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Volontariato come lavoro ibrido: a Bruxelles un’analisi su limiti e sviluppi

A Bruxelles nelle giornate di fine giugno il tramonto sembra indugiare ancora un po’ oltre, allungando e diluendo i profili dei grattacieli in un cielo indaco. I tempi di lavoro possono estendersi se alle 22.00 il cielo è azzurro pastello.

Viviamo nella società della possibilità e dell’ecosostenibile. La pace sociale si ottiene specchiandosi nei vetri di palazzi pronti a riflettere l’esteriore e a non lasciar trasparire il dentro.

Se la felicità è alla portata, l’infelicità è una colpa. La retorica della possibilità ci dice che se vogliamo qualcosa dobbiamo andare a prendercela, se vogliamo sentire qualcuno basta chiamarlo, se vogliamo andare in un posto basta prendere un mezzo di trasporto.

Smontare questa mistificazione è necessario, per riportare la narrazione su un piano che dia voce a chi è escluso dal parco giochi delle possibilità.

Il volontariato si propone di abbattere le barriere sociali, di limare l’esclusione sociale.

Non a tutti è concesso di comunicare con i propri familiari, i volontari attraversano il mondo per aiutare persone impossibilitate a farlo. Non tutti possono raggiungere le persone che amano, se i continenti separano un immigrato dalla propria terra d’origine. Non tutti possono attingere al sapere, i volontari lavorano per aprire scuole. Non tutti riescono a superare le barriere di solitudine e disperazione, i volontari attivano le help-line suicidi.

Nelle condizioni non semplici, i volontari rendono i problemi più semplici.

Partendo da queste premesse, si è tenuto l’evento finale di SolidalCiti, organizzato da Sodalis, con il chiaro intento di incoraggiare la partecipazione democratica e civile. Si è fatto tappa a Bruxelles, dopo l’apertura a Cava de’Tirreni e le tappe intermedie a Cluj, Atene e Sarajevo.

Centrale nell’evento finale è stata la presentazione dell’analisi dei dati sul lavoro dei volontari in tutta Europa.

Dall’analisi quantitativa e qualitativa è emerso come il volontariato sia una forma di lavoro ibrido, perché occupa tempo e richiede capacità. Ma è anche un lavoro rischioso. Si è dimostrato che dove i media soffiano sul fuoco dell’intolleranza, a pagare sono i migranti ma anche i volontari, con un aumento dei casi di burnout, ansia e depressione.

Il rischio non è solo fisico ma anche legale. Balzati agli onori delle cronache sono i casi di Pia Klemp e Pietro Marrone, capitani rispettivamente delle navi Sea Watch e Mare Jonio, indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Univoca in questo caso è l’opinione dei volontari che ritengono la salvezza del singolo uomo sempre prioritaria rispetto alle leggi nazionali.

Fondamentale è anche lo studio sui corpi dei volontari e le problematicità legate al volontariato.

Vi è una netta prevalenza di volontari di sesso femminile e facente parte della fascia d’età under-30.

I motivi di questa distribuzione sono legati a doppio filo con la trasformazione del lavoratore in un volontario, con l’intento di abbassare il costo del lavoro. È importante quindi sottolineare come emerga una questione di genere legata a motivi sia economici che culturali. Soprattutto nel Sud Europa, il volontariato diventa uno strumento per sopperire alla mancanza di lavoro.

L’ Est Europa è realmente il campo per capire il tentativo di demolizione dello Stato Sociale. Anche in Belgio il governo ha tagliato i fondi per le associazioni di volontariato. A Bruxelles la popolazione ha reagito con forme autorganizzate di volontariato, aprendo le porte delle proprie case ai senzatetto.

Se le iniziative molecolari danno speranza e dimostrano un tessuto sociale vivo, è importate evidenziare come reclamare l’universalità del diritto sia l’unico strumento per costruire una società più giusta e umana.

 

 

Carmine Falco

 

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