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[OpposizioneSocialecampania] interventi delle compagne Dilar Dirik e Nursel Kilic-convegno sulle donne kurde/Roma 11/X

Lotta tra due sistemi contrapposti: l’ISIS, forza d’impatto della modernità capitalista, e le donne che costruiscono la modernità democratica

Lotta tra due sistemi contrapposti: l’ISIS, forza d’impatto della modernità capitalista, e le donne che costruiscono la modernità democratica

Intervento di Dilar Dirik*

Voglio ringraziare le organizzatrici per questo grande evento e salutare la coraggiosa e storica resistenza del popolo e in particolare delle donne a Kobane, che stanno conducendo una lotta per l’esistenza contro l’oscurità del cosiddetto Stato Islamico e la cui coraggiosa resistenza dovrebbe far vergognare tutti coloro che stanno in silenzio a guardare o che contribuiscono attivamente agli attacchi contro la città.

Come molti di voi probabilmente sanno, dopo gli attacchi di IS a Kurdistan, Siria e Iraq, i media mainstream e il discorso politico hanno dato attenzione alla resistenza del popolo curdo contro gli atti brutali e genocidi di IS, e più in particolare al ruolo delle donne in questa lotta. Il mondo si è accorto della notevole lotta delle donne curde che hanno preso le armi per combattere il gruppo jihadista ultra-patriarcale, cosa che viene percepita come inusuale, dato che il Kurdistan si trova in una parte del mondo che è nota per essere straordinariamente patriarcale, feudale e sotto il dominio maschile. Il fatto che queste donne, in una società altrimenti conservatrice, dominata dagli uomini, combattano militarmente e sconfiggano un’organizzazione brutale, ha affascinato molti osservatori esterni. Tuttavia affermazioni sensazionaliste come “IS teme le donne curde perché se uccisi da una donna non andranno in paradiso” si concentra su elementi superficiali di una situazione profondamente complessa, ignorando che in questa lotta c’è più del solo combattimento con le armi, ovvero un progetto di emancipazione politica più ampio.

Di seguito vorrei parlare di due sistemi opposti che al momento si combattono in Kurdistan. L’organizzazione assassina IS con le sue intenzioni, ambizioni e azioni monopoliste, egemoniche, ultra-patriarcali e repressive è la personificazione della modernità capitalista. La resistenza e il movimento delle donne curde che lotta per un sistema di società alternativa basato sulla modernità democratica, una significativa lotta per libertà, giustizia e democrazia oltre gli stati-nazione, economia capitalista e potere egemonico.

Per fare questo prima di tutto dobbiamo capire gli elementi rivoluzionari delle donne in una società come quella del Kurdistan che prendono le armi contro un’ideologia così brutale. Per prima cosa, va capito il significato della lotta armata delle donne nel contesto dei concetti patriarcali di guerra e militarismo. Tradizionalmente le donne sono viste come parte delle terre che gli uomini devono proteggere. La violenza sessuale viene usata come strumento di guerra per “dominare” il nemico, in particolare dove il concetto di “onore” viene costruito intorno ai corpi e comportamenti sessuali delle donne. Le donne militanti vengono accusate di violare la “santità della famiglia” perché osano uscire dalla prigione centenaria che è stata loro assegnata. Il fatto ce le donne curde prendano le armi, simboli tradizionali del potere maschile, per molti versi è una devianza radicale dalla tradizione. Anche questa è una ragione per la quale molte donne che lottano, ovunque nel mondo, sono soggette ad una violenza sessuata, sia come combattenti, che come prigioniere politiche. Nel contesto delle donne militanti, lo scopo della violenza sessuata, fisica o verbale, è di punirle per essere entrate in una sfera riservata al privilegio maschile.

IS ha dichiarato esplicitamente una guerra contro le donne. Usa sistematicamente la violenza sessuata attraverso rapimenti, matrimoni forzati e stupro. Strumentalizza la religione per i suoi scopie sfrutta il concetto di “onore” prevalente nella religione. Secondo rapporti, migliaia di donne yezide di Shengal (Sijnar) sono state catturate, vendute nei mercati degli schiavi o “date” agli jihadisti come bottino di guerra, Questa sistematica distruzione delle donne è una forma specifica di violenza: il femminicidio.

L’ideologia sciovinista di IS non solo strumentalizza la religione per i suoi scopi egemonici, ma mira inoltre a stabilire un sistema di monopolismo completo. (…)

Nonostante il fatto che i media parlino delle donne al fronte, le motivazioni politiche della loro lotta sono spesso tralasciate. Per esempio, nonostante le ragioni della militanza delle donne curde siano molteplici, la maggior parte dei combattenti delle Unità di Difesa del Popolo (YPG) e delle Forze di Difesa delle Donne (YPJ) del Rojava (Kurdistan occidentale/Siria settentrionale) che stanno combattendo IS da due anni, sono leali all’ideologia del Partito del Lavoratori del Kurdistan, il PKK.

Il PKK nonostante venga definito “organizzazione separatista”, da tempo è andato oltre i concetti di stato e nazionalismo e ora sostiene un progetto do liberazione alternativo in forma di autonomia regionale e autogoverno, il “confederalismo democratico”, basato su parità di genere, ecologia e democrazia dal basso, messo in pratica attraverso i consigli popolari. Nelle sedi delle YPG/YPJ, che ora insieme al PKK aiutano anche le forze dei peshmerga dei curdi del sud (curdi irakeni) a difendere la regione da IS, in genere si trovano ritratti di Abdullah Öcalan, l’ideologo del PKK in carcere, le cui teorie hanno contribuito in larga parte alla liberazione delle donne in Kurdistan. Il PKK sfida il patriarcato e pratica la co-presidenza, che divide l’amministrazione in modo paritario tra una donna e un uomo, dalla presidenza dei partiti fino ai consigli di quartiere e ha quote di genere 50-50 a tutti i livelli delle amministrazioni. Queste politiche sono meccanismi per garantire la rappresentanza delle donne in tutti gli ambiti della vita, consigli, accademie, partiti e cooperative, oltre alla decostruzione patriarcato a livello teorico, mirano a dare significato a questa rappresentanza.

L’amministrazione del Kurdistan occidentale (Rojava) che ha dichiarato tre cantoni autonomi nel gennaio del 2014, ha applicato la co-presidenza e le quote, creato unità di difesa delle donne, consigli delle donne, accademie, scuole e cooperative. Le sue leggi mirano a democratizzare la famiglia e a eliminare la discriminazione di genere. Uomini che usano violenza contro le donne non possono far parte dell’amministrazione. Uno dei primi atti di governo è stato di mettere fuori legge matrimoni forzati, violenza domestica, delitto d’onore, poligamia, matrimoni con bambine, prezzo della sposa e scambio di spose. Le amministrazioni dei partiti, dei comuni, i consigli e comitati sono gestiti da una donna e un uomo, co-presidenti che condividono l’incarico. Ma i cantoni del Rojava vengono marginalizzati a livello internazionale attraverso embargo economici e politici.

Oppresso e marginalizzato in molte forme, etnia, classe, genere, il movimento delle donne curde è consapevole che la libertà deve comprendere tutti gli aspetti della vita. In questo modo la liberazione delle donne è diventata un prerequisito nella resistenza curda contro l’oppressione e non sorprende che le donne in tutta la regione, arabe, turche, armene e assire, partecipino sia alle unità armate che nelle amministrazioni.

È interessante notare che nonostante il fatto che il movimento delle donne sembri essere sull’agenda di oggi, le motivazioni e l’ideologia del movimento sembrano essere omesse a bella posta. Per esempio mentre alcuni articoli hanno iniziato ad ammirare il coraggio delle donne che lottano contro il regime e le forze legate ad Al-Qaeda nel Kurdistan occidentale, gli stessi autori spesso non citano il fatto che queste donne affermano in modo esplicito che la forza motrice dietro a questa mobilitazione è l’ideologia di Abdullah Öcalan, “L’uomo è un sistema. L’uomo è diventato stato e ha trasformato questo nella cultura dominante. Oppressione di classe e di genere si sviluppano insieme; la mascolinità ha prodotto il genere che comanda, la classe che comanda e lo stato che comanda. Se il maschio viene analizzato in questo contesto, è chiaro che la mascolinità deve essere uccisa. In effetti, uccidere il maschio dominante è il principio fondamentale del socialismo. Ecco cosa significa uccidere il potere: uccidente il dominio unilaterale, la disuguaglianza e l’intolleranza. Inoltre uccide fascismo, dittatura e dispotismo”.

E che piaccia o meno, l’ideologia del PKK è un fattore cruciale per raggiungere questo,
Analizziamo gli attacchi a Kobane in questo contesto. Molti attori della regione, in particolare Turchia, Qatar e Arabia Saudita hanno usato IS per i propri interessi e per molto tempo gli hanno fornito sostegno militare, finanziario e politico. Larga parte della comunità internazionale ha contribuito alla crescita di IS, se non altro con la passività e la tolleranza silenziosa. IS ha beneficiato dal sistema dello stato-nazione con le sue implicazioni capitalistiche (…).

In effetti molti sono stati contrari a chiamare IS “Stato Islamico” perché gli da una legittimità. Va messa in discussione la validità di questa affermazione, considerando che IS di fatto prende in prestito tutti gli elementi oppressivi dell’attuale sistema capitalista, patriarcale, orientato allo stato-nazione, ma in versione estremista.

Le strutture di autogoverno del Rojava sono state marginalizzate fin dall’inizio da tutto il mondo. I curdi sono stati esclusi da Ginevra II, vi sono embargo economici e politici contro i cantoni. E mentre Kobane è completamente assediata da IS, la comunità internazione ancora esita, perché la Turchia fa parte della NATO. Va detto che gli attacchi a Kobane sono un attacco al movimento delle donne, a un sistema alternativo, all’unica soluzione sostenibile alla crisi IS. Il sistema alternativo è sotto attacco perché ha il potenziale di sfidare radicalmente lo status quo. Sia l’ideologia del movimento delle donne che quella di IS sono classificate a livello internazionale come organizzazioni terroristiche, svelando la vera natura dell’ordine internazionale, che non vuole che il sistema alternativo del movimento curdo abbia successo, perché ne metterebbe in pericolo l’egemonia.

Le donne di tutte le parti del Kurdistan stanno lottando contro lo stato turco che ha il secondo più grande esercito della NATO e un governo conservatore che dice alle donne di non sorridere e di fare almeno tre figli, il regime iraniano che priva le donne dei loro diritto fondamentali, presuntamente in nome dell’Islam, e gli jihadisti radicali ai quali vengono promesse 72 vergini quando vanno in paradiso per le loro atrocità, dichiarando “halal” violentare le donne del nemico. Ma le donne curde sottolineano che continueranno a lottare contro il patriarcato in Kurdistan, contro i matrimoni di bambine, contro i matrimoni forzati, i delitti d’onore, la violenza domestica e la cultura dello stupro. Per le istituzioni patriarcali, accettare le donne come alla pari in combattimento, significherebbe mettere in discussione la loro egemonia. Così per IS, le donne curde combattenti sono il maggiore nemico.

IS non ha paura delle donne curde perché meglio equipaggiate o addestrate militarmente, ma perché l’ideologia di liberazione delle donne ha il potenziale di distruggere completamente l’egemonia del califfato patriarcale.

IS è solo la forma attualmente più estrema non solo di oppressione fisica delle donne; ma cerca anche di distruggere ideologicamente tutto ciò che la liberazione delle donne rappresenta. La lotta delle donne curde non è solo una lotta militare contro IS per l’esistenza, ma una posizione politica contro l’ordine sociale e la mentalità patriarcale alla base dell’ordine sociale e della mentalità patriarcale. Sfidare le strutture sociali attraverso la mobilitazione politica e l’emancipazione sociale, insieme all’autodifesa armata, è un contropotere sostenibile a lungo termine per sconfiggere la mentalità di IS.

Le donne del Kurdistan si percepiscono come le garanti di una società libera. È facile usare adesso le combattenti curde per dare un’immagine simpatetica di un nemico di IS, senza riconoscere i principi che stanno dietro alla loro lotta. L’apprezzamento per queste donne non dovrebbe essere correlato soltanto alla loro lotta militare contro IS, ma anche al riconoscimento della loro politica, delle loro ragioni e visioni. Se ci sarà una vittoria contro IS, avverrà per mano delle donne curde.

Dilar Dirik (Ricercatrice Università di Cambridge)
Roma, 11 ottobre 2014

 

Il Femminicidio, un Crimine Contro l’Umanità

Il Femminicidio, un Crimine Contro l’Umanità

Intervento di Nursel Kilic al Convegno di Donne- Roma

Proprio nel mezzo di una lotta che si rafforza in ogni momento, vi saluto a nome di tutte le donne che lottano per un futuro migliore e soprattutto per la liberazione delle donne. Vorrei anche in questa occasione commemorare tutte le donne martiri per la Liberazione del Kurdistan, in particolare tutte le combattenti delle YPJ che hanno sacrificato la loro vita per salvare le donne minacciate di genocidio dal Daesh. Queste donne sono ora minacciate di attacchi femminicidiari. ?? Qui la parola non ha molto senso in italiano, potresti forse dire “minacciate proprio in quanto donne”

Il femminicidio non ci è sconosciuto. Noi donne curde ci dobbiamo confrontare con una doppia discriminazione a causa della nostra identità e del nostro genere. Siamo state e siamo tuttora le prime vittime del conflitto armato. Le donne sono sempre state utilizzate come bottino di guerra e continuano ad esserlo oggi per gli attacchi del Daesh.

Le donne curde non sono obiettivi solo sul terreno del conflitto armato. Esse sono minacciate in tutti i settori in cui sono attive per i loro diritti politici, sociali e culturali.

La lotta per la liberazione delle donne è una lotta millenaria, dalla notte dei tempi le donne di tutto il mondo affrontano una discriminazione multipla; ricordiamo figure simboliche ed emblematiche del 19° secolo come Olympe de Gouges, Clara Zetkin, Rosa Luxembourg e le tre sorelle Mirabal. Possiamo citarne molte altre. In tutti i settori della società le donne erano un pericolo potenziale contro la struttura del sistema patriarcale.

Il pericolo principale di cui erano e sono sempre portatrici è la loro presa di coscienza, la loro forza organizzativa e la loro resistenza di fronte a tutte le persecuzioni dei fautori del dominio maschile.

Il Movimento delle donne curde ha saputo trasmettere questo patrimonio con figure femminili memorabili per la liberazione del popolo curdo. Il movimento delle donne curde è nato attraverso la lotta del Movimento Nazionale Curdo. Ma fin dalla sua nascita le donne sono sempre state un partito in piena regola all’interno del meccanismo decisionale del Movimento per la Liberazione del Kurdistan. Sono state, per la loro posizione di motrici della resistenza contro i regimi dittatoriali, un simbolo popolare della determinazione del popolo.

Gentili partecipanti,

Vorrei rendere omaggio a Sakine Cansiz, co-fondatrice del PKK e del Movimento delle Donne Curde. Sakine Cansiz anche è stata una di quelle donne che hanno fatto la storia; è nata a Dersim nel Kurdistan turco, e aveva dalla nascita dentro di sé il germe della ribellione del suo popolo, che poco prima, nel 1938, era stato per la ventottesima volta massacrato dal governo turco. Durante il suo percorso di studentessa ha simpatizzato rapidamente con gli ambienti degli studenti rivoluzionari; come carattere Sakine Cansiz era sensibile al tema della liberazione delle donne, rivendicava sempre che il ruolo delle donne fosse uguale a quello degli uomini nella società dell’epoca. Come metodo di mobilitazione cominciò dalle relazioni sociali nel quartiere, iniziando spesso con l’alfabetizzazione per le donne che non avevano avuto nella loro infanzia i mezzi per seguire un percorso scolastico. Questo mezzo mirava in particolare alla creazione di una presa di coscienza nell’ambiente domestico e in particolare ad aumentare il livello di partecipazione delle donne alla vita politica del Movimento. Sakine Cansiz ha sempre riprodotto attraverso la sua marcia militante e rivoluzionaria tutti i principi e gli obiettivi della lotta. Nei primi anni ’80 è stata imprigionata con i suoi compagni di lotta dal governo turco per le sue attività politiche. La sua statura integra, la sua rivolta e la sua rilevanza erano il suo scudo contro questi soggetti che non l’hanno risparmiata nei corridoi delle torture della prigione di Diyarbakir. Di fronte al torturatore Esat Oktay Yildiran esclamò: “Mi avete mutilato il seno ma mi vergogno di dire ahi per la giusta causa del mio popolo.” E’ stata il simbolo della resistenza del popolo kurdo. Sakine Cansiz-Sara ha oggi arricchito il patrimonio di figure storiche del movimento di liberazione delle donne.

Sakine Cansiz è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

Fidan Dogan, un’altra figura emblematica della diplomazia curda in Europa; molto giovane si è interessata alla causa curda. Ha lasciato gli studi per partecipare più attivamente alle attività politiche rivolte alla ricerca della soluzione della questione curda. Ha maturato la sua esperienza nella pratica mentre era una rappresentante politica curda. Era la voce delle rivendicazioni di un popolo per la libertà, la democrazia e la pace, nota a molti politici europei; è stata anche un obiettivo importante a causa delle sue capacità diplomatiche. Ha rappresentato un grande pericolo per i protagonisti politici negazionisti e nemici del popolo curdo. E’ stata un ponte tra il suo popolo e la comunità internazionale. Era curda, femminista e attivista autentica della causa curda.

Fidan Dogan è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

Leyla Saylemez, membro attivo della gioventù curda, ha lasciato gli studi universitari nel 2007 per partecipare attivamente al movimento giovanile curdo. Originaria di Amed-Diyarbakir, capitale geografica del Kurdistan. Si sentiva responsabile per la situazione del suo popolo e ha deciso di impegnarsi attivamente nella lotta per la liberazione del Kurdistan. Trasmettere la storia degli antenati e l’eredità del movimento era anche una minaccia per le forze distruttrici imperialiste e neo-liberali che non si augurano in nessun caso di riconoscere l’esistenza di questo popolo e, ragion di più, del loro stato.

Leyla Saylemez è stata brutalmente assassinata il 9 Gennaio 2013 presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan, nel cuore di Parigi.

La data del 9 gennaio 2013 è scritta per sempre come un giorno buio nella storia dei curdi. Eppure l’inizio di quell’anno è stato caratterizzato da sviluppi positivi che lasciavano infine sperare nella fine di un conflitto di 35 anni. Non può essere una coincidenza il fatto che questo massacro sia stato realizzato esattamente 12 giorni dopo l’annuncio ufficiale dei colloqui, il 28 dicembre 2012.

Gli ambienti che mantengono uno sguardo obiettivo e indipendente hanno interpretato questo crimine come un tentativo di “sabotaggio” dei negoziati in corso a Imrali, e hanno insistito sulla natura politica di questi omicidi, i quali, secondo coloro che sono implicati, sarebbero indiscutibilmente ad opera di uno o più Stati. Il popolo curdo e i suoi rappresentanti condividono questo punto di vista, precisando che potrebbe essere un atto promosso dalla “Gladio turca” destinato non solo a demolire i colloqui di pace, ma anche ad intensificare gli sforzi di annientamento del movimento curdo.

A parte le circostanze politiche, vorrei sottolineare che questo assassinio politico ha anche un altro aspetto fondamentale. Un triplice omicidio, tre donne rivoluzionarie e femministe. Non si limitavano a difendere la causa di un popolo, hanno militato fino al loro ultimo respiro per la liberazione delle donne. Avevano ereditato le convinzioni di grandi figure del movimento femminista popolare. Lottavano contro tutti gli aspetti del femminicidio di cui sono state vittime.

Mi permetto ancora oggi a più di un anno e mezzo dopo quel terribile giorno, di commemorare la loro memoria. Lo ripeto ancora che resteranno per sempre attraverso la crescente lotta del movimento di liberazione delle donne.

Care partecipanti,

Un tema incrociato è quello della situazione delle Donne Curde del Rojava

Le donne curde si sono organizzate nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e oggi, quartiere per quartiere, si sono create organizzazioni educative e sociali per garantire lo sviluppo e la sicurezza dei bambini in questo paese alle prese con una guerra che dura da 3 anni.

Queste donne, perché sono curde, sono vittime e mezzi sia del regime di Bashar al-Assad sia degli jihadisti. Le donne curde del Rojava si sono mobilitate con le donne arabe, turcomanne, assire e alevite per lavorare a soluzioni politiche e sociali collettive per l’emancipazione delle donne. Queste donne sono la forza motrice della rivoluzione e le architette di un sistema democratico ripulito da tutti gli approcci patriarcali.

Le donne curde del Rojava sono pienamente impegnate e sono uno dei pilastri del sistema chiamato “autonomia democratica del Kurdistan siriano.” Hanno avuto accesso a tutti i livelli dell’autogoverno, composto da tre cantoni. Si tratta di una rivoluzione nella rivoluzione.

Gli attacchi disumani delle bande dell��IS perpetrati contro i popoli e le religioni del Medio Oriente rappresentano un grande pericolo.

Dal mese di luglio 2014 gli attacchi delle bande dell’IS si sono sempre più intensificati; iniziando dal Comune di Kobane in Rojava (Kurdistan occidentale – Siria) l’invasione di questi gruppi terroristici si è propagata alla città di Mosul; dopo luglio gli attacchi si sono moltiplicati divenendo più violenti e configurando il crimine di genocidio contro il popolo curdo degli yazidi di Sinjar.

Nelle zone sotto il controllo dell’IS, le persone sono costrette a diventare musulmane e sono anche giustiziate in massa. E’ in un spirito di festa che gli yezidi e i cristiani vengono sterminati. L’esecuzione di persone non musulmane è uno sterminio di culture e di credenze che persiste. Le bande dell’IS mirano a cancellare la ricchezza delle fedi, delle culture e la storia della Mesopotamia.

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite più di 700.000 persone a Sinjar, 10.000 rifugiati provenienti dai campi profughi di Maxmur, che sono stati esiliati più di 8 volte, hanno affrontato il rischio di morte a causa della condizione di sfollamento forzato. Il campo di Maxmur era sotto la protezione e la responsabilità dell’UNHCR fino al 7 Agosto 2014. La maggior parte di questi rifugiati sono donne e bambini.

Secondo i rapporti ufficiali, si è constatato che tra chi è costretto a migrare, le persone morte a causa della fame e della disidratazione sono in gran numero bambini e anziani.

Attualmente ci sono ancora 20.000 persone sulle montagne di Sinjar, disidratate, senza cibo e senza farmaci.

L’IS e il Daesh sono nemici giurati delle donne, di conseguenza rappresentano un grande pericolo per le donne e le ragazze

Le bande dell’IS rapiscono le donne, le violentano, le usano come oggetti sessuali e le mettono in vendita nei “bazar della schiavitù.” Esercitano queste pratiche secondo la loro propria interpretazione dell’Islam basata su una mentalità dominatrice nel nome della religione. Per questo i “matrimoni temporanei” sono considerati legittimi, la vendita, la schiavitù delle donne, vengono interpretate come diritti e leggi della religione. Secondo le statistiche dell’Organizzazione dei diritti dell’uomo, più di 1.200 donne sono state stuprate e vendute nel bazar stabilito dall’IS a Mosul.

In questo momento mentre termino il mio discorso, le donne combattenti delle YPJ continuano ad essere scudi viventi contro gli attacchi del Daesh a Kobane. A rischio della loro vita difendono tutti i popoli del Rojava. Sono presenti in tutti i settori della società per offrire un mondo migliore ai loro discendenti che spero non dovranno più vivere in zone di conflitto, ma in una struttura e in un sistema democratico in terra libera.

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