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Sardegna: speculazione edilizia e miopia sui cambiamenti climatici. Altro che tragedia.

“Dramma”, “tragedia”, o ancora “catastrofe”. In questi termini si è parlato dei danni e dei morti causati dallo straordinario maltempo che ha colpito e sta colpendo la Sardegna e diverse zone del sud del paese. Effetti drammatici di cui molti (troppi) tacciono le cause. E’ stato un evento straordinario l’alluvione che ha devastato la Sardegna. Ma c’è una cosa che sui giornali non si racconta e ai vertici politici e istituzionali si omette: il “dramma” ha dei responsabili.
Olbia è la città più colpita. Abbiamo visto le immagini in TV: una città ricoperta d’acqua, investita da un’onda che nessuno poteva immaginare. E invece è successo. Perché? Perché prima della calamità c’è la consuetudine. Quella che in questi ultimi dieci anni ha permesso di costruire senza regole. Si è costruito nei letti dei fiumi, ostruendo tutti i canali di scolo delle acque. Abusi edilizi di ogni genere che soltanto ad Olbia, dal 1997 al 2007, con il sindaco del Pdl Settimo Nizzi ha portato a costruire 23 quartieri dove prima c’era campagna. E così è in tutta la Sardegna. Queste sono le principali ragioni, direttamente riconducibili alla mano dell’uomo, che hanno portato ad un bilancio così grave: l’acqua non poteva defluire, le case non si trovavano in luoghi sicuri, le norme di sicurezza non erano rispettate. Sono le conseguenze di un territorio stuprato dalla speculazione edilizia in nome del profitto.
È vero che in un giorno è caduta l’acqua che cadrebbe in sei mesi. Gli esperti l’hanno chiamata la “bomba d’acqua”. «Una piena che avviene una volta ogni mille anni», ha detto il presidente della Regione Ugo Cappellacci. Ora c’è il momento del cordoglio, del soccorso e della polemica. I sindaci dicono di non essere stati avvertiti. La Protezione Civile di aver avvertito ben 24 ore prima. I cittadini di non aver ricevuto soccorsi. Ma al di la dei rimpalli di responsabilità del post emergenza, la domanda da porsi è perché tutto questo è accaduto? «La mano dell’uomo non è estranea a questa catastrofe. Bisogna imparare a rispettare il creato, le sue leggi e i suoi ritmi. Far tesoro della storia che gli eventi ci stanno consegnando», ha detto il vescovo di Tempio Ampurias, monsignor Sanguineti, nella sua omelia. Parole che portano con loro un messaggio fondamentale: prevenire è meglio che curare. Poco valgono le rassicurazioni di Enrico Letta quando, pallido, dichiara che «lo Stato c’è e fa il massimo». Pochissimo se guardiamo la Sardegna: terra selvaggia, bellissima e stuprata. E’ la terra delle contraddizioni: dell’identità culturale e del turismo sfrenato; della bellezza naturale e dell’abuso indiscriminato.
Ma, a quanto pare, non c’è nemmeno il tempo per “far tesoro” di questa storia, perché la storia non si conclude. Anzi. Sembra una fatalità, ma proprio il giorno dell’alluvione Ugo Cappellacci (PdL) presenta il nuovo Piano Paesaggistico Regionale per la Sardegna, che si fa portatore di un’inversione di tendenza. In negativo. Il nuovo piano permetterebbe, lo denunciano tra l’altro le organizzazioni ambientaliste, di realizzare in via transitoria lottizzazioni bloccate da anni consentendo ampliamenti del 15% anche nelle aree costiere e nelle zone interessate dalle ultime calamità, bypassando i già insufficienti meccanismi di tutela del territorio. In altre parole: via ad una nuova colata di cemento.
Non è possibile far finta di niente e pensare che tutto accada ogni volta per “colpa” della natura imperscrutabile. Le colpe vanno cercate lì dove sono. Ed eccole, sono tutte qui, davanti a noi. Ecco l’ennesima manifestazione della miopia e dell’ingordigia che accomuna certa classe politica e certa imprenditoria, che continuano a sentirsi legittimate a travalicare i diritti dei cittadini e i limiti della natura. Il “dramma”, la “tragedia”, la “catastrofe” finiscono per essere il risultato di quell’idea di sviluppo che alcuni, anacronisticamente, ancora perseguono; di quella crescita che finisce per franare su se stessa.
Nonostante un allarme globale che da decenni ormai la politica ignora colpevolmente, e che da tempo ci avverte: stiamo testando gli effetti, i primi effetti, del nostro modello di sviluppo e degli impatti che produce sulla natura. Questi effetti hanno un nome: si chiamano cambiamenti climatici. E anche le cause che li stanno producendo ce l’hanno: si chiamano emissioni di gas serra. Poche settimane fa un tifone senza precedenti, definito dagli esperti “il più grande del mondo” ha devastato le Filippine causando 5000 morti. Ma anche l’autunno caldissimo che abbiamo vissuto e le piogge tropicali di queste ultime settimane ne sono un sintomo. Le conseguenze sono reali, inequivocabili, drammatiche, visibili a tutti. La scienza lo aveva previsto da tempo e l’allarme è diventato realtà. Una realtà drammatica. Ma ancora non è sufficiente. Alla COP19, infatti, la 19° conferenza sul clima dei Paesi ONU in via di conclusione a Varsavia, si parla del nulla. Nel silenzio assordante dei media mainstream, la soluzione è lontana. I Paesi cosiddetti “emergenti” non intendono ridurre le proprie emissioni e a tenere banco sono ancora una volta le multinazionali, in particolare quelle del carbone, tra le fonti fossili più inquinanti, lungi dall’essere abbandonato nelle strategie energetiche dei paesi membri.
Quante “catastrofi” dovranno ancora esserci perché vi sia, per le tante organizzazioni al lavoro per la Giustizia Climatica, la speranza di vedere uscire dai tavoli negoziali concreti impegni di riduzioni delle emissioni e strategie di transizione verso modelli energetici e produttivi sostenibile? Quando i responsabili saranno messi di fronte alle loro colpe?
Se, come molti hanno detto, la prima e l’unica “grande opera” che vogliamo in Italia è la messa in sicurezza del territorio, il primo grande intervento per cui i governi di tutto il mondo dovrebbero impegnarsi è il taglio sulle emissioni. Senza però illudersi che contrastare i cambiamenti climatici possa avvenire senza ripensare l’intero modello economico e sociale. In caso contrario, potremo continuare a parlare non di “catastrofi” ma di “massacri”.
 
Federico Gennari Santori | A Sud

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