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Distrutto il filo rosso all’Università di Cosenza

Il 4 agosto sarà ricordato come il giorno della violenza distruttiva per l’Università della Calabria. Approfittando del deserto d’agosto e del buio della notte, il rettore dell’ateneo Giovanni Latorre ha dato seguito al suo decennale, autoritario e perverso disegno di demolizione del centro sociale Filorosso, occupato e autogestito da oltre 15 anni nel Campus di Arcavacata. Su sua richiesta infatti, la Procura della Repubblica ha eseguito il sequestro del capannone con tutto il materiale che vi era all’interno (mobili, attrezzature e materiali cartacei del centro di documentazione, della sala prove e della sala concerti, della sala riunioni e della cucina sociale), l’abbattimento della struttura sotto lo sguardo vigile di oltre cento agenti dei reparti speciali della finanza, dei carabinieri e della polizia, ed il successivo dissequestro e restituzione dell’area sgomberata al rettore. Agli occupanti è stata invece notificata una denuncia per occupazione di immobili dell’università, turbamento delle attività didattiche e furto di corrente elettrica.

Il centro sociale viveva sotto minaccia di sgombero ormai dall’agosto del 2005, quando lo stesso rettore, dopo aver fatto approvare una delibera a maggioranza in piena estate dal Consiglio d’Amministrazione,  provò ad eseguire la demolizione dello spazio, ritenuto inagibile e privo dei requisiti di sicurezza. Da sottolineare che quegli spazi erano frequentati quotidianamente dagli studenti dell’Unical già prima del centro sociale, quando ospitavano aule e laboratori. Gli occupanti riuscirono a respingere quel tentativo: da allora, in questi sei anni, è stato un susseguirsi di diffide, visite dei carabinieri, multe e procedimenti aperti a carico dei suoi storici fondatori. Fino all’agosto scorso, con il taglio definitivo di acqua e luce: Filorosso si trovava da un anno senza corrente elettrica, e le attività sociali, culturali e politiche venivano mandate avanti grazie ad un generatore di corrente. L’ultimo sopralluogo dei carabinieri era stato il 21 luglio scorso, in occasione della proiezione di un film per il decennale del G8 di Genova.

Nell’ultimo anno, nonostante l’inasprimento dei rapporti con l’amministrazione universitaria, il Filorosso non ha smesso di dimostrare la consueta disponibilità alla trattativa e all’eventuale trasloco in altri locali, al fine di salvaguardare l’importante attività di aggregazione giovanile in un territorio disgregato come la Calabria. Il magnifico ha invece deliberatamente scelto la via dell’annientamento fisico, nel chiaro intento di zittire la voce più libera e critica del Campus, mai succube, timorosa o complice nei suoi confronti. Con Filorosso il rettore normalizzatore demolisce un’anomalia positiva per l’Unical, l’unico luogo che ha sempre praticato oltre che predicato la socialità, l’autoformazione, la qualità della vita in un Campus agonizzante, deturpato dalle gru e dal cemento, dove gli studenti possono studiare, mangiare e dormire, ma non incontrarsi e coltivare sogni di libertà.

Questa opera di normalizzazione è in linea con i principi ispiratori della riforma universitaria che trasforma gli atenei in fabbriche del sapere, senza spazio per lo spirito critico. Il divieto di cittadinanza imposto oggi con la forza al Filorosso è rivolto a tutti gli studenti e ai docenti che coltivavano l’illusione di vivere in un luogo democratico, rispettoso delle diversità, aperto verso le nuove generazioni. Al rientro dalle ferie estive al posto dei capannoni dismessi e recuperati con cura e sacrificio e fino ad oggi pieni di vitalità artistica e culturale, gli studenti troveranno una spianata di cemento, monumento all’ottusità di questo rettore che continua a regnare sulla nostra comunità grazie a una legge ad personam da oltre dodici anni. Noi pensiamo che gli studenti non resteranno in silenzio: il seme ribelle darà ancora i suoi frutti, germogliando in altri tempi e in altre forme.

Filorosso vive!

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