Uscire da Genova per ritornare nelle piazze

Ero a Genova 10 anni fa. Ero a genova perchè dall’annuncio di Seattle la mia mente aveva cominciato a fantasticare di un altro mondo. Odori, colori e sapori, mai conosciuti, si affaciavano alla mia mente in maniera disordinata e sconveniete. Diventatai come altri una “stoppista del movimento”, ogni manifestazione, ogni dibattito, mi portava a scappare per le regioni italiane in cerca di compagni e solidarietà politica.

Un sogno alimentatato dalle solitarie ricerche sul 68 e dalla lettura dei romanzi americani era diventato per “l’assurdo” della rottura del centro-sinistra Cossuta- Bertinotti concreto e possibile. Il mio immaginario – nonostante, fossi già un’assidua frequentatrice di sezioni vetero-comuniste – era sempre stato più lusingato dalle erotiche bevute di kerouac nei sotteranei che dai cavalli di Animal Farm. I video dei ragazzi di Seattle mi avevano immediatamente fatta sentire come dentro uno dei college frequentati dagli studenti di “ Fragole e Sangue” e Zabriskie Point. Un articolo in prima pagina e una foto su Liberazione, mi regalaronno “gli anni più belli”, sentivo finalmente che la libertà dei desideri di una generazione si stringeva appassionatamente alla volontà di partecipazione collettiva alla politica. Non solo io, ma tanti, tutti, volevano una possibilità per cambiare il mondo ed ecco che per miracolo – il movimento dei movimenti- offriva ad ogniuno la possibilità di farlo. Una giornalista di liberazione scrisse 24 ore prima della mattanza che: “ avevamo smesso di sentirci pazzi, perchè finalmente la nostra idea di trasformare ogni aspetto della vita era diventato immediatamente possibile.

Il movimento con le sue notti insonni, le ore in attesa di un treno, significò per ogni ragazz* arrivato a genova una ri-segnificazione di vita. Una foto di una ragazza che saluta dal treno in arrivo nella stazione di Brignole, resterà per me l’immagine più autentica di quei giorni, in sé, una richiesta audace e gentile di non “essere lasciati soli” nella gioia distruttrice della macchina dei poteri.

Una condanna lucida e insistente, espressa nell’azzardo dell’essere in quelle piazze. Gli occhi di ogniuno erano febbrilmente in attesa degli accadimenti, era il “ gusto dell’avventura e l’attesa di grandi cose” che ci spingeva a muoversi senza sosta nelle piazze dei concerti e nelle stanze delle riunioni mattutine. Eravamo vigili in ogni momento, pronti a succhiare ogni odore, ogni parola, ogni singola esperienza.

Eravamo a Genova per cambiare il mondo, fragili e belli come solo i ragazz* innamorati del proprio incanto sanno essere.

Oggi, chi è stato a Genova non ama parlarne, e soprattutto non ama parlarne in termini trionfalistici, banalmente per i marxisti incalliti è stato mancato “l’appuntamento con la storia per altri la maggiornza, Genova ha prodotto “una frattura d’ombra”, è diventato il prematuro congedarsi dall’innocenza della partecipazione.

Noi i ragazzi di Genova, non leggevamo i segnali, le minacccia e l’orrore che per mesi i potenti della terra, avevano per mezzo dei lori servi sciocchi brillantemente disseminato ed alimentato nei mass-media di regime. Ci stavanno allevando alla scoperta delle “zone rosse”. Lusingavano abilmente la nostra volontà di resistenza, “narrandoci” di fughe come attività creativa e rottura dei codice di “confinio”, alimentando avidamente la ricerca di tutte le possibili “vie di transito”.

La posta in gioco, non era il dentro/fuori come ostinatamente credevamo allora, ma il reclutamento di carne viva per un laboratorio volontario in cui sperimentare le tecniche di violenza più avanzate della globalizzazione neo-capitalista. Noi, i ragazz* di genova, eravamo destinati non ad essere gli attori privilegiati – negli anni a venire – dello scoppio della rivoluzione ma i testimoni atterriti del volto autentico del neo-liberismo.

Le zone rosse – come tratto di “informale e a-temporale”confine- ha avuto nei partecipanti a Genova delle cavie privilegiate. Tutti noi, siamo stati attirati in una trappola gigantesca i cui effetti si sono lentamente rivelati nel tempo. La consapevolezza a-posteriori della trappola e gli effetti prodotti dalla stessa, spiegano la riluttanza di migliaia di noi a “fare ritorno” a Genova.

Eravamo stati incoraggiati – come si fa con gli hacker – a cercare buchi, falle, pieghe, infondo la nostra presenza, offriva agli apparati di sicurezza molteplici e complesse matrici di informazione.

Inoltre, la costituzione di una zona rossa avrebbe ( come poi ha fatto) da “impulso iniziale” ai dispositivi di violenza e controllo per un intero circuito antagonista. La minaccia di “ ritorno della zona rossa” ha saputo in questi anni in-genersi all’infinito in centinaia di episodi istituzionalizzanti ( vedi in ultimo, le sentenze di carcerazione a 10 anni per alcuni partecipanti alle manifestazioni). Genova – a differenza di quanto ognun* pensasse allora – è stimolo – con la Morte di Carlo Giuliani e la mattanza della Scuola Diaz- capace di risvegliare ogniuno di noi “ il cane che ci morde da dentro”. Genova è oggi, la minaccia urgentemente e depressiva da cui costantemente scappare.

La crisi economica ha prediposto dei dispositivi di inaudita violenza che smettono la maschera della nobiltà democratica, oggi a dieci anni di distanza, la gioiosa macchina dei discorsi neo-liberisti ha cambiato pelle ed è pronta a svelare a tutti la sua faccia più brutale ed oppressiva.

Bisogna dis-incantati riprendersi la vita e per farlo è necessario superare il nostro “essere “ A Genova. I conti con Genova vanno chiusi perchè se un tempo, essa poteva ancora offrire suggestioni di giustizia ai corpi deviati dello stra-paese Italia, la repressione greca e spagnola non lasciano dubbi in merito alle reali intenzioni dei nostri rappresentanti. Repressioni e arresti saranno le trappole terribili per tutti quelli che stanchi dell’apatia elettoralistica e dell’immiserimento finanziario si riverseranno nelle piazza per ottenere giustizia e solidarietà generazionale. Uno spettro è tale quando compare e scompare senza mai annunciarsi, uno spettro è tale quando ri-accende la rabbiosa voglia di cambiare l’ossessivo stato di cose presenti….

Anna D’Ascenzio

crazyhorse

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