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INCHIESTA SULL’INCENERITORE DI OLIVETO CITRA parte 1

La pazza storia dell’inceneritore più pazzo del mondo.

PRIMA PUNTATA

Strappalacrime. Più che una storia dei nostri miserabili tempi, più che un racconto del martoriato meridione, la vicenda dell’inceneritore di Oliveto Citra ha tutti i tristi e triti tratti di un film scadente, un’americanata dalla trama grossolana, farcita di luoghi comuni e abbellita – si fa per dire – dalla ciliegina del lieto fine che infonde fiducia e buonumore a buon mercato.

Soggetto. Una ditta di Nocera – la Vittorio Tortora s.r.l. – mette gli occhi, in una delle tante spettrali zone industriali della Valle del Sele, sulla carcassa di una vecchia fabbrica di alcool etilico, la ex So.Di.Me. Che sia stato il caso a guidare gli occhi o che qualcuno o qualcosa li abbia condotti proprio lì, beh, non è dato saperlo. Comunque sia, nel giro di un paio di anni, la ditta fa incetta di autorizzazioni, concessioni e permessi. Università, Regione, ASL, Vigili del Fuoco e Comune, ciascuno firma e timbra l’illuminato progetto di Tortora: mettere su un bell’impianto di termovalorizzazione. Detto, fatto. O quasi: un cittadino se ne accorge e apre gli occhi anche agli altri. C’è un inceneritore, bell’e pronto, nella Valle, a uno sputo dal fiume Sele. Comitati, riunioni, convegni, cortei, manifesti, cartelli, volantini, gli amministratori uniti nella lotta, il popolo compatto che protesta. Quest’ecomostro non s’ha da fare! La Regione, che aveva approvato a cuor leggero tutto l’approvabile, torna sui propri passi, ci ripensa. Grande vittoria! L’ecomostro non si fa! (Strana vittoria: bastava così poco?)

Ricerche storiche. Nel marzo del 2007, la ditta Tortora presenta la domanda di Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) “per le attività ricadenti tra quelle identificate con codice IPPC 5.1 e 5.3 per il nuovo impianto in Oliveto Citra, Località Staglioni”. In pratica, nella lingua di noi poveri mortali, chiede di poter realizzare un impianto che possa trattare rifiuti pericolosi (codice IPPC 5.1: borlande, rifiuti industriali, rifiuti urbani, rifiuti ospedalieri liquidi, morchie, terre inquinate, rifiuti pericolosi, rifiuti oleosi, ecc.) e rifiuti non pericolosi (codice IPPC 5.3). Nel maggio dell’anno successivo (2008), la Tortora Vittorio s.r.l. trasmette alla Regione tutta la documentazione necessaria alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale (V.I.A.). Il 19 dicembre dello stesso anno, la Commissione regionale per la V.I.A. esprime parere favorevole di “compatibilità ambientale” in merito al progetto proposto dalla ditta Tortora. Progetto che viene definito, in modo a dir poco equivoco, “ristrutturazione industriale e conversione della ex So.Di.Me in piattaforma ambientale per la combustione delle biomasse”. Ma come? E i rifiuti urbani? I rifiuti industriali? Quelli ospedalieri? Quelli pericolosi? È tutto compreso nel termine “biomassa”? Va bene, meglio non dare nell’occhio. Meglio non sollevare polveroni inutili e controproducenti. Meglio evitare, a questo punto, anche di rendere pubblica questa bella occasione di crescita economica e sviluppo industriale per la Valle del Sele.

Quant’è bella trasparenza che ti fa ottener la VIA. Il 5 febbraio del 2009 è emanato dalla Regione il Decreto Dirigenziale (n° 66) pro Tortora s.r.l. La V.I.A. è ufficialmente approvata. Ora, il Decreto Legislativo 55/09 prevederebbe, entro i successivi quarantacinque giorni, la pubblicazione del suddetto decreto sul BURC (Bollettino Ufficiale Regione Campania). Ah, e ci sarebbe pure da avvisare la popolazione attraverso la pubblicazione su quotidiani a diffusione provinciale o regionale. Bene. Della pubblicazione sul BURC, neanche l’ombra. Per quel concerne i quotidiani, se ne occupa degnamente la semisconosciuta testata “Il denaro” – giornale che da queste parti nemmeno arriva in edicola –, che il 14 febbraio (2009) spreca un quarto di pagina per riportare, in un carattere fresco e sbarazzino, quanto segue: “Decreto Legislativo N. 59/05; Autorizzazione IPPC; Tortora Vittorio s.r.l.; Localizzazione Impianto: Località Staglioni Zona Industriale C9 – 84020 – Oliveto Citra (SA); Gestore: Vittorio Tortora”. Seguono poi le coordinate dell’Ufficio Competente dove è possibile visionare gli atti e “trasmettere eventuali osservazioni”.

Il sapere rende liberi. Una convenzione del 2007 tra Regione Campania e Università degli Studi del

Sannio di Benevento assegna a quest’ultima il compito di “supporto tecnico-scientifico per la definizione delle pratiche di A.I.A.”. Il dipartimento di Ingegneria dell’Università stila quindi il rapporto Tecnico-Istruttorio (n. 74/SA). Il 29 aprile 2009 la Regione recepisce questo rapporto “a supporto della valutazione della domanda presentata dalla ditta TORTORA VITTORIO srl”. A questo punto, non manca niente: che si dia inizio ai parlamenti.

Conferire con destrezza. 25 giugno 2009, prima seduta della Conferenza di Servizi. Non tutti i soggetti che avrebbero dovuto partecipare sono stati invitati. Sciocchezzuole. Durante l’incontro, l’Università del Sannio avanza la richiesta di una “documentazione integrativa a chiarimento di quanto emerso durante la seduta stessa”. Altra cosa di poco conto. L’8 luglio la documentazione richiesta è già pronta e protocollata. Due giorni dopo, l’Azienda Sanitaria Locale Salerno (disciolta ASL/2) esprime “parere favorevole all’autorizzazione integrata ambientale”. Il 25 luglio è tempo di riabbracciarsi, tutti insieme, appassionatamente. Seconda Conferenza di Servizi. L’Università del Sannio trasmette il nuovo rapporto tecnico istruttorio (70/ BIS/SA). Dopodiché, si può finalmente festeggiare: “All’unanimità la Conferenza si è espressa formulando parere favorevole al rilascio dell’autorizzazione”. Gli Enti assenti, avvertiti tramite la trasmissione dei verbali, non hanno nulla da obiettare. L’A.I.A. è ormai cosa fatta. A settembre arriva in Regione la ricevuta della “Fideiussione del Banco di Napoli, […] a garanzia finanziaria per le attività di Trattamento e Stoccaggio di Rifiuti Speciali Pericolosi e Non Pericolosi per l’importo di € 943.500,00 a copertura di eventuali spese di bonifica nonché del risarcimento dei danni che derivassero all’ambiente”. Pochi spiccioli a confronto di quanto frutterà alla ditta Tortora – e chissà a chi altro – l’inceneritore.

A gennaio dell’anno nuovo (2010), ecco anche il “parere di conformità antincendio, rilasciato dai Vigili del Fuoco di Salerno”. C’è anche l’approvazione del Consorzio A.S.I. di Salerno. È un plebiscito, una marcia trionfale che volge – silenziosamente – al traguardo. Il 22 marzo 2010, la Regione Campania rilascia ufficialmente l’A.I.A. per la ditta Tortora Vittorio s.r.l. Tutto a posto, tutto in regola. È giunto il tempo di costruire.

Io non so ma ho le prove. Che può fare una povera amministrazione comunale se decidono di edificare una fabbrica di morte proprio nel territorio che essa regge e governa? Che poteri ha per opporsi alla realizzazione di un diabolico progetto se i più forti l’hanno già firmato e controfirmato? In che modo far capire alla gente che ora sbraita ed impreca che ciò a cui aveva dato il proprio assenso era un termovalorizzatore di biomasse e non un inceneritore in piena regola?

Domande difficili. Quesiti d’una disarmante complessità. Meglio dare qualche suggerimento.

Primo indizio. Il 25 giugno 2009 il comune di Oliveto Citra partecipa alla prima Conferenza di Servizi. Intanto, con un po’ di buon senso, si può pacificamente assumere, come dato di fatto, il principio elementare secondo cui un’amministrazione che partecipa ad una Conferenza di Servizi dovrebbe per forza di cose sapere di che razza di servizi si debba parlare in quella cavolo di conferenza. E se pure non avesse preso parte ai parlamenti – perché assente, e non perché non invitata –, ebbene, la stessa amministrazione sarebbe stata comunque messa al corrente di quanto discusso e deciso attraverso la trasmissione del verbale, avvenuta l’8 luglio.

Secondo indizio. Il 15 luglio (2009), ecco la seconda Conferenza di Servizi. Sulla conoscenza dell’oggetto in questione, sulla comprensione dell’argomento del conferire, vale quanto appena detto sopra. Aggiungiamo al minestrone un altro ingrediente. Come riportato dall’A.I.A., oltre al parere favorevole – espresso all’unanimità – al rilascio dell’Autorizzazione richiesta dalla Tortora Vittorio s.r.l., la seduta della Conferenza ha aggiunto una prescrizione: “che il conferimento dei rifiuti urbani è limitato esclusivamente al Comune di Oliveto Citra”. Dunque, rifiuti urbani. A chi un Comune può conferire i propri rifiuti urbani? Ad un termovalorizzatore di biomasse? O, molto più realisticamente, ad un impianto che, oltre alle biomasse, ha già il permesso di trattare anche altre categorie di rifiuti?

Terzo indizio. Il 14 dicembre 2010, il Comune di Oliveto Citra, competente solo nell’aspetto urbanistico-edilizio, rilascia – in tutta tranquillità – alla Tortora Vittorio s.r.l. il permesso di costruire. E lo fa dopo aver acquisito tutti gli atti (V.I.A. e A.I.A) e i pareri (ASL Salerno, Vigili del fuoco e Consorzio ASI) necessari. Bene, di cosa parlavano questi atti? Su quale oggetto erano stati espressi questi pareri? A chi veniva rilasciata la concessione edilizia? Cos’è che veniva concesso di costruire? Un’altalena? Una capanna? Un ponticello di legno sul fiume? No, niente altalene, niente capanne, nessun ponticello di legno sul fiume. Un inceneritore. Un termovalorizzatore di rifiuti. Un distributore continuo di diossina, un seminatore di tumori e leucemie, un democratico dispensatore di contaminazione ed inquinamento. Certo, nessun documento l’ha mai chiamato in questo modo, nessun atto ufficiale lo definirà mai in maniera così esplicita e sincera. Ma è ancor più certo che chi amministra e determina le sorti di un’intera comunità ha l’obbligo morale – prima ancora che politico – di passare e ripassare al vaglio, mille e mille volte ancora, ogni singola parola degli enunciati che compongono una richiesta che si va ad esaudire. Chi regge e governa ha il dovere di leggere e governare la propria lettura con scrupolosa attenzione, prendendosi la briga di andare oltre una dicitura così farlocca quale “piattaforma ambientale per la combustione delle biomasse”.

C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontanissimo, la biomassa. Al diavolo la dietrologia. E al bando pure la logica. Giochiamo al gioco della buonafede. Lasciamo perdere le Conferenze di Servizi e tutto il resto. Torniamo al febbraio del 2009 e alla definizione del progetto della Tortora Vittorio s.r.l. riportata sull’atto della V.I.A., ossia “piattaforma ambientale per la combustione delle biomasse”. Dunque, gli amministratori che il 14 dicembre 2012 rilasciano il permesso edilizio sono convinti di autorizzare la realizzazione di un impianto per la combustione delle biomasse. Diciamo che è vero, e sorvoliamo benevolmente sull’imperdonabile imperizia o sull’ancor più ingiustificabile pigrizia che avrebbe determinato questa surreale verità. Ebbene, un termovalorizzatore di biomasse è forse un confettino allo zucchero? No, è tutt’altro. Sono impianti alquanto dannosi, che hanno effetti devastanti sulla salute e sul territorio. Bruciare biomasse significa immettere nell’ambiente decine e decine di sostanze tossiche e cancerogene. Ci sarebbe poi da aggiungere al conto l’inquinamento derivante dal traffico pesante per il trasporto di queste benedette biomasse e il recupero delle ceneri prodotte. Insomma, una “piattaforma per la combustione delle biomasse” non è cosa da poco. Non lo è in valore assoluto. Lo è ancora meno in Campania, dove tir e camion scorazzano e scaricano, liberi ed incontrastati, tutto quel che gli pare e piace nella prima buca a disposizione. Ora, per quanto ci si possa sforzare di tenere gli occhi chiusi e la lingua a freno, qualche interrogativo, spontaneo ed innocente, viene per forza di cose a galla. Non era il caso di informarsi sugli effetti devastanti già arrecati da tali impianti altrove? Non conveniva sprecare qualche minuto per informarsi sul conto della ditta a cui veniva steso, con tanta leggerezza, il tappeto rosso? Non era il caso di capire cosa avesse combinato altrove, la Tortora Vittorio s.r.l.? Magari usciva fuori – che so? – un atto giudiziario del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, la trascrizione di un’intercettazione telefonica, un simpatico scambio di battute con un certo R. E., condannato nel 2009 in primo grado a sei anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti tossici. O, magari, ci si poteva imbattere – tanto per dire – nelle carte di un’indagine di qualche anno addietro sulle analisi truccate che trasformavano scorie nocive in concime. Insomma, a farla breve, perché non sono state rese partecipi di questa situazione – che la si ritenesse incresciosa o meno – le popolazioni vicine e lontane? Se è vero che, in questi casi, ad una povera amministrazione è concessa a malapena la competenza urbanistico-edilizia, è ancor più vero che nessuna legge le vieta di avvertire i propri cittadini che qualcuno si è messo a scavare per loro una confortevole fossa comune.

L’assurda necessità di dover scoprire l’acqua calda. L’estate è un’oasi di strafottenza. Il caldo, il mare, la fronte che gronda sudore, i calzoncini corti e le ferie, le feste di paese e le lancette dell’orologio che scivolano verso incroci notturni in altre stagioni proibiti. Ben più fruttuoso è l’incrocio di atti, delibere e brutte sensazioni che si consuma nella civica coscienza di un curioso cittadino della Valle. Luglio 2012, scoppia il caso. Un inceneritore, lo stanno costruendo, a uno sputo dal fiume. Ma come? Un inceneritore? Proprio qui da noi? Ma no, non è possibile! Non è vero! È una pazzia! Chi ci amministra non sarà mica così fesso? Qualche dubbio viene: nasce un comitato, si scartabella negli archivi, riunioni su riunioni. Una febbrile corsa contro il tempo. Le carte parlano chiaro, chi le ha firmate molto meno: non sapevo, non avevo capito, non avevo letto, troppe pagine, non ho avuto il tempo. Ma, quant’è vero iddio, farò il possibile per rimediare. Suvvia, che sarà mai, qualche annetto di ritardo, di assordante silenzio, di colpevoli e conniventi indugi? Metteremo una pezza! Sarte di tutto il mondo, unitevi! C’è da cucire una toppa infinita, nera, per nascondere questo buco nero di immorale distrazione. Che però, nel frattempo, diavolaccio d’un destino, il mostro inceneritore l’ha già partorito, cresciuto e ben pasciuto, se è vero che in Località Staglioni, Zona Industriale C9, 84020, Oliveto Citra (SA), l’inceneritore è ormai lì che aspetta le sue trentamila di tonnellate di rifiuti d’ogni specie all’anno.

Cercasi emergenza. Oliveto Citra, come gli altri paesi della Valle, conta poche migliaia di anime alla voce abitanti. E, come buona parte della provincia di Salerno, da anni porta avanti, con dignitosissimi risultati, la politica della raccolta differenziata. Da queste parti, insomma, la fatidica “emergenza rifiuti”, fiore all’occhiello della regione Campania, non c’è e non ha ragione d’essere. Al suo posto c’è, invece, la duplice sanguinosa cicatrice di Serre e Passo dell’Olmo, una discarica dopo l’altra, imposte con la forza, calate con strafottenza istituzionale dall’alto, nel cuore di un territorio che fa dell’agricoltura e del turismo le leve del proprio piccolo mondo economico.

Che vuoi farci? Tanto costa l’onore di avere al comando dell’ammiraglia regionale capitani coraggiosi e uomini “straordinari” del calibro di Bassolino, De Gennaro, Bertolaso e compagnia cantante. Due mega discariche in cui infognare alla meno peggio la spazzatura dell’intera regione, il fiume di percolato a ridisegnare la mappa degli affluenti del fiume Sele e del Tanagro, uno schiaffo alla dignità della gente: il prezzo l’ho pagato, si è illusa la Valle, ora sono in salvo. Che spettasse a questa stessa Valle anche l’ingiusto sovrapprezzo di un inceneritore a gestione completamente privata – fatto insomma per il profitto e non per tamponare una “emergenza” –, è quanto ha spinto la gente che la abita ad armarsi di rabbia e cominciare, ciascuno a modo suo, a lottare.

…perché solo la lotta può fermare l’inceneritore, nevvero?

Angelo Cariello

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