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Disoccupate le strade dai sogni

Non esiste generazione più sconfitta della nostra. Costretta a masticare la lingua della resa, a ripetere parole di subalternità, ad interiorizzare un senso di inferiorità introiettato da chi, nonostante capacità limitate dal logorio del tempo, detiene il potere e lo conserva con il peggiore spirito reazionario.
Siamo la generazione dei 400 euro al mese, capace di rendere grazie per quei 400 euro al mese. 400 euro al mese per 30 ore settimanali. 120 ore mensili. Meno di 3.50 l’ora. Roba che se ci togli il trasporto e il pasto non ci paghi nemmeno l’usura delle scarpe.
Ma non ditelo a chi dice che il lavoro c’è per chi vuole lavorare. Perché la colpa resta nostra e non di chi ha precarizzato, tagliato, spartito. E quando parlo di spartito non parlo di musica, perché la musica non cambia. Parlo di torta che viene spartita in poche parti, mentre a noi restano le briciole. Briciole come quelle che si lanciano ai piccioni al parco tra la noia e l’indifferenza, mentre tagliano sanità e istruzione, unici strumenti per aprire le ali o rattopparle negli strappi della tempesta.
E se ci ribelliamo siamo violenti, se stiamo zitti siamo passivi, se restiamo nei nostri paesi di provincia siamo mammoni, se scappiamo siamo dei deboli.
Perché la colpa resta nostra, solo nostra. Non di chi oggi ha privilegi e potere. La colpa resta nostra se siamo costretti ad indebitarci per fare studi ultraspecialistici sperando in contratti a termine. Contratti che hanno come unica garanzia quella di trasformarci in ingranaggi con obsolescenza programmata, da smaltire non appena si evidenziano segni di logorio. A 40 anni tutti disoccupati e depressi, con le macerie di una vita passata a lavorare trascurando gli affetti.
La colpa è ancora nostra se il lavoro non c’è perché il lavoro bisogna inventarselo.
Facile, in questo paese di social media manager, barbieri e pizzerie.
La colpa resta nostra se voi vecchi, mettendoci gli uni contro gli altri, ci fate scannare come ragni famelici. I ragni si mangiano tra loro, sopravvive il più forte. I giovani si mangiano tra loro, sopravvive il laureato all’università privata. Se il lavoro c’è solo per qualcuno, il diritto diventa privilegio. E così l’università diventa la palestra di un’elite che si garantisce il futuro a suon di rette milionarie per poi professare liberismo e Darwinismo sociale.
Palestra della reazione.
Mentre nelle palestre si allenano quelli che dicono di amare la nazione. E la onorano picchiando i Bangladini.
Bangladini che, poveri, almeno ci fanno bere a poco prezzo e danno pretesti ai nostri schiamazzi in queste città deserte, vittime di decreti sicurezza e morte cerebrale.
La colpa è sempre nostra.
E ci ridicolizzano se siamo giovani, ci ridicolizzano se siamo impegnati, si ostinano a chiamarci Gretini, mentre loro si permettono di invadere il campo della gioventù con lifting e viagra.
Eppure.
Eppure basterebbe poco.
La corrente dell’operaismo diceva che la classe operaia deve rinunciare al lavoro per far implodere il sistema e fare la rivoluzione.
Se ci colpevolizzano in quanto giovani, forse dovremmo smetterla di sentirci in colpa. Non di essere giovani. Imparare a sognarlo un mondo diverso, rinunciare alla passività, rompere la linea.
Forse non seguendo i loro consigli andrà tutto peggio.
Forse brucerà anche la cenere di foreste già bruciate.
Forse crollerà il sistema e a noi non resterà che ridere finalmente di gusto.

 

Carmine Falco

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