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Riflessioni sul 15 ottobre

madrid

madrid pubblichiamo un pò di comunicati e riflessioni che sono arrivati dopo il 15 ottobre. I comunicati sono pubblicati in ordine di arrivo.

La valutazione dei Cobas sulla giornata del 15 ottobre.

 

Il 15 ottobre ha segnato in tutto il mondo la nascita di un nuovo gigantesco protagonismo sociale.  Milioni di cittadini ovunque in tutti i continenti hanno manifestato per difendere la democrazia ed i diritti, messi a rischio dall’arroganza dei governi, delle banche, dalla finanza speculativa e dalle istituzioni finanziarie, dalle classi ricche e potenti  che vorrebbero fare pagare la crisi ai cittadini ed alle cittadine.

In Italia si è registrato il numero più alto di partecipazione, a dimostrazione della straordinaria vitalità dei movimenti e della società civile italiana. Cinquecentomila persone sono venute a Roma con le loro proposte e la loro indignazione, con l’obiettivo di supportare e partecipare alla nascita di un movimento contro la crisi e chi l’ha provocata.

Lavoratori e lavoratici, studenti, ricercatori, precari, famiglie, pensionati, artisti, associazioni, comitati territoriali,  forze sindacali , sociali e politiche : un’Italia plurale ieri si è manifestata contro le politiche di austerità e per cambiare le politiche economiche in Italia ed in Europa.

Il diritto di manifestazione e di parola  è stato invece negato a centinaia di migliaia di partecipanti da chi ha aggredito il corteo e la città. Alcune centinaia di persone hanno fatto la gravissima scelta di violentare la  manifestazione ed hanno in realtà manifestato contro l’enorme  protesta di massa.

Il corteo ha reagito, si è ribellato, difendendo il diritto di non vedere stravolti i motivi della partecipazione popolare.

Denunciamo in Piazza San Giovanni le gravissime responsabilità delle forze dell’ordine  che hanno ripetuto in parte il meccanismo di Genova 2001:  nessuna traccia di loro in tutto il corteo e poi l’intervento violento e demenziale in piazza S. Giovanni, con i ripetuti assalti del blindati lanciati a folle velocità, che hanno seminato panico e feriti tra la folla dei manifestanti.

Le ragioni che ci portano a continuare il nostro impegno sono sempre più presenti. La permanente gravità della crisi e le ricette capitalistiche che continuano a imporci, sono i motivi che ci spingono a continuare la lotta per  “fare pagare il debito e la crisi a chi li ha provocati”, in collegamento con la protesta globale che mantiene e rafforza l’opposizione alle politiche liberiste e guerrafondaie.

Per il bene comune di tutti e tutte.

Il Nostro 15 ottobre

di Usb

La prima considerazione da fare in merito alla manifestazione del 15 ottobre è che sono scese in piazza 500.000 persone che hanno dimostrato che in tutto il paese esiste un forte e diffuso dissenso che esprime un punto di vista sociale non omogeneo al proprio interno ma che sicuramente fa emergere una rinnovata voglia di protagonismo e di cambiamento e la necessità di proposte ed alternative radicali.
Non si tratta esclusivamente di mandare a casa il governo Berlusconi, ma di comprendere che la causa e la regia internazionale della crisi che sta producendo povertà, precarietà e assoluta incertezza per il futuro, è la politica delle banche e della finanza che per continuare ad accumulare profitti sta distruggendo le politiche e le economie di interi paesi, Italia compresa. Una “dittatura” che si è manifestata ultimamente con estrema violenza istituzionale nella lettera di Mario Draghi e del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet che hanno imposto condizioni, tempi e modalità delle misure economiche di uno stato sovrano, in nome e per conto dei “mercati” e di chi dietro a questo paravento continua a fare profitti.
Questa è la traduzione della parola d’ordine “noi il debito non lo paghiamo” che ha aperto uno spezzone del corteo del 15 ottobre e che ha accolto molte decine di migliaia di lavoratori, cittadini, migranti, precari e pensionati.

E’ questo il corteo che USB ha promosso insieme a tante altre realtà ed al quale ha partecipato il 15 ottobre.
Chi cerca di interpretare quella che è stata per partecipazione una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni esclusivamente come un “grande problema di ordine pubblico”  lo fa strumentalmente per evitare di parlare dei problemi di milioni di famiglie che con il loro salario, la loro pensione o la loro cassa-integrazione non ce la fanno ad arrivare neanche al 15 del mese, di giovani e di precari che non hanno davanti nessun futuro ed a stento riescono a far fronte al presente.
Noi non ci stiamo a questa lettura della realtà che vuole nascondere sotto il tappeto le storture di un meccanismo economico e finanziario che sta triturando lo stato sociale e qualsiasi concetto e valore di solidarietà umana, immolando milioni di persone al “dio mercato”.
Sabato 15 ottobre chiunque ha potuto vedere le bandiere e gli striscioni di USB, dietro ai quali c’erano i volti di lavoratori in carne ed ossa che stanno pagando una crisi che non hanno prodotto ed ai quali si vuol far pagare un debito di cui non sono responsabili.  Hanno sfilato per le vie di Roma in modo composto ma esprimendo rabbia e dissenso, in modo assolutamente tranquillo ma esprimendo contenuti radicali e conflittuali.
USB, insieme a tante altre realtà sindacali, sociali, studentesche e politiche avrebbe voluto occupare Roma in modo pacifico, fermandosi in tante vie, accampandosi nelle piazze, montando tende e rimanendoci a dormire, parlando con la gente che dentro e fuori la manifestazione dimostra ormai che questo governo e questa politica non ci rappresentano più, che la gestione dell’economia dovrebbe essere fatta per i cittadini e non contro di loro.
Invece non abbiamo avuto la possibilità di esprimerci in questo modo perché ha prevalso la disperazione e la violenza sulla ragione, sulla passione e sul conflitto sociale.
Una giudizio negativo, quello dell’uso della violenza nella giornata del 15 ottobre, che non può nascondere che tali espressioni e pratiche sono figlie della mancanza assoluta di rappresentanza sociale e politica alla quale è stato portato il nostro paese, sono frutto di un sistema dei partiti corrotto ed asservito alle banche e alla finanza internazionale, di un sindacato che in gran parte ha abbandonato il ruolo di rappresentante dei lavoratori, di una precarietà che dal lavoro si è trasferita al sociale, al quotidiano, alla vita di tutti i giorni e si trasforma spesso in disperazione.
Non vedere o far finta di non vedere questa tragica realtà vuol dire sottovalutare una situazione che si fa di giorno in giorno sempre più grave, vuol dire non affrontare in modo razionale ed analitico una realtà complessa e socialmente frammentata.
Come grave è strumentalizzare in modo inaccettabile, come ha fatto il quotidiano “La Repubblica” rispetto al quale ci riserviamo di procedere legalmente, chi esprime conflitto sindacale e sociale come USB e si trova appiccicate etichette che non  riguardano questa organizzazione.
L’Unione Sindacale di Base vuole continuare serenamente e con determinazione la  mobilitazione iniziata almeno un anno fa e ritiene che il conflitto sindacale, lungi dal poter essere considerato un problema di ordine pubblico come vorrebbe ridurlo qualcuno, aumenterà di intensità con il peggioramento della situazione sociale.
I lavoratori lo sanno ed è per questo che tanti di loro da mesi abbandonano le vecchie aristocrazie sindacali e aderiscono  ad USB che dimostra coerenza, fermezza, intelligenza e determinazione nel portare avanti tanto le lotte generali quanto quelle che quotidianamente si affrontano sui posti di lavoro.

Per guardare avanti

 di Global Project

Mentre scriviamo è in corso una maxi-operazione delle forze dell’ordine, con perquisizioni e arresti. Quando tutto sarà finito, il piano della discussione sarà un altro: con buona probabilità si restringeranno gli spazi di libertà per tutti, lotte sociali comprese; ci si avviterà attorno al tema repressivo; le questioni che contano – costruire un’alternativa alla dittatura della finanza ‒ verranno messe all’angolo da un nuovo ordine del discorso. Forse andrà così, ma non necessariamente, se riusciamo ad esplicitare da subito un punto di vista radicale sui fatti di sabato.

Partiamo dall’inizio. Sabato 15 ottobre a Roma c’è stata una grandissima manifestazione, mezzo milione di persone hanno attraversato la capitale con la pretesa testarda di far pagare il debito a chi l’ha prodotto, le corporation, le banche, gli hedge fund, i protagonisti di quel processo di trasformazione del mondo segnato dalla precarizzazione del lavoro e dalla finanziarizzazione dell’economia. Mezzo milione a Roma, ma manifestazioni in 1.000 città e 82 paesi di tutto il pianeta terra: un nuovo movimento globale, consapevole e preparato si è messo in cammino, questo è ciò che effettivamente conta.

A Roma, e solo a Roma, occorre ricordarlo, la grandissima manifestazione è stata divisa e frammentata dagli incidenti con le forze dell’ordine e non solo. Non condanniamo, non siamo un tribunale. Ma nella nostra parzialità esprimiamo un giudizio politico, come tutti dovrebbero avere il coraggio di fare. L’unico modo per far fuori le semplificazioni giornalistiche che separano i buoni dai cattivi, la violenza e la non violenza, è dire con forza che le pratiche di conflitto, anche radicali, possono unire, connettere e costruire, ma possono anche dividere e distruggere. Le pratiche messe in campo da alcuni, pochi, durante la manifestazioni di sabato a Roma, hanno diviso il movimento, hanno messo in pericolo chi voleva manifestare (come definire altrimenti una macchina o un palazzo che brucia a due metri dal passaggio dell’intero corteo?), hanno messo in crisi lo spazio pubblico e politico che quella manifestazione voleva costruire. Assumendo questa differenza, il nostro giudizio è chiaro, nettissimo. A San Giovanni, poi, è successo ancora altro. La reazione della polizia è stata scomposta e violentissima: l’uso degli idranti, i caroselli contro l’intera piazza. In risposta a questo fatto c’è stato un gesto di resistenza più ampio che ha coinvolto altri giovani e giovanissimi che poco avevano avuto a che fare con chi, durante il percorso del corteo, aveva deciso di dividere il movimento, con pratiche di conflitto irresponsabili, oltre che inutili (bruciare macchine o cassonetti in via Labicana: altro che assedio ai palazzi del potere!), e che, soprattutto, aveva quasi come unico obiettivo, tutto politico, se non politicista, quello di colpire il Coordinamento 15 ottobre e la piazza, San Giovanni, dove dovevano esprimersi le lotte sociali e di certo non i partiti politici.

Ora, due giorni dopo, facciamo i conti con una scena inquietante e con un problema. La scena inquietante è quella definita da un nuovo dispositivo: la repressione “partecipata”, l’appello alla “delazione di massa”. Che sia il Corriere della sera a promuovere la linea di Cameron e della sua Big Society, non ci stupisce, che sia il mondo dei social network, in autonomia, a definire questo processo, è cosa assai più drammatica. La raccolta “autogestita” dei materiali video e fotografici, utili a colpire i «violenti», ci parla di un mondo davvero complesso, che le retoriche e le pratiche che confondono ed equiparano i riots di Londra con il 14 dicembre, non solo non capiscono, ma finiscono per alimentare. Il dispositivo, appunto, è un rapporto: il rapporto tra delazione di massa e riots indiscriminati, le due cose, come ci ha dimostrato già Londra questa estate (vi ricordate i giovani che andavano a pulire la città?), viaggiano assieme, sono due facce di una stessa medaglia. E questo ci dovrebbe aiutare a fare piazza pulita anche di atteggiamenti linguistici e politici irresponsabili (pensiamo al proliferare di retoriche insurrezionaliste, agite solo per un giochino di posizionamento politico tra gruppuscoli che hanno nostalgia degli anni ’70), perché le parole che usiamo, a volte, producono mostri.

Il problema dei movimenti è semplice. Da adesso in poi non è più possibile eludere la discussione sulle forme di democrazia e sulla molteplicità espressiva dello spazio pubblico di movimento. Le lotte sociali, la generazione precaria, gli studenti e le resistenze operaie, le lotte ambientali e per i beni comuni, devono poter determinare in autonomia il loro modo di stare in piazza, di manifestare, di fare conflitto. Questo vuol dire che non è più possibile rinviare un ragionamento pubblico sulle forme di autoregolamentazione dei cortei, anche e soprattutto quando i cortei vogliono violare le zone rosse o semplicemente sfidare i divieti per invadere la città (come gli studenti hanno fatto negli ultimi tre anni). Come sia possibile una piazza plurale, ma nello stesso tempo democratica, è un problema di tutti, di tutte le lotte sociali, non è un problema di qualcuno, non è un problema dei centri sociali. Per questo la discussione deve essere aperta, per questo c’è bisogno di essere tempestivi, perché il 15 ottobre non può e non deve consegnare il movimento al minoritarismo e al ghetto, perché il movimento non può condannarsi all’impotenza, perché il conflitto, anche radicale e aspro, non può essere messo all’angolo.

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI A CALDO SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE.

 Di Red Link

Com’era prevedibile con la mobilitazione ancora in corso è subito iniziato il rituale delle condanne e della caccia all’estremista o all’infiltrato, a seconda delle preferenze, che avrebbe rovinato le ragioni stesse della manifestazione del 15 ottobre.

Diciamo subito che contro questa ennesima criminalizzazione accompagnata dal solito richiamo all’unità delle persone di “buona volontà” è necessario reagire subito ed energicamente senza accettare un terreno difensivo, e questo a prescindere dalla valutazione sulla opportunità o meno delle azioni conflittuali messe in atto da una parte consistente del corteo, su cui torneremo più avanti.

Occorre rispedire al mittente questa giaculatoria perché non si può nemmeno accettare il dialogo o la necessità di giustificarsi, con chi finge di scandalizzarsi per qualche vetrina sfondata e qualche macchina bruciata, mentre contemporaneamente manda i propri eserciti a bombardare popolazioni inermi come avviene in Libia ed in Afghanistan. Non stiamo parlando di violenza figurata quindi, ma di quella concreta che ha fatto migliaia di vittime “vere”; e continua a farne tutti i giorni anche se con il plauso delle massime istituzioni che ci spiegano ogni giorno la necessità di portare la pace e la difesa ai deboli. Violenza vera è quella esercita nelle carceri e nei CIE quotidianamente o quella praticata per conto dei nostri governanti dagli ascari pagati dall’altra parte del mediterraneo. Se passiamo a quella indiretta o indotta, potremmo citare le migliaia di infortuni sul lavoro, i licenziamenti di massa che spesso spingono al suicidio o a patologie croniche che ti segnano per tutta la vita e se ti va bene diventi solo un morto di fame. O alla condizione di estrema precarietà cui sono costretti proprio una parte di coloro che si sono resi protagonisti degli scontri in piazza. Una condizione su cui pure si finge di versare qualche lacrimuccia di comprensione, salvo descriverli come bamboccioni, poiché non accettano di andare a lavorare per meno di 500 € al mese, o criminalizzarli se decidono di manifestare, quando se ne presenta la possibilità, tutta la rabbia accumulata che non possono normalmente esprimere per la condizione atomizzata e ricattatoria cui li costringono quelle leggi emanate dagli stessi che fanno finta di commuoversi per la loro situazione. Per stare al tema più attinente alla manifestazione del 15 potremmo ricordare il randello rappresentato dal “giudizio dei mercati” e dal debito pubblico in nome dei quali si sta sferrando un attacco inaudito alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, nel mentre la concentrazione della ricchezza diventa sempre più polarizzata.

Ma l’elenco delle violenze quotidiane di cui si rende responsabile la borghesia ed il suo stato sarebbe interminabile e davvero sorprende che la questione dirimente dovrebbe essere quella di condannare o isolare chi ha rotto qualche vetrina. Non vediamo in giro cori di indignazione o di dissociazione di fronte a questa violenza concentrata rappresentata dalla stato, dalle sue istituzioni e dai suoi apparati repressivi.

Per tale motivo chiunque affronti il tema degli scontri sostenendo che in assoluto e per principio bisogna condannare l’uso della violenza da parte dei movimenti, dimenticandosi di denunciare l’uso mostruosamente più consistente che ne fa lo stato e chiamando la polizia per “isolare i facinorosi” per noi non è in buona fede ma mesta nel fango sapendo di farlo e lo lasciamo quindi alle proprie giaculatorie.

Vi sono poi coloro che esprimono le critiche dall’interno della mobilitazione sostenendo che le azioni conflittuali stravolgono il senso della manifestazione annullando il suo effetto comunicativo e di chi è sceso in piazza per manifestare pacificamente.

Qui il crinale si fa più sottile ed è difficile distinguere tra quel settore di ceto politico che si sente investito di non si sa quale rappresentanza del movimento e va in paranoia se questo suo ruolo risulta messo in discussione da un ondata che sente di non poter controllare,  e coloro sinceramente preoccupati che la degenerazione della manifestazione sia controproducente, anche se strabicamente ne addossano la responsabilità non all’intervento poliziesco ma a chi ha deciso di esprimere in maniera incisiva la propria rabbia.

Ancora una volta, però, e non importa se in buona o cattiva fede, si decide di ignorare come si è arrivati a quella mobilitazione. In primo luogo il divieto delle istituzioni di consentire un percorso che permettesse di esprimere il proprio dissenso intorno ai palazzi delle istituzioni. Così mentre i nostri media ci fanno vedere le mobilitazioni nelle altre capitali mondiali dove i manifestanti arrivano direttamente sotto la borsa e i palazzi del governo, strizzando l’occhio come segno di comprensione verso quei movimenti, quando si tratta dell’Italia il fatto che ciò non sia più possibile lo si assume quasi come un dato scontato. Questa però non viene considerata violenza ma ordinaria amministrazione che sia pure a malincuore non si può fare altro che accettare.

Inoltre questa manifestazione, almeno in Italia, non ha mai avuto padrini e copyright. Essa è nata su di un appello inizialmente lanciato dalle piazze spagnole e fatto proprio dalle più disparate realtà di movimento e non. Vero è che ci sono stati vari tentativi di costituire comitati promotori, ma questi sono stati da subito in concorrenza/competizione tra di loro, sia per i contenuti politici che intendevano mettere al centro della mobilitazione ma soprattutto per questioni di “bottega” per chi doveva candidarsi a rappresentare tale movimento. Specialmente quei settori che intendevano replicare fuori tempo massimo il defunto social forum, hanno messo in atto un tentativo, nemmeno tanto implicito, di trasformarlo, in una manifestazione che desse la spallata decisiva al governo Berlusconi, e spianasse la strada ad un nuovo governo di centro sinistra. Un governo di quelle forze che non esitano a candidare Profumo come nuovo leader governativo (quello della manovra da 440 miliardi di €), che si affrettano a ribadire di voler dare immediata operatività alle richieste della BCE e della Banca d’Italia non appena prenderanno possesso dell’esecutivo, che criticano ogni giorno il governo Berlusconi perché non si dà una smossa seria nell’attaccare le pensioni e nel tagliare in maniera consistente la spesa pubblica.

Per tali ragioni non si è mai arrivati ad un vero coordinamento di tutte le realtà che intendevano partecipare alla manifestazione. Ma era di pubblico dominio che settori significativi di movimento intendevano esprimere in maniera incisiva la propria protesta contro il divieto al corteo di raggiungere i palazzi delle istituzioni, così come era esplicito l’intento di sanzionare sedi e simboli del potere economico/finanziario e politico.

Quindi non vi è stata espropriazione di un presunto programma della manifestazione da parte di nessuno ed ognuno si assumeva la responsabilità della propria scelta di stare in piazza e del come starci.

Venendo poi allo svolgimento della manifestazione va ribadito che questa è degenerata quando la polizia ha cominciato a caricare brutalmente il corteo con lancio di lacrimogeni per spezzarlo e successivamente ha usato gli idranti e lanciato autoblindo a folle velocità sulla folla. Tale atteggiamento ha fatto montare la rabbia anche in settori che non erano scesi in piazza con l’intenzione di scontrarsi. A noi non è parso di vedere questa maggioranza del corteo che prendeva le distanze da chi si scontrava con la polizia, ma anzi molta solidarietà e comprensione quando non proprio il coinvolgimento negli stessi scontri per le provocazioni poliziesche. Una verità che si è lasciato sfuggire lo stesso cronista di Rai News da Piazza S. Giovanni quando, con rammarico, ha dovuto comunicare nel corso della diretta che i protagonisti dello scontro non erano affatto isolati dal resto dei manifestanti, molti dei quali tifavano apertamente, prima che la versione “ufficiale” confezionasse la narrazione dello sparuto gruppo di provocatori isolato e contestato dalla gran massa del corteo. Non si spiega altrimenti come un “ridotto” gruppetto abbia potuto resistere per ore alle cariche di polizia riuscendo persino, ad un certo punto, a respingerla dalla piazza. In verità uno degli aspetti che maggiormente ha fatto inferocire i rappresentanti istituzionali tanto di destra quanto di sinistra è stata proprio la determinazione dimostrata da chi era in piazza insieme al fatto che nonostante le notizie sulle rabbiose cariche in corso il corteo non si è disperso e non ha nemmeno smobilitato.

Questo scenario rompe con le rituali sfilate in cui al popolo viene consentito ogni tanto di esprimere il proprio dissenso a condizione che lo faccia molto educatamente e garbatamente tornandosene poi a casa con il dubbio se sia servito a qualcosa e se qualcuno se ne sia accorto. Questo, infatti, è l’argomento assolutamente infondato che viene brandito contro le manifestazioni che finiscono come il 15: le violenze avrebbero oscurato le ragioni della mobilitazione annullando l’effetto che ci si prefiggeva con essa di raggiungere. Forse abbiamo vissuto in un altro paese negli ultimi anni ma a noi risulta che le rituali sfilate, anche numerose come quella di ieri, se va bene si meritano una citazione nei titoli di apertura o di coda, soprattutto se non sono promosse dalle organizzazioni sindacali o politiche concertative. Cosa per la quale, però, non abbiamo mai visto in passato cori di indignazione per questa vera e propria espropriazione violenta del diritto all’informazione e alla comunicazione da parte dei media tanto statali quanto privati.

Della manifestazione di ieri, oltre ai partecipanti e gli amici e conoscenti non se ne sarebbe accorto proprio nessuno se non ci fossero stati gli scontri di piazza. Questo non vuol dire che programmaticamente vanno pianificate sempre azioni di forte impatto conflittuale in ogni manifestazione, ma almeno la si smetta con questa infondata argomentazione dello stravolgimento delle ragioni della protesta.

Piaccia o non piaccia il messaggio che è arrivato il 15 a tutta la popolazione, nonostante la rabbiosa schiuma di tutti i commentatori, è che c’è stata una grandissima manifestazione all’interno della quale c’era una componente consistente che ha deciso di esprimere in maniera combattiva la propria rabbia e la propria opposizione alle politiche che colpiscono tutti.

Che la sfida in atto, con la crisi sistemica in corso e le politiche messe in atto dalle istituzioni nazionali ed internazionali, richieda una estensione della mobilitazione ed un livello di radicalità ancora maggiore, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi e l’indipendenza politica dalle istituzioni e dai soccorritori del capitalismo, è un altro conto.

Chi si illude che mobilitazioni pur significative, come quella del 15 ottobre, possano essere sufficienti ad ottenere modifiche sostanziali delle politiche in atto da parte delle istituzioni si adagia in una logica autorereferenziale ed illusoria.

La critica che ci sentiamo di fare da parte nostra a chi ha scelto di stare in piazza in forma fortemente conflittuale è proprio questa. Le dimensioni della manifestazione e la partecipazione anche al confronto con la polizia dimostrano che non si è trattato di un’iniziativa che ha coinvolto solo il circuito degli attivisti ma è riuscita ad attrarre significativi settori, soprattutto giovanili, che hanno visto in essa un’occasione per esprimere la propria insofferenza ed il proprio malessere. Nonostante ciò bisogna essere consapevoli che siamo ancora ben lontani dal coinvolgimento massiccio di quell’universo variegato che si nasconde dietro il termine di precarietà e meno ancora dei lavoratori che formalmente hanno ancora un posto di lavoro stabile.

Troppo spesso tra gli attivisti si riproduce la semplificazione di identificare la propria soggettività politica con i settori sociali di classe che si pensa di coinvolgere nella lotta. O peggio, si parte dal proprio sacrosanto antagonismo verso le istituzioni e contro questo sistema sociale fondato sullo sfruttamento, per esprimerlo in tutte le occasioni anche con le forme di lotta più radicali. Il rischio è quello di cadere in un circolo vizioso finalizzato allo scontro e per lo scontro, che appunto può diventare autoreferenziale e non riuscire a creare le condizioni per l’estensione della lotta con il coinvolgimento dei veri soggetti che possono essere insieme a noi gli artefici di un cambiamento radicale degli attuali rapporti sociali. Come si vede si tratta di una critica ben diversa da quella messa in campo dal pensiero mainstream tanto di destra quanto di sinistra.

Non è pensabile infatti procedere solo per scadenze di mobilitazioni che si succedono, sia pure in forma fortemente conflittuale, senza pensare a forme di collegamento e di azione quotidiana che diano radicamento e spessore al movimento.

Ma soprattutto non è pensabile che ci si possa differenziare da chi intende riproporci tanto utopisticamente quanto riformisticamente un “capitalismo dal volto umano” solo esprimendo una maggiore radicalità nelle forme di lotta.

L’altro dato che ci ha colpito, infatti, nella fase preparatoria della manifestazione del 15 ottobre è stato proprio il concentrarsi quasi unicamente sulla necessità di dare vita a forme di conflitto radicali più che sui contenuti, quasi dando per scontato che gli obiettivi fossero gli stessi per tutti coloro che erano in piazza.

Non è così purtroppo, e dietro i discorsi e le parole d’ordine di diversi organismi che pure hanno dato vita alla manifestazione si intravedono proposte fuorvianti che invece di affrontare il male alla radice pensano di poter rimediare con i pannicelli caldi.

Certo le forme di lotta radicali sono un primo spartiacque con chi pensa di utilizzare il movimento per propri fini elettorali e per rivendicare un capitalismo buono contro quello degenerato e cattivo creato dalla finanza e dai cattivi politici, ma ciò non basta. Se non separiamo le nostre prospettive in maniera netta da tali tendenze anche sui contenuti e sulle rivendicazioni che vogliamo sostenere rischiamo di trovarci ancora una volta espropriati ed utilizzati nonostante tutta la nostra conflittualità espressa nelle mobilitazioni di piazza.

Ma questa voleva essere solo una valutazione a caldo della mobilitazione del 15 ci sarà tempo e modo per tornare su tali questioni che impongono un salto di qualità complessivo all’intero movimento se vogliamo essere all’altezza della sfida cui siamo di fronte.

Red Link

Roma 15 ottobre, una giornata di riscossa popolare che fa tremare padroni, speculatori e Vaticano e spalanca la strada alla costruzione di un governo di emergenza popolare

Il contenuto, il senso e le prospettive della mobilitazione del 15 ottobre

di Carc

Il cambiamento e l’alternativa non sono compatibili con il rispetto del sistema che prima uccide gli operai e poi li piange, come a Barletta, che prima consente che i giovani siano carne da macello e da cannone e poi esige pene esemplari per chi si ribella.

·         Chi voleva cavalcare il movimento popolare per renderlo inoffensivo e mansueto, per neutralizzarlo, oggi raccoglie i cocci della pace sociale senza principi dietro cui prosperano sfruttamento, morti sul lavoro, precarietà. La battaglia di Piazza San Giovanni infrange definitivamente le aspettative di Draghi (i giovani hanno ragione e vanno ascoltati) e dei lacchè che si sono prodigati a sostenerlo con le mani sporche del sangue dei lavoratori, dei migranti, delle migliaia di proletari che si suicidano in preda alla disperazione di fronte agli effetti della crisi.

·         Una mobilitazione permanente per cacciare il governo della destra reazionaria, sbarrare la strada alle “soluzioni di ricambio” promosse da FMI e BCE (governi tecnici, unità nazionale, ecc.) e costruire un governo di emergenza popolare.  

·         Solidarietà ai compagni e alle compagne che sono stati fermati e arrestati, a quelli feriti, a quelli perquisiti e a quelli che saranno denunciati: alla reazione rabbiosa e scomposta delle Autorità che cercano i colpevoli rispondiamo con  una grande mobilitazione di solidarietà!

·         I dirigenti della sinistra sindacale, dei sindacati di base, i promotori della manifestazione del 15 ottobre, fino ai sindaci come De Magistris (che ha pure aderito alla manifestazione) e Pisapia devono condannare il linciaggio a cui sono sottoposte le organizzazioni, le forze e i singoli compagni che credono – e ne sono un esempio – che un altro mondo è possibile.

Il contenuto del 15 ottobre

Milioni di persone in almeno 80 paesi si sono mobilitate contemporaneamente e intorno al grido Rise up!, per dichiarare a gran voce che non pagheranno la crisi generata e alimentata dai padroni. Nel nostro paese in centinaia di migliaia di persone hanno risposto all’appello: “non paghiamo il debito”. Ci sono tutte le componenti del movimento operaio e popolare, delle lotte contro speculazioni e devastazione ambientale, ci sono le reti per la difesa dei beni comuni e gli immigrati, i movimenti antirazzisti e le donne organizzate. Una mobilitazione indetta dal basso, dal coordinamento delle realtà migliori forze che in questi anni hanno diretto il movimento contro gli effetti della crisi (sindacati di base, sinistra sindacale, reti degli autorganizzati, studenti, centri sociali, centinaia di organizzazioni operaie e popolari che sono sorte in questi mesi, ecc.) che poneva un obiettivo chiaro e comune “assediare i palazzi del potere”. Quando di fronte alla carica di aspettative raccolte attorno a questa data si è andata consolidando anche la certezza che sarebbe stata una manifestazione di massa sono iniziati i tentativi di cavalcare l’onda: dai “cappelli” dei politicanti borghesi alle parole di comprensione e incoraggiamento dei caporioni della borghesia e della finanza (Draghi è il più rappresentativo, ma anche Montezemolo, ecc.) fino al tentativo di deviare dall’obiettivo originario: abbandonare l’assedio ai palazzi in favore di un accampamento in piazza S. Giovanni. In altri termini: il tentativo di spuntare la carica di combattività e la voglia di riscossa per trasformarli in un più compatibile “evento politico” da spendere nel teatrino della politica borghese.

Nonostante ciò non 100 incappucciati, 300 black bloc o un numero indefinito di infiltrati, ma migliaia, di giovani, di precari, di studenti, di disoccupati, di lavoratori hanno rifiutato la farsa della compatibilità, della “libertà e legittimità (borghesi) di manifestare”, hanno deciso di non subire le imposizioni e le provocazioni di Governo e forze della repressione. Ancora il 15 ottobre, come il 14 dicembre 2010 a Roma e l’inizio del luglio scorso in Val  Susa si sono ribellati, si sono scontrati con generosità e coraggio con i reparti antisommossa di Polizia, carabinieri e Guardia di Finanza, hanno sfidato idranti, cariche con i blindati, lacrimogeni e manganellate, hanno combattuto per ore in piazza S. Giovanni, hanno portato la rivolta nella città di Roma, centro del potere della Repubblica Pontificia.

Il senso del 15 ottobre

Una così grande mobilitazione, una così grande e generosa ribellione, una tanto diffusa volontà di insorgere sono la dimostrazione che nel nostro paese si è aperta una fase politica nuova in cui, a fronte della gravità della crisi, della ferocia degli attacchi ai diritti e alle conquiste, delle manovre che strangolano le masse popolari, sono le masse popolari stesse che impongono con la mobilitazione soluzioni urgenti, nuove, straordinarie e radicali.

La giornata del 15 ottobre è uno spartiacque anche e soprattutto per le organizzazioni operaie e popolari, è una contrapposizione fra vecchio e nuovo: chi non ha una prospettiva, chi non ha capito o non vuole capire il senso di questa giornata, chi non ha capacità o volontà di assumersi la responsabilità politica di costruire una alternativa al sistema della crisi, dello sfruttamento, del debito, della precarietà e del piano Marchionne, maschera la sua impotenza gonfiando il coro che si leva dalla borghesia (senza distinzioni di sorta Berlusconi, Alemanno, Vendola, la Camusso, Di Pietro, Bersani e Bagnasco dicono le stesse cose: isolare e denunciare i violenti, condannare le violenze, esecrare le terribili devastazioni).

Chi cerca una strada, chi aspira a una trasformazione, al cambiamento, con le tante inclinazioni con cui si coniuga questo concetto respinge la divisione fra buoni e cattivi, fra pacifici e violenti, fra chi ha legittimità a manifestare e chi no, respinge e condanna i richiami alla delazione: collaborare con le autorità borghesi è l’antitesi di costruire un mondo nuovo.

Da piazza S. Giovanni, fra il fumo dei lacrimogeni e delle camionette a fuoco, si alza un grido più forte di ogni delazione: non pagheremo noi la crisi dei padroni, siamo pronti a organizzarci per lottare, per combattere, per vincere e conquistare un mondo nuovo. Questo è il senso che ogni organizzazione operaia e popolare, ogni elemento avanzato delle masse popolari, ogni operaio e lavoratore deve e può raccogliere, alimentare, estendere.

Le prospettive del 15 ottobre

Dal 16 ottobre 2010, la grande manifestazione indetta dalla FIOM contro il piano Marchionne, è stato un crescendo di mobilitazioni nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze (impossibile non ricordare la giornata del 14 dicembre) e quel clima di riscossa ha contagiato e influito persino nel campo del teatrino della politica borghese con gli esiti dei referendum e delle amministrative della scorsa primavera. E poi, ancora, la lotta della Val Susa, la resistenza attiva ai licenziamenti di massa degli operai Fincantieri. Con lo sciopero generale del 6 settembre è iniziata di fatto una mobilitazione permanente (per quanto ancora frammentata) contro la banda Berlusconi e i poteri forti, fino al 15 ottobre. Ciò che già spontaneamente sta avvenendo può e deve essere alimentato e rafforzato con proposte concrete, possibili, costruttive, una soluzione politica che raccoglie e valorizza la spinta positiva e radicale delle masse popolari e dei lavoratori.

Una mobilitazione permanente per rendere ingovernabile il paese a ogni governo emanazione delle autorità borghesi. Nelle piazze, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e oltre.

Quanto più la riscossa popolare alimenta ed estende il protagonismo, il coordinamento e la coscienza delle organizzazioni popolari e operaie e tanto più il paese sarà ingovernabile per le autorità borghesi, e le condizioni saranno favorevoli alla costruzione di un governo di emergenza popolare, un governo composto dagli esponenti della sinistra sindacale e dei sindacati di base, dagli esponenti più progressisti e coraggiosi delle associazioni, dei movimenti, dei coordinamenti, coloro che già godono della fiducia dei lavoratori e delle masse, un governo di emergenza che attui un programma articolato attorno a sei misure urgenti e necessarie:

1.assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa),

2.distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi,

3.assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato),

4.eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti,

5.avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione,

6.stabilire relazioni di solidarietà e collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

Questo e soltanto questo è lo sbocco positivo e costruttivo delle energie, delle forze, del protagonismo che ha portato il 15 ottobre e porterà nei prossimi mesi migliaia di giovani, lavoratori, donne, immigrati, precari, studenti a ribellarsi. Chi nega questo sbocco, vi si oppone e si aggrappa al rispetto delle regole, della democrazia, della rappresentanza, della pace sociale (quali regole? Quale democrazia? Quale rappresentanza? Quale pace sociale?) si schiera contro il cambiamento e la trasformazione e nella sostanza lavora affinché tutto rimanga com’è.

Le prossime settimane sono decisive. I padroni, il Vaticano, i banchieri e le loro autorità sono nel panico e nel caos. Per rimediare al fallimento dei loro piani sul 15 ottobre ricorrono ai fantasmi che agitarono all’indomani del massacro del G8 di Genova e si appellano apertamente e su grande scala alla delazione da parte dei manifestanti pacifici per individuare e punire i violenti.

Alle porte ci sono importanti mobilitazioni, a partire dallo sciopero e manifestazione degli operai FIAT e Fincantieri del 21 ottobre e le mobilitazioni degli studenti.

Per la borghesia, per la destra CGIL e per i fautori della protesta controllata e responsabile è particolarmente importante, è determinante, che l’esempio della ribellione di Roma rimanga isolato. Che i ribelli di Roma siano criminalizzati. Che i disoccupati, i cassintegrati, i licenziati siano disposti ad accettare pacificamente e di buon grado il destino di esuberi, scarti, miserrimi che Marchionne, Draghi e compagnia stanno preparando per loro e le loro famiglie.

Respingere la delazione, fare della repressione uno strumento per la lotta di classe. Monta la caccia al teppista, al fascista rosso, scatenata dal governo, alimentata dalle anime belle della democrazia borghese, monta la caccia all’uomo, mentre scriviamo vengono perquisite sedi e abitazioni di compagni e compagne che appartengono a varie realtà di movimento in tutta Italia, Di Pietro e Maroni inneggiano a nuove leggi speciali come nel ‘77 (cioè inneggiano agli omicidi come quello di Giorgiana Masi e Francesco Lorusso), la parte più disposta a cedere alle lusinghe di Draghi degli indignati risponde con entusiasmo all’appello a denunciare i violenti pubblicando ai quattro venti fotografie, video e ricostruzioni dei fatti…

E’ la reazione scomposta e rabbiosa di una cricca di malavitosi che muove tutte le leve di cui dispone per terrorizzare, demoralizzare, ridicolizzare e fiaccare un movimento che dalla protesta sta passando alla ribellione, che all’essere solo contro, sta avanzando il per.

Per quanto ci riguarda, Partito dei CARC e  più in generale la Carovana del (n)PCI, sono 30 anni che le autorità borghesi ci perseguitano: pedinamenti, intercettazioni, diffamazioni, campagne stampa, perquisizioni, fermi, arresti… abbiamo imparato quanto è facile per i media borghesi influenzare, inquinare, confondere, mestare nel torbido. E quanto, alla fine, ogni tentativo di criminalizzare e reprimere, se affrontato con una linea di unità, di lotta, con la concezione di lavorare per unire ciò che le autorità borghesi vogliono dividere, si trasforma nel suo contrario.

Per questo diamo incondizionata solidarietà ai compagni e alle compagne che sono stati fermati e arrestati, a quelli feriti, a quelli perquisiti e a quelli che saranno denunciati.

E di più, chiamiamo i dirigenti della sinistra sindacale , dei sindacati di base, delle associazioni progressiste e democratiche, i promotori della manifestazione del 15 ottobre, fino ai sindaci come De Magistris (che ha pure aderito alla manifestazione) e Pisapia a condannare il linciaggio a cui sono sottoposte le organizzazioni, i movimenti  e i singoli compagni che credono – e ne sono un esempio – che un altro mondo è possibile.

C’è una parte importante dell’autoproclamata sinistra di questo paese che sulla reazione alla giornata del 15 ottobre si sta giocando la credibilità e il futuro della sua stessa esistenza.

Nella situazione di crisi, di povertà dilagante, di sfruttamento, di miseria a cui i padroni costringono le masse popolari, le pretese di essere il cambiamento e l’alternativa non sono compatibili con il rispetto del sistema che prima uccide gli operai e poi li piange, come a Barletta, che prima permette la costruzione di lager a cielo aperto e poi li critica, come a Lampedusa, che prima consente che i giovani siano carne da macello e da cannone e poi esige pene esemplari per chi si ribella.

Per questo chi pretende di essere e rappresentare il cambiamento e l’alternativa deve per primo rompere il circolo vizioso della criminalizzazione e dell’isolamento.

Fra le tante reazioni, i comunicati, le prese di posizione segnaliamo un intervento che offre importanti spunti di riflessione e che condividiamo in ogni sua parte: dal sito notav.info

Il 15 ottobre è stata una giornata intensa per tutto il nostro paese, giornata che rimarrà impressa nella memoria, una giornata che fa paura, a tanti, a molti. Il movimento no tav era a Roma, non per la prima volta, neanche per l’ultima, fiero, con le sue bandiere, con la sua lotta. Un forte appello da queste pagine era partito una settimana prima “Valsusa chiama Italia”, come un grido, da una valle che resiste, da una valle che lotta, un grido di aiuto e un grido di speranza. Roma è il centro politico da cui vengono prese le decisioni, lì le sorti del nostro territorio vengono discusse, lì il nostro futuro deciso. Se da un lato con caparbietà e coraggio la val di Susa resiste a Chiomonte impedendo l’avvio dei lavori dall’altro il movimento no tav ha bisogno di far cadere il mandato politico che regge e legittima l’occupazione militare. Il no tav tour,la partecipazione alle manifestazioni degli indignati , alle lotte studentesche sono quindi la risposta che il movimento dà al secondo pezzo del problema. Per questi motivi a Roma il movimento no tav ha sfilato e lottato. Il giorno dopo come sempre le condanne arrivano unanimi, come quando in val di Susa le giornate di lotta diventano reali, incidono e fanno m ale , a chi questa valle la vuole devastare. Da un lato una casta, fatta di pochi “politici” e banchieri che tragicamente stanno impoverendo il mondo e i popoli, dall’altra centinaia di migliaia di persone che si battono per fermarli.

Qui iniziano i problemi della giornata del 15 ottobre. C’è voglia di lottare, di manifestare, di esserci, c’è spazio per tutti ma il mandato non è chiaro, l’obiettivo è appannato. In tutto il mondo i centri dei poteri bancari e politici sono paralizzati. Lo stesso slogan occupywallstreet diventa pratica e con tanto coraggio, consapevoli di rischiare l’arresto i manifestanti newyorkesi e poi quelli londinesi sfilano e occupano le strade sotto le borse. A Roma non è così, il corteo è enorme ma nessuno ha avuto il coraggio di imporsi, di pretendere o praticare un percorso che vada diretto al centro cittadino, al parlamento alla banca centr ale . Prima anomalia tutta italiana quindi, un corteo che nonostante le parole d’ordine chiare di blocco, accampada o altro ancora, dette nei giorni precedenti, sfila diretto verso la periferia, verso un improbabile comizio fin ale ed un palco che da subito imbarazza. Sarebbe stato un po’ come se il tre luglio a Chiomonte invece che partire da Exilles verso il fortino della Madd ale na ci fossimo diretti in direzione opposta verso la Francia. Cosa avremmo detto a fine giornata? Non ce l’abbiamo fatta ma eravamo tantissimi? Quanti avrebbero ascoltato il comizio fin ale ? Quanti di noi avrebbero creduto ancora nella lotta no tav? Iniziano quindi i problemi, la polizia dopo poco carica dalla coda il corteo, in una via insensata, residenzi ale e da lì iniziano scontri che si protraggono fino a tarda sera in ogni parte della città. Per lo spezzone no tav non è facile proseguire ma con forza e soprattutto insieme si va avanti. Un fronteggiamento pesante inizia con chi in quella giornata difende o pensa di difendere lo stato, di cosa e di chi sarebbe poi interessante iniziare a riflettere. Il giorno dopo le parole si sprecano ma un forte imbarazzo e una latente paura attraversa tutti, soprattutto i politici. Migliaia di ragazzi hanno messo a ferro e fuoco Roma. Una visione riduttiva e semplificante vede nel mostro black bloc la risposta. Facile , troppo facile. Per chi invece aveva voglia di capire qualcosa e aveva coraggio di farlo bastava andare in piazza san Giovanni, lì avrebbe trovato un pezzo di Italia, di Roma. Tanti ragazzi che lottavano, a modo loro, contro quello che avevano davanti, sfogando rabbia in maniera confusa ma con un messaggio chiaro e con la forza di chi davanti a sé non vede un futuro. Negare questo significa non avere poi i mezzi per interpretare e costruire un cammino che sappia andare oltre quella giornata e che inevitabilmente sarà capace di produrne nel migliore dei casi altre uguali. Non darsi degli obiettivi da praticare e non praticarli significa non avere poi i mezzi per iniziare delle discussioni sul come praticarli. Se l’obiettivo è fermare la casta e la crisi finanziaria non si può non andare insieme tutti e in modo chiaro dove questa casta vive, si riproduce e decide. Se vogliamo farlo insieme dobbiamo avere il coraggio e la forza di provarci e solo dopo decidere come. Inutile oggi prendere le distanze o dire così non va bene così non si fa o ancora peggio pensare che i giovani che erano a Roma a piazza san Govanni sono un problema per il movimento. Il problema italiano sono e restano i politici, le banche, i finanzieri che in maniera mostruosa risucchiano ricchezza e impoveriscono il mondo. Quando avremo la forza di affrontare questo problema in maniera chiara forse riusciremo a capirci e a fermarli. Se nel movimento no tav si vive e si lotta da oltre venti anni insieme è grazie alla bontà e alla semplicità dei suoi obiettivi. Se da oltre venti anni il movimento riesce a ripensarsi e a discutere è perchè una rottura e una distanza netta viene posta tra chi vuole costruire il tav e chi vuole invece fermarli. Le reti di del fortino di Chiomonte sicuramente aiutano a capire da che parte stare, se però a quelle reti non ci fossimo andati non sarebbe stato così facile per tutti capire cosa si combatte e soprattutto dove. E’ possibile fermare il tav come è possibile fermare la casta, basta volerlo e farlo insieme.

A norma di legge potete essere esclusi da questa lista di distribuzione,
RISPONDENDO A QUESTO MESSAGGIO con la richiesta di CANCELLAZIONE

Cordiali saluti dalla redazione di:
RESISTENZA

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