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Diario di una giornata di lotta a Gaza

DIARIO NUMERO 1°

Vorrei per inciso dire una cosa: lo sciopero della fame non è una cosa che io per la mia indole avrei fatto se non in questa particolare situazione. Però ho ricevuto diverse mail di persone dall’Italia che volevano aggiungersi ad esso, e penso che qualsiasi cosa vada bene pur di fare uscire cosa sta succedendo in quelle carceri. Dalla tenda gli sicoperanti qui a gaza dicono che è una bella idea ma che andrebbe fatto in luogo pubblico e visibile, in modo che altra gente possa aggregarsi e di poter incidere sui media. La mia personale condizione è che non ci siano sigle di gruppi o simili, ma che venga fatto a livello personale. Quindi, se qualcun* vuole coordinare questa cosa, benvenut*!

(al solito questo è già stato pubblicato su http://libera-palestina.blogspot.com/2011/10/diario-dalla-tenda-numero-1.html)

diario dalla tenda numero 1

 Sembra che ora i sionisti vogliano contrattare, dopo gli attacchi notturni di 3 giorni fa, quando hanno tolto l’elettricità alle prigioni, hanno fatto incursioni, hanno sparato gas lacrimogeni ed hanno tolto il sale ai prigionieri delle prigioni di akaba, Nafha, Rimon e soprattutto Askelon, la più grossa. E poichè però i detenuti non sembrano avere intenzione di smettere lo sciopero, ieri i sionisti hanno dovuto accettare di parlare con i leader della protesta, il meeting è fissato per oggi. Qui speriamo tutti che il meeting si risolva positivamente, perchè nelle carceri sono al 12° giorno di sciopero della fame e chi non è in perfetta salute tra qualche giorno potrebbe cominciare a stare veramente male.
Le manifestazioni del lunedì delle madri mogli e sorelle dei prigionieri si svolgono davanti alla croce rossa, e anche il gruppetto di ragazzi di Gaza che fa lo sciopero della fame in solidarietà con i detenuti si trova davanti alla croce rossa. Ma perchè proprio la croce rossa? Perchè sono l’unico ente tramite il quale è possibile comunicare con i detenuti. Che poi, comunicare, significa che una lettera ci mette in media 2 mesi per arrivare al parente detenuto. E non sempre arriva. E a volte si può comunicare solo attraverso lettera.
Fuori dalla sede della croce rossa di Gaza è stata allestita una specie di tenda, pali di ferro e teli verdi, con tante sedie e qualche materasso. Sulle sedie si siede che viene a portare solidarietà, mentre chi sciopera si mette sui materassi. Sulle pareti della tenda ci sono foto dei prigionieri, con la data del sequestro. La sera ci si sposta all’interno, nel cortile dell sede della croce rossa, dove c’è una grande tettoia si si sta un po’ più protetti dalla strada…i ragazzi che scioperano hanno quasi tutti tra i venti e i tranta anni, sorridono, studiano per l’università, giocano a tris… Bilal ha il fratello in carcere, e si prende cura della figlia ceh è nata mentre lui era detenuto e la cui madre è morta nel parto. Maher è un po’ grosso, e porta addosso una maglietta con scritto «restiamo umani». Majed porta un ciondolo con la bandiera palestinese al collo (e solo quella, nessuna di nessun partito); quando oggi suo padre ha annunciato che si sarebbe unito allo sciopero era raggiante di gioia, ha preso la mano del genitore, l’ha baciata e l’ha portata alla fronte, in segno di grande rispetto. E così, di giorno in giorno, diventiamo sempre di più. Da domani dovrebbero aggiungersi anche le madri dei detenuti, che ieri mattina erano qui in gran numero… Ho conosciuto Fatma, che è stata imprigionata incinta, ha partorito in carcere ed è uscita con suo figlio quando lui aveva 2 anni. Adesso il bimbo ha più di 3 anni, ha promesso che domani lo porta qui. Al più presto cercerò di raccontarvi le storie di questa gente, che sono poi il centro della faccenda.
Questa mattina, intanto, è uscita anche la barca Oliva. Il mare era molto popolato: tanti pescatori, e tante navi da guerra israeliane, però abbiamo avuto conferma che il progetto funziona. Quando siamo usciti c’era una nave israeliana all’interno delle 3 miglia, che quando ci ha visti si è allontanata al di la delle 3 miglia, lasciando i pescatori lavorare in quel poco di mare che l’occupazione sionista gli lascia a disposizione.
Quando ci si trova in carcere non si hanno molti modi di protestare a parte lo sciopero della fame. Questo perchè ci si trova dentro a delle mura invalicabili, non è possibile scendere in piazza, è difficile comunicare con chi sta fuori. Personalmente, quella dello sciopero della fame non è un tipo di protesta che avrei mai pensato di mettere in atto se non in questa condizione particolare in cui mi trovo, in particolare penso che in Italia ci siano moltissimi obiettivi su cui è possibile lavorare, penso alla campagna bds e a presidi o azioni davanti alle ambasciate e consolati. Mi sono giunte però da più parti mails di persone che vogliono partecipare attivamente a questo sciopero della fame, con diverse idee di farlo a staffetta o simili. In due, ad Udine, hanno già iniziato. Nonostante quanto detto, trovo che qualsiasi gesto sia capace di rompere il silenzio sull’argomento vada più che bene, e che sia necessario che ciascun* agisca con le modalità che preferisce, che crede più consone o incisive. Parlandone con i ragazzi qui in sciopero tra l’altro erano contenti dell’idea, perciò, fino a che non sarà attivo un coordinamento (che per noi è difficile gestire da qui) vi lascio la mia mail per chi è interessato: todessil@gmail.com. Sarà poi mia premura mettervi in contatto tra di voi. Personalmente, l’unica richiesta che faccio è che sia una scelta personale, senza che venga rivendicata da associazioni o gruppi o simili, che le lotte intestine ed i personalismi all’interno dell’attivismo pro palestina sono già abbastanza. Come dicono qui, alam filisteen u bas, bandiera palestinese e basta.

diario dalla tenda numero 2

NOVITÀ
Qualche buona notizia: in italia sono stati organizzati almeno 2 sit-in, uno a Milano per il 22 pomeriggio, dalle 17 alle 18.30 in piazza dei Mercanti, ed uno a Roma, il 14 Ottobre dalle 15 davanti all’ambasciata israeliana. So che altri stanno organizzando altri sit-in però non ho ancora ricevuto conferme. Poi, oltre ad Enzo ed Elena, anche Serena (tutti di Udine) sta portando avanti lo sciopero della fame. Intanto, anche nei territori del ’48 e precisamente ad Haifa, 8 attivisti pro-palestina sono in sciopero della fame da sabato.
Poi un paio di novità poco carine: oggi ci sono stati i colloqui tra i rappresentanti dei prigionieri e le autorità cercerarie che si sono risolti in un nulla di fatto. I carcerati minacciano nei prossimi giorni di eliminare anche l’acqua e il sale se le loro richieste rimanessero inascoltate, speriamo non accada. Le condizioni dei Ahmad Sa’adat, leader del PFLP in carcere ed in isolamento da diversi anni e che ha aderito allo sciopero della fame si sono piuttosto deteriorate: secondo avvocati che sono riusciti a visitarlo l’eliminazione del sale da parte delle autorità carcerarie gli provoca vomito, il proseguire dello sciopero che ha iniziato 12 giorni fa potrebbe portare alla perdita del 25% del suo peso, ed ha serie difficoltà di concentrazione. Addameer ha lanciato un appello per il suo trasferimento in carcere, e chiede di mandare lettere o telefonare al servizio delle prigioni israeliano o alla croce rossa.
Ieri è stata la giornata degli universitari: è stato organizzato un corteo che dall’università al-hazar è giunto fino alla nostra tenda, e l’ha riempita di gente. Oggi anche alcune donne hanno fatto lo sciopero della fame di un giorno, e alla mattina mi hanno detto che c’era grande affollamento, ma io non c’ero perchè ero nella buffer zone dove facevamo la raccolta delle olive: qualche sparo dalle torrette di controllo ma nulla fuori dal comune. Domani sembra ci sarà un altro corteo…
BREVE STORIA RACCCONTATA DA NABIL, IN SCIOPERO DELLA FAME:
“Mi chiamo Nabil AbuJazer, ho 30 anni, mio fratello Ala’a ha 46 anni ed è in prigione da 10 anni. È successo quando lui ha accompagnato mio padre in egitto per delle cure: hanno lasciato tornare a Gaza mio padre e mio fratello è stato arrestato. Quando è stato sequestrato sua moglie era incinta, ed è morta di parto, così la bimba, che si chiama Jumana, ha cominciato a vivere con noi, con mia madre ed i miei fratelli, l’abbiamo cresciuta noi. Quando aveva 2 anni ha cominciato a sentire gli altri bimbi che chiamavano papà e mamma, ma lei non sapeva cosa volesse dire, ed altri 2 anni dopo, alla scuola materna, ha cominciato a chiedere alla nonna cosa fosse successo ai suoi genitori: da li in poi ha cominciato a chiamare “mamma” la nonna, e “papà” uno dei miei fratelli. Quando Jumana faceva la prima elemantare quello che lei chiamava papà si era appena laureato, era salito su un’auto dove c’era uno della resistenza, l’auto è stata bombardata da Israele e lui è morto: è stato un grande shock per lei. La bimba è riuscita a vedere suo padre solo per foto, quando abbiamo fatto domanda per portarla in carcere a conoscerlo, ce l’hanno rifiutata “per ragioni di sicurezza”. Adesso che ha 10 anni Jumana ha capito cosa è successo, e quando qualcuno le chiede della sua mamma risponde di avere due mamme: una è la nonna e l’altra è in paradiso. Va molto bene a scuola, e quando alla fine dell’anno si festeggia dice che i buoni risultati sono un regalo per il suo babbo che sta in prigione…peccato che mio fratello, nelle prigioni sioniste, debba starci 18 anni in tutto, così che lei farà in tempo a finire la maturità prima che lui esca. Certe volte Jumana passa ore isolandosi da tutti e non parlando con nessuno. Io e mio fratello abbiamo provato a farci chiamare “papà” ma lei non ha voluto, perchè diceva che se ci avesse chiamato così saremmo morti anche noi.”

Sciopero della fame di chi sta fuori dal carcere in solidarietà con i palestinesi nelle carceri israeliane

«Durante le “indagini” mi facevano stare voltato contro il muro con le mani legate ed una gamba alzata. Se appoggiavo la gamba mi picchiavano. Oppure mi sedevano su una sedia con la meni legate dietro e i piedi legati in maniera da farmi tenere le gambe divericate, poi mi davano calci sulla pancia e sull’inguine. Mi facevano stare tutto il giorno sotto il sole. Se avevo sete una soldatessa versava l’acqua a pochi centimetri dal mio volto in modo che cadesse per terra. Sono stato 30 giorni in isolamento in una stanza di un metro per un metro. Le “indagini” sono durate 70 giorni. Avevo 16 anni»
(Saber, Beit Hannoun)
I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane vengono sottoposti a tortura, ci sono prigionieri minorenni, vengono imprigionati in detenzione amministrativa senza nessuna accusa. Ai prigionieri provenienti da Gaza è proibito vedere le proprie famiglie, come forma di punizione collettiva conseguente all’imprigionamento dl soldato Gilad Shalid. Il fatto che vengano imprigionati in prigioni situate nei territori del ’48 e non a Gaza o nella Cisgiordania è contrario alla legislazione internazionale.
Da 10 giorni ormai i prigionieri si rifiutano di mangiare e di collaborare in alcun modo con le autorità carcerarie. Hanno indetto uno sciopero della fame di durata indeterminata. La loro situazione si è aggravata in seguito ad una dichiarazione di Netaniahu, che, nel giugno 2011 chiede che vengano aboliti «i privilegi garantiti ai prigionieri palestinesi». Ma di quali privilegi stiamo parlando? Le richieste dei prigionieri palestinesi includono:
– la fine dell’isolamento dei prigionieri (alcuni dei quali sono in isolamento da 10 anni) in particolare la fine dell’isolamento per Akhmed Sa’adat, leader del PFLP
– consentire di avere un’istruzione e studiare in carcere
– consentire le visite dei familiari (in particolare per i prigionieri di Gaza, a cui sono proibite)
– fine delle multe
– fine delle incursioni e delle perquisizioni umilianti in carcere.
– smettere di legare mani e piedi dei prigionieri quando ci sono le visite delle famiglie e degli avvocati
– cure per chi è ammalato
A causa di questo sciopero della fame i detenuti vengono repressi con la forza. I sionisti hanno messo in isolamento dozzine di detenuti e spostato i leader della protesta. Si è fermata la distribuzione dei medicinali anche per i prigionieri più anziani, che non ricevono nè cure nè cibo. Sono stati loro tolti i sali che gli scioperanti usavano per mantenere un quantitativo salutare di sali nel corpo durante il digiuno, sono state fatte incursioni e perquisizioni nelle celle, e sono stati usati lacrimogeni contro i detenuti.
In solidarietà alla protesta ci sono manifestazioni sia a Gaza che nella Cisgiordania, e ci sono decine di palestinesi che si aggiungono allo sciopero della fame pur non trovandosi in carcere. Qui a Gaza, in particolare, è stata allestita una tenda vicino alla sede della croce rossa per chi digiuna. Da questa sera, anche io e altri ISMers, per quello che potrà servire a conveire l’attenzione sulla loro protesta, ci uniremo a questo sciopero delle fame.
Silvia Todeschini


venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
(Fabri)

Diario dalla tenda numero 3

Ieri mattina è stato il momento delle donne: circa 30 di esse si sono unite allo sciopero della fame. Ogni lunedì madri sorelle e mogli dei prigionieri si trovano alla croce rossa per mantenere alta l’attenzione sui loro cari. Ieri, l’usuale sit-in era particolarmente popolato, ed in 30 hanno deciso di cominciare lo sciopero della fame. Tra queste c’è Taragi, il cui marito è in carcere da quasi 6 anni. Viene da Khuza’a, la sua casa si trova a poche centinaia di metri dal confine, ed ha allevato da sola le sue 5 figlie. Adesso una è sposata e tra qualche mese avrà un bambino, un’altra si sposerà a giugno quando il padre uscirà di galera, e le altre vanno a scuola con ottimi risultati. Racconta che, quando era ancora autorizzata ad andarlo a trovare, nel 2005, era costretta a passare attraverso numerosi ed umilianti controlli, le sue figlie dovevano spogliarsi completamente di fronte alle soldatesse “mi faceva sentir male vedere le mie figlie nude di fronte alle militari israeliane, te come ti sentiresti?”. Passato Erez dovevano attraversare altri interminabili check point, dove dovevano aspettare per ore sotto il sole, “non venivamo trattate come esseri umani”. Una volta arrivata alla prigione, dopo tutte queste traversìe, si trovava a poter vedere il marito solo attraverso un vetro, e potergli parlare solo attraverso un telefono, ovviamente controllato, la cui linea veniva tagliata a piacere dei secondini. “Mio marito veniva picchiato di fronte ai nostri occhi, di fronte agli occhi delle mie figlie. Immagina come dovevano sentirsi questa bambine!”
La cosa bella di chi sciopera è che non esplicita l’appartenenza a nessun partito politico. La maggior parte di essi sono dal Pronte Popolare, ma ci sono anche persone del Fronte Democratico, di Fatah e della Jihad Islamica; nonostante ciò nessuno porta addosso simboli de proprio partito, o sciarpe o oggetti facenti riferimento alla propria appartenenza politica. A chi non segue queste regole vengono temporaneamente sequestrate le bandiere all’ingresso e restituite all’uscita. Ieri c’è stata anche un’accesa discussione su delle magliette che qualcuno avrebbe dovuto regalarci: voleva metterci la foto di Akhmad Sa’adat, però i ragazzi si sono rifiutati chiedendo che venisse messa la foto di tutti i leader in carcere, di tutti i partiti.
Raccontavo ai ragazzi di quello che stava succedendo in Italia, ed erano contenti di sapere di non essere soli, sicuramente la solidarietà attiva è quello che ci vuole. Ecco quello che raccontavo loro: che chi è in sciopero della fame vuole fare dei banchetti per renderlo visibile (probabilmente sarà intorno al 22-23), e oltre alle manifestazioni di Roma e Milano (di cui già vi ho accennato) è previsto un presidio al campidoglio ogni lunedì a partire dal 17 con le foto di detenuti, e racconti di storie degli stessi prigionieri. Qualcuno sta considerando pure di fare banchetti davanti alle varie sedi della croce rossa in italia, con persone che portino avanti lo sciopero della fame e che facciano sensibilizzazione. Le manifestazioni in supporto dei prigionieri nei territori del ’48 sono state represse con l’uso di lacrimogeni ed è uscito un appello della campagna BDS per intensificare le azioni di boicottaggio in supporto delle richieste dei prigionieri. Intanto in tantissimi hanno accolto l’appello per uno sciopero della fame di un giorno per oggi (scusate se lo scrivo in ritardo, ma lo ho saputo tardi pure io).
La sera, poi, è arrivata la notizia: Hamas è giunto ad un accordo per la liberazione di Gilad Shalid in cambio di 1000 (o più) prigionieri palestinesi. Tutti erano felici. Pensavano che anche Sa’adat sarebbe stato liberato, anche Marwan Barghouti. Quando alla radio c’era il discorso di Netanyahu che confermava il raggiungimento dell’accordo, sembravano soddisfatti. D’altronde, chi non sarebbe contento della liberazione di 1000 prigionieri? Dai minareti i muezzin esultavano, c’erano petardi, gente che sparava in aria…mentre qualche amica qui di Gaza, testarda, scriveva su twitter “ma noi stiamo ancora pensando a tutti quelli che stanno in carcere, che non sono ancora liberi, vero?” e poi: “non festeggerò fino a che non saranno liberi tutti.”
Vorrei concludere con una precisazione: lo scambio da parte del governo di Hamas del prigioniero di guerra Gilad Shalid (sequestrato nel 2006 tramite un’operazione congiunta di diversi bracci armati) in cambio di 1000 o più prigionieri non ha nulla a che vedere con lo sciopero portato avanti dai detenuti all’interno delle carceri per il miglioramento delle loro condizioni di vita. I nomi di chi verrà liberato sono ancora avvolti nel mistero, all’inizio si pensava ci fossero anche Barghouti e Sa’adat, mentre ora sembra di no. Qui non mi dilungherò oltre su questo argomento perchè, come mostrato più volte, in questo blog mi concentro sulle lotte della gente, quelle “dal basso” qualunque cosa voglia dire, piuttosto che sugli accordi di qualche partito con i sionisti. (sui quali potete farvi la vostra idea da soli)
Lo sciopero della fame continua, fino a che non verranno ascoltate le richieste dei prigioneri.

Questo ve lo mando come urgente, perchè sono successe cose che bisogna raccontare in fretta. Tre persone, tra chi fa lo sciopero della fame qui a Gaza in solidarietà con i prigionieri, in questo momento si trovano in ospedale.

 

Appena sono arrivata alla tenda questa mattina, c’era Majed el Ajar che dormiva (già vi ho parlato di lui, è quello che, felicissimo per avere il supporto di suo padre, gli ha baciato la mano e portata alla fronte in segno di rispetto). Strano dormisse di mattina, do solito è sempre molto attivo! Ho pensato che potesse stare male, ma non mi sono preoccupata perchè era comunque circondato da tante persone che si prendevano cura di lui. Sono entrata nell’atrio della croce rossa, luogo più protetto dove ci sono più donne, ed ho visto alcuni compagni che portavano al riparo Nidal Abujazer. Già vi ho raccontato di lui, suo fratello è in carcere e lui si prende cura della nipote la cui madre è morta, ricordate? L’hanno steso su una panca, hanno cominciato a massaggiargli il torace. Gli hanno buttato acqua fresca sulla faccia. Lui piangeva, a tratti, e a tratti aveva uno sguardo vuoto. In molti gli si sono fatti attorno, portando acqua e cercando di fare il possibile. Ci ho messo parecchio prima di capire perchè stesse piangendo, a cosa fosse dovuto lo shock. Lo shock era dovuto al fatto che negli accordi tra Hamas ed i sionisti non è più prevista la liberazione del loro leader, Akhmad Sa’adat. Me lo ha spiegato Maher, mentre due lacrime gli solcavano le guance. In pratica, la delusione per il fatto che sia stato usato Shalit, l’unica merce di scambio disponibile, per un accordo che non prevedeva la liberazione ne’ di Sa’adat ne’ di Barghouti ha causato lo shock. Dopo poco è entrato anche Majed, anche lui stava piangendo, la testa dondolava a destra e sinistra. Si è seduto e ha preso in grembo la testa di Nidal, e, mentre qualcuno cercava di massaggiare il petto di Nidal, qualcun altro massaggiava il petto di Majed. Li hanno portati entrami all’ospedale Shifa. Mi hanno spiegato che Majed si era sentito male anche durante la notte…poche ore prima mi stava insegnando arabo!

 

Sono uscita. Ghassan stava disteso. Anche Ghassan, come Majed, è di solito molto attivo. Però sono entrambi magrissimi, e di sicuro perdere peso non è la cosa più salutare per loro. Hanno entrambi vent’anni. All’inizio non sembrava Ghassan stesse troppo male, poi ha cominciato a dare chiari segni che era solo parzialmente cosciente. Allora lo hanno bagnato con no straccio umido, gli hanno dato da bere con il tappo della bottiglia, poi finalmente è arrivata l’ambulanza ed hanno portato anche lui all’al-awda. Poco dopo, hanno portato allo stesso ospedale anche Ramz El Halaby, entrambi sono sotto flebo.

 

È appena arrivata un’amica che mi ha chiesto: allora, sei contenta? Avete vinto! (faceva riferimento agli accordi tra hamas ed i sionisti) Io le ho risposto: no non abbiamo vinto. Non sono contenta, sono triste ed arrabbiata. Ci sono i miei amici in ospedale.

 

Fine dell’isolamento e di tutte le forme di punizione collettiva, medicine per i carcerati e diritto alle famiglie di visitare i propri prigionieri. Diritto ad un’istruzione in carcere, diritto ad avere libri e giornali. Niente mani legate durante gli sporadici colloqui. Per tutti i prigionieri. Tutti. Per favore, fate tutto quello che in vostro potere perchè le richieste dei prigionieri (che sono davvero il minimo possibile) vengano supportate…

 

Aggiornamento h.13.30: ho appena sentito Maher dall’ospedale che mi ha rassicurata, le condizioni degli amici palestinesi ricoverati stanno migliorando.

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