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La secessione che già c’è

Un Nord secessionista e razzista, un Sud lamentoso e inconcludente. Con una novità che evoca un’inedita sindrome di Stoccolma di massa, vale a dire la decisione di tanti meridionali, già verificata alle recenti elezioni regionali, di consegnarsi nelle mani del partito storico della secessione, quella Lega di Salvini che li voleva puzzolenti e scansafatiche. Sarà forse per effetto proprio di questa sindrome, che vuole la vittima innamorarsi del carnefice, che la vicenda dell’autonomia appassioni poco il popolo meridionale fatta eccezione per qualche governatore di regione e alcuni intellettuali. Sembra più materia per scrivere libri e organizzare convegni che un tema dirimente nella vicenda politica nazionale.

Ora, a parte questo afflato per Salvini che sembrerebbe essere l’unico in grado di unire, al peggio, l’Italia, è un dato certo che una secessione già c’è stata e che l’Italia non è mai stata così disunita e si accinge ad esserlo, se possibile, ancora di più.

L’autonomia di alcune regioni del ricco Settentrione è una bomba dalle conseguenze devastanti. Ma se se ne parla e se al momento, e non si sa fino a quando, la riforma epocale è paralizzata da veti e controveti, è perché paradossalmente l’unico argine sembra essere, pensate un po’, il Movimento Cinque stelle, che non dimentica di aver conquistato maggioranze bulgare nelle elezioni politiche nel Mezzogiorno. Da ciò si può ben capire quanto la spaccatura sia stratificata e consolidata e incida in profondità nel corpo sofferente del Paese.

Perché si è arrivati a questo punto?

Si parte da lontano e purtroppo anche le risposte di molti del Sud partono da lontano. Al Nord si ritiene che troppe risorse pubbliche siano state destinate e sprecate al Sud e che la ripartizione del prelievo fiscale su base territoriale sia squilibrata in sede di assegnazione delle quote alle varie regioni, in particolare che alle regioni settentrionali verrebbero restituiti fondi inferiori a quelli che lo Stato preleva dalle sue popolazioni. Da qui la richiesta di competenze che dovrebbero inaugurare la cosiddetta autonomia differenziata.

Il Veneto e la Lombardia, forti di referendum plebiscitari, ne chiedono 23, la Lombardia 20, l’Emilia Romagna 16, la Liguria si prepara a chiederne 12, il Piemonte punta su 12. Le prime tre, per esempio, rivendicano il trasferimento dallo Stato dei poteri in materia di istruzione e di sanità. Vale a dire, la facoltà di gestire autonomamente le risorse derivate dal prelievo sulle popolazioni da loro governate per la scuola e la sanità dei loro territori. La discussione è andata molto avanti e si è anche inceppata, a proposito della tanto chiacchierata sanità, sul meccanismo del calcolo delle risorse da distribuire, sulla spesa storica che penalizzerebbe le regioni meridionali o un altro meccanismo più rispondente alla situazione attuale.

Spulciando tra le materie che dovrebbero passare sotto il controllo delle Regioni, sottraendole allo Stato centrale, troviamo politiche per il lavoro, ricerca e innovazione, protezione civile, porti e aeroporti, grandi reti di trasporto, navigazione e commercio con l’estero.

Appare quanto meno stucchevole il tentativo di alcuni governatori del Nord, come il veneto Zaia, di convincere le regioni meridionali che non sarebbero danneggiate dalla svolta cruciale che avverrebbe con l’autonomia differenziata. Lo stesso Zaia è particolarmente irritato, e non lo nasconde, per i ritardi nell’attuazione del progetto che era contenuto nel programma del governo gialloverde.

Le risposte del Sud? Si è detto. Poche e isolate. Qualche dialogo ha cercato di stabilire il governatore della Campania, De Luca, che si è detto pronto alla sfida. Poi qualche convegno, studi, articoli, libri. E sullo sfondo la lamentazione di quelli che, partendo dai Borbone e dai caratteri assunti con l’unificazione del 1860, hanno ricordato che nel Sud c’erano primati importanti, in materia di trasporti e di industria, di attività commerciali e culturali, insomma che l’Unità sarebbe da considerare una rapina ai danni del popolo meridionale.

Sicuramente c’è del vero ma ci sono anche grandi forzature. È mancata, colpevolmente, un’autocritica sui ritardi del Sud. Sicuramente questi sono da attribuire alle politiche nazionali e agli squilibri che esse hanno determinato, ma un’analisi un po’ più approfondita per capire i motivi per i quali nel Sud siano stati sperperati tanti denari o addirittura non spesi fondi cospicui come i comunitari, o per chiedersi come mai servizi fondamentali, quale appunto la sanità, fatte le dovute eccezioni, sia su standard a volta penosi tanto da autorizzare le cosiddette fughe della speranza.

La domanda a cui si preferisce non rispondere riguarda la qualità e le prestazioni della classe dirigente meridionale. Non lo si è fatto finora nonostante la partita strategica dell’autonomia differenziata lo imponesse. Servirebbe una campagna politica vasta e articolata che, non nascondendo limiti ed errori, desse al Mezzogiorno una voce autorevole e competente, piuttosto che rivendicare un magnifico passato che altri ci avrebbero sottratto e che ora vorrebbero definitivamente mandare in soffitta come una pratica fastidiosa e non più sopportabile.

Così rischia di diventare persa una battaglia che non si è neanche combattuta. Di paradossale c’è che un veto di peso, capace di frenare il processo, potrebbe venire dai pentastellati, sol perché essi devono difendere il loro bacino elettorale in via di prosciugamento.

Il che fotografa la poco esaltante condizione in cui il nostro Mezzogiorno si trova.

Matteo Cosenza

 

Sara Angrisani

Social media manager e fotografa. Appassionata delle nuove forme di comunicazione.

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