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Giggino flop

Al momento dell’insediamento del governo giallo-verde, i conti se li era fatti bene, il lungimirante Giggino.

“Qual è l’ambito in cui un politico può incidere di più e, quindi, guadagnare maggiore consenso alla sua causa?” si era chiesto il machiavellico grillino.

“Ma il lavoro, senza dubbio!” Si è subito risposto Giggino.

E allora, con l’occhio acquoso di chi già s’immaginava a celebrare trionfi, corse a perdifiato fino alla sommità della scalinata monumentale e, una volta lì, con i pugni a rivendicare pretese, urlò con quanto fiato aveva in gola: «Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico…Mio! Mio! Mio!»

E che facevi, gli dicevi di no dall’alto del (quasi) 33% del M5S?

«Ma prego, si accomodi, ci mancherebbe!»

Tempo un anno dall’insediamento, e lo sguardo del Giggino nazionale è paro paro a quello del vegetariano invitato alla sagra della porchetta e del cinghiale.

Ci sono i riders incontrati, l’estate scorsa, in uno scenario strombazzante di telecamere.

«Facciamo, riconosciamo…» e intanto i «fattorini del cibo» sono ancora lì a farsi il fegato amaro senza uno straccio di tutela sindacale.

L’Ilva? Idem con patate: Giggino è partito a luglio 2018 convocando, al tavolo con ArcelorMittal, ben 62 sigle (tavolo a cui hanno lavorato Geppeto e Mastro Cipolla per  un intero mese pur di costruirlo sufficientemente capiente), per arrivare ad aprile ed essere sommerso da una selva di fischi. Per la sua venuta a Taranto, lo si è protetto con una zona rossa più allarmata di quella del G8 di Genova.

Risultato? Si parla di una cassa integrazione per ben 1400 lavoratori. A conti fatti, quindi, non propriamente un successo. Come non certamente un figurone Giggino l’ha fatto con il caso Whirlpool di Napoli: ha giurato di essere stato preso alla sprovvista ma fonti molto attendibili rivelano che l’azienda aveva comunicato l’intenzione di chiudere la sede di Napoli fin da aprile; e, a questo proposito, i sindacati avevano richiesto a più riprese un incontro che, però, si è avuto solo con lo scoppio della bolla mediatica.

E vogliamo parlare della solenne minchiata proclamata urbi et orbi dell’abolizione della povertà? O del reddito di cittadinanza il cui importo mensile, come l’inferno dantesco, si restringe mano a mano che aumentano i bisogni di chi dovrebbe percepirlo?

E potremmo continuare la litania con il Mercatone Uno, con lo spoils sistem che ha portato una pletora di compaesani, amici, compagni di liceo e di università di Giggino (tutti di dubbia competenza) a ricoprire ruoli apicali all’interno del ministero.

Certo, Giggino c’ha sempre l’asso nella manica dell’«è colpa del PD!», della «contrarietà dei poteri forti» ma, a un anno e più dal suo insediamento al Mise, le maniche stanno iniziando a ritirarsi, mostrando l’imbarazzante trucco.

In definitiva, diciamocela tutta, a me Giggino fa quasi pena. È come una colonna finto-gotica, di quelle pacchiane di cui difficilmente riconosceresti lo stile, piazzata al posto di un pilastro portante. E in questo caso non gli viene in soccorso nemmeno la pietra scartata del Salmo che Iddio sceglie per farla diventare testa d’angolo.

Qua, l’unica testa che ti riguarda, caro Giggino, è quella di ca..o per aver fatto nascere il governo più a destra dal Ventennio a questa parte.

E tu, ineffabile Giggino, sorridi sornione nel tripudio di «Eia! Eia! Eia! Alalà!» e di «il 2019 sarà un anno bellissimo!».

«Adda venì Baffone

Vincenzo Benvenuto

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