la questione del GOVERNO OPERAIO E DEGLI ALTRI LAVORATORI SFRUTTATI per risolvere realmente

 

i problemi esistenti.

 

Crediamo dunque che altri debbano essere i passi da compiere e le prospettive della lotta. Il primo passo da compiere è

 

la costruzione dell’unità di lotta della classe operaia. La realizzazione del fronte unico del proletariato, l’unità di azione

 

della classe operaia, LA RICOSTRUZIONE DEI SUOI ORGANISMI DI LOTTA (CONSIGLI E COMITATI)

 

e, su questa base, la costruzione di un ampio fronte popolare che unisca tutte le realtà che resistono all’offensiva

 

padronale, sono passaggi decisivi per stabilire migliori rapporti di forza nella battaglia del lavoro contro il capitale.

 

Occorre inoltre affermare una soluzione politica radicale alla crisi. I padroni e i loro rappresentanti non possono

 

risolvere i problemi esistenti perché sono essi stessi che li causano. Per questo motivo gli operai, le masse popolari,

 

non hanno bisogno di affidare le loro sorti a qualche “falso amico”, a qualche partito borghese o piccolo borghese,

 

distanti anni luce dai loro interessi e dalle esigenze della classe operaia. Il periodo delle illusioni e del “dialogo sociale”

 

è finito. Le esperienze sempre più dure fanno maturare nella classe operaia la necessità di recuperare interamente

 

la propria autonomia politica e ideologica ricostruendo il Partito comunista basato sul marxismo-leninismo,

 

strumento indispensabile per dirigere la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo ed instaurare la società senza

 

sfruttamento, il socialismo. A questo compito sono chiamati i migliori elementi del proletariato.

 

Solo unendo la lotta rivoluzionaria per un nuovo e superiore sistema sociale alle lotte ed alle rivendicazioni immediate,

 

si potranno determinare veramente le condizioni per la effettiva soluzione dei drammatici problemi che pesano sulla

 

classe operaia e le masse popolari.

 

Nell’augurare pieno successo all’assemblea gridiamo assieme a voi:

 

Le fabbriche devono riaprire! Nessun posto di lavoro dev’essere perduto!

 

Facciamola finita con la politica di austerità e con la UE dei monopoli finanziari!

 

Lotta dura con tutte le forme di lotta, compresa l’occupazione delle fabbriche!

 

Tutti uniti contro gli sfruttatori e il loro sistema moribondo!

 

22.6.2013 Piattaforma Comunista

 

www.piattaformacomunista.com

 

teoriaeprassi@yahoo.it

 

No TAV Torino e cintura

 

Il Movimento No Tav Torino e cintura condivide il vostro percorso e auspica un’unione sempre più allargata.

 

“Unire le lotte” è infatti l’unica strada per riuscire a minare le fondamenta di questo sistema marcio che ci “sacrifica”

 

per mero interesse.

 

L’Italia non è un paese povero, il 10 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza. Quel 10 per

 

cento è nelle mani di chi sta affondando il paese e lo fa coscientemente e metodicamente.

 

In ogni settore ci sono migliaia di piccole e grandi lotte, ogni giorno c’è qualcuno che dice NO a qualcosa. Persone

 

inascoltate e ormai sempre più spesso “aggredite” dallo stato e dai suoi manganelli, anche loro al servizio del potere.

 

Perché chi si ribella fa paura.

 

Il Movimento No Tav Torino e Cintura sta da tempo lavorando su questa linea, la manifestazione che abbiamo

 

organizzato il 13 ottobre 2012 a Ravenna contro la CMC (cooperativa muratori e cementisti, coop rossa, che ha in mano

 

una buona parte degli appalti e scempi di questo paese) andava proprio in questa direzione e ha visto partecipare molti

 

gruppi che lottano contro gli abusi dei territori sia per fini lucrosi ( No Tav, No Expo, No Cmc…) che per scopi militari

 

(No Muos, No Dal Molin…)

 

Unire i movimenti che lottano contro le devastazioni ambientali però non basta, il dispendio di denaro usato per questo

 

viene tolto a lavoro, scuola, politiche per la casa, sanità, servizi sociali.

 

Un centimetro di Tav costa 1300 euro, 10 centimetri sono lo stipendio annuo di un lavoratore (per quelli che hanno

 

ancora la “fortuna” di averlo un lavoro.

 

Ci spiace non poter essere presenti a questa assemblea ma stiamo andando tutti nella stessa direzione ed è per questo

 

che abbiamo ritenuto giusto scrivervi queste poche righe.

 

Stiamo organizzando a Torino per il 29/30 giugno due giorni di “lotta” trasversale, dal lavoro alla casa, dall’ambiente

 

agli armamenti, dalla scuola alla sanità.

 

Saranno due giornate diverse tra loro ma complementari. ( vi mandiamo a tal proposito il nostro comunicato) e vi

 

invitiamo a partecipare.

 

BUONA LOTTA

 

No Tav Torino e Cintura

 

Alessandro Nannini, Cobas Ataf Firenze

 

Partiamo dal dato fiorentino: il trasporto pubblico a Firenze è completamente in mano ai privati.

 

La giunta Renzi non ha solo venduto Ataf (l’azienda di trasporto), ma anche le quote della Tranvia e le quote di Li-nea (

 

azienda trasporto linee secondarie).

 

Contro questa vendita di un bene comune i lavoratori di ataf hanno fatto ben 9 scioperi con percentuali di adesione pari

 

al 95/98%, sono riusciti a formare insieme ai cittadini un “comitato contro la vendita di ataf”. Purtroppo tutto questo

 

non è servito a evitare la vendita, diventata ormai un punti di principio per il piccoso Sindaco di Firenze, ma è servito a

 

creare unione tra i lavoratori e cittadini, utile per continuare a lottare per la difesa del diritto alla mobilità.

 

Diritto che sta piano piano passando in mano ai padroni e al capitale che ha visto e vede nei beni comuni (trasporto,

 

acqua, rifiuti, sanità scuola ecc) un nuovo modo per arricchirsi e far soldi.

 

Ecco infatti che, per esempio, nel mondo dei trasporti, il capitalismo sta entrando di gran carriera, basta vedere cosa

 

sta facendo Busitalia (azienda completamente di proprietà di trenitalia) acquista Ataf a Firenze ma sta cercando di

 

acquistare anche le società di trasporto di Genova, Venezia, Torino e altre minori. Lo scopo è chiaro, avere il monopoli

 

sul trasporto, chi scende da un treno dovrà trovare un bus della stessa compagnia, un equazione perfetta: viaggi sui

 

treni logicamente ad alta velocità che collegano le grandi città e li trovi i bus, logicamente le linee cosiddette forti,

 

che girano nelle zone centrali e che portano introiti e guadagno, andando però a tagliare quelle che sono però le linee

 

periferiche sia dei treni che degli autobus, quelle in pratica che sono un costo, ma garantiscono la mobilità a tanti

 

cittadini, lavoratori, studenti, disoccupati, ecc.

 

Se a questo aggiungiamo che il prossimo anno la Regione Toscana bandirà la gare per tutto il trasporto pubblico su

 

gomma regionale, una gara dal valore 190 milioni annui per 9 anni, in pratica 1710 milioni di euro garantiti per 9 anni,

 

più gli introiti dei biglietti; si capisce bene con guadagni sicuri e garantiti così, il capitalismo ci si butta sopra come un

 

falco.

 

Ecco allora che, per resistere ed opporsi a tale scempio ed al saccheggio dei beni comuni da parte dei padroni, l’unica

 

soluzione è l’unione tra le varie lotte e l’unione tra lavoratori e cittadini. Opporsi e fermare questi progetti vuol dire

 

levare capitali ai padroni, a quel 3% di persone che detiene la ricchezza in Italia, vuol dire recuperare servizi sociali ai

 

cittadini, vuol dire recuperare posti di lavori e soprattutto vuol dire recuperare e ridistribuire reddito.

 

Alessandro Nannini Cobas Ataf Firenze

 

Paola Sabatini, CUB sanità Firenze

 

Nella regione toscana c’è l’esempio di come il sistema PD allargato con le cooperative, stia applicando le politiche di

 

austerità: stiamo parlando in particolare di come le sta applicando nel sistema sanitario.

 

Facendo propria la logica governativa che vede nella sanità la fonte a cui attingere per risanare la spesa pubblica,

 

sostenendo che si è vissuto al di sopra delle nostre possibilità, la regione toscana applica quanto previsto dalla spending

 

review: dal 2010 al 2014 sono stati tagliati al fondo sanitario nazionale 24 miliardi ,con 6 manovre in 5 anni, tagliati

 

oltre 7000 posti letto,introdotti nuovi ticket, bloccato il turn over, rivisti sino al 10% le convenzioni e i contratti con

 

le ditte e cooperative a cui sono appaltati i vari servizi , che già si stanno riversando con tagli di posti di lavoro e di

 

ore. Il tutto accompagnato dal quasi totale azzeramento dei fondi per il sociale, nel 2013 un decimo del 2008, che si

 

ripercuotono sui lavoratori delle cooperative sociali che hanno in appalto questi servizi.

 

Tutto questo non ha comunque alcuna giustificazione dal punto di vista economico dato che è ormai risaputo che la

 

spesa sanitaria in Italia (7% del PIL)è fra le più basse in Europa (46% di quella tedesca) e la metà di quella americana,

 

dove con il 14% del PIL è garantito solo il 35% della popolazione.

 

Il minor accesso al servizio sanitario e l’introduzione dei ticket, già dalla riforma De Lorenzo del 1992, con aumenti

 

progressivi negli anni che hanno avvicinato il costo delle prestazioni nel pubblico a quelle pagate a proprio carico nel

 

privato , comportano progressivamente un’ulteriore erosione al salario indiretto e al reddito dei lavoratori, che non

 

vedono restituirsi in servizi quanto finanziato on la fiscalità generale.

 

La regione toscana allineandosi a questa logica applica addirittura in maniera peggiorativa i provvedimenti del

 

governo.

 

La legge regionale del dicembre 2012 per il contenimento della spesa sanitaria infatti prevede misure peggiori di quelle

 

previste dal governo, a fronte anche della necessità di ripagare il buco di Massa di 400 milioni di euro, che ha portato

 

alla condanna del direttore amministrativo a 5 anni per peculato e anche ad un’inchiesta “esplorativa” su altre ASL

 

della regione toscana.

 

In particolare è previsto:

 

-riduzione dei posti letto a 3,15 ogni 1000 abitanti, mentre la riduzione prevista dal governo era di 3,7 ogni 1000

 

abitanti a fronte di una media europea di 5,6 ogni 1000 abitanti, con un taglio di oltre 2000 posti letto, che sta

 

comportando il ridimensionamento e la chiusura di molti piccoli ospedali

 

-tagli al personale sanitario ,in quanto la spesa non deve superare quanto speso nel 2004 diminuito del 1,4%: quindi

 

nessuna copertura del turn over,malattia ,maternità part time ,tagli al personale con rapporto di lavoro precario,

 

peggioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori della sanità , come si sta vedendo ad es anche su Careggi, dove

 

la modifica degli orari, la fruizione delle ferie…stanno imponendo condizioni di lavoro sempre più difficili ,che si

 

ripercuotono poi anche sulla qualità dei servizi

 

-accorpamento di servizi prestazioni e distretti: nella ASL di Firenze sono in corso accorpamenti di molti servizi

 

territoriali, che sono ostacolati dalle proteste che lavoratori ,cittadini e comitati stanno mettendo in atto contro le

 

politiche aziendali di risparmio, che comportano difficoltà nell’accesso ai servizi, aumento delle liste di attesa, e

 

spingono verso il ricorso al privato

 

– rinegoziazione dei contratti di appalto con tagli fino al 7-8% che stanno comportando per i lavoratori dei servizi

 

e degli appalti riduzioni di orario, ricorso alla cassa integrazione in deroga,licenziamenti, non rinnovi dei tempi

 

determinati.

 

Il tutto è accompagnato dall’aumento dei ticket e da una logica vessatoria su questo da parte di regione toscana e ASL ,

 

che hanno introdotto l’obbligo del pagamento anticipato e stanno facendo un accordo con Equitalia per la riscossione

 

forzosa., eludendo il diritto ad una sanità uguale per tutti e gratuita prevista dalla nostra costituzione.

 

Ma dietro questa manovre di risparmio quello che veramente si nasconde è lo spostamento di risorse invece che verso

 

servizi verso il profitto , attraverso 3 meccanismi fondamentali:

 

• il potenziamento delle lobbies e del business dell’assistenza sanitaria integrativa, a copertura di quanto non

 

viene ormai più garantito dal servizio pubblico: molti contratti stanno introducendo l’assistenza sanitaria

 

integrativa(vedi trasporti, cooperative sociali) , stesso meccanismo introdotto con la previdenza complementare

 

• il potenziamento della sanità privata e di quanti fanno profitto sulla salute,in quanto le strutture private offrono

 

a prezzi concorrenziali con il pubblico prestazioni e “ pacchetti di prestazioni” ,fra l’altro spingendo verso un

 

consumismo di prestazioni sanitarie non sempre utile

 

• il profitto generato dalle politiche immobiliari delle ASL, che creano giri di soldi poco controllabili: in

 

particolare gli investimenti nella costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project financing:,stesso

 

meccanismo usato per la TAV, che ora è ormai diventato diffuso nel servizio sanitario: meccanismo che

 

indebitando la pubblica amministrazione per 30 anni verso un fornitore di servizi, quello appunto che ha

 

costruito il nuovo ospedale(nella regione toscana ne sono stati costruiti 4 con questo meccanismo, Lucca,

 

Pistoia, Prato e Massa ma altri ne sono progettati vedi Livorno) si ripercuoterà sulla disponibilità di risorse

 

negli anni futuri con sempre maggiori tagli ai servizi per ripagare i debiti creati.

 

Per contrastare queste politiche che peggiorano le condizioni e l’attacco ai lavoratori, per il diritto al lavoro, alla salute,

 

ai servizi occorre creare un fronte unico e unire le lotte.

crazyhorse

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