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Diario di un Freelance in Palestina. Storie di ordinaria segregazione.

Pubblichiamon questo diario di un freelance per abbattere il muro che sta schiacciando il popolo palestinese. Ti siamo vicini con la Palestina nel cuore

 E’ sempre stata la mia bella Palestina. Da quando ci ho messo piede la prima volta molti anni fa. Di lei ho

 

voluto imparare a conoscere ogni cosa. L’ho portata nei miei ricordi per lunghi anni. E ogni nuova volta

 

che ci sono passata, di nuovo altri pezzi di ricordi, di emozioni, di vissuti e di immagini si sono aggiunti ai

 

precedenti.

 

Scrivo guardando la Palestina, questa volta. Ce l’ho sotto gli occhi. L’odore mi entra dalle narici e mi arriva

 

dritto al cuore. C’ho un fermo immagine davanti agli occhi che non è fatto di emozioni lontane nel tempo

 

e nello spazio ma è fatto di realtà. Da sottofondo, il richiamo alla preghiera. Il minareto urla il suo amore

 

per la sua terra. E d’improvviso la piazza di riempie di veli al vento. Sono le donne che vanno in moschea. I

 

bambini smettono di giocare, tranne i più piccoletti. Quando il minareto canta, il mondo sotto si ferma. Non

 

appena smette la vita sembra riprendere forma e si palesa in tutta la sua vitalità.

 

La bandiera della Palestina mi sventola davanti mentre il cielo piano piano inizia a farsi scuro e le prime luci

 

dalle finestre delle case intorno si accendono di vita, di famiglie, di odore di spezie e di piatti caldi cucinati

 

dalle madri, mogli, sorelle, compagne della Palestina.

 

Questa terra è una meravigliosa terra sotto assedio militare, illegale, israeliano da oltre 60 anni. E’

 

un assedio che porta la firma non solo di Israele ma di tutto l’Occidente e dei governi arabi collusi

 

e viscidamente legati al mostro che sta strangolando i palestinesi chiudendoli in un ghetto fatto di

 

segregazione, ingiustizie, violenze, arroganze continue e annessioni unilaterali illegali. L’umanità del popolo

 

palestinese viene quotidianamente violentata così come l’umanità di quanti, come me, vengono quaggiù

 

per dire alla Palestina che non è sola, che c’è ancora chi in questo mondo che teme e soffre per lei.

 

Mia bella, noi siamo con te e mai ti abbandoneremo.

 

Chiunque leggerà le righe di questo racconto o vedrà le mie lacrime e la mia rabbia materializzarsi e la mia

 

indignazione vi entrerà nelle vene come un siero buono, perché umano.

 

“Qual è la ragione della tua visita in Israele?”, mi chiede una donna con fare arrogante al primo checkpoint

 

in aeroporto. A questa prima domanda ne hanno fatte seguito altre, un interrogatorio in piena regola.

 

La mia tensione saliva. Le mani mi sudavano e mentre stringevo i pugni, le dita scivolavano. Ad un tratto

 

mi restituisce il passaporto. Ricordo di aver tirato un sospiro di sollievo perché credevo, incredula,

 

che il tutto era già finito, che ce l’avevo fatta, che il peggio che temevo non si era avverato. Ma mi ero

 

sbagliata. Non appena ho svoltato l’angolo, due giovani ragazze in abiti civili ma armate, mi bloccano o mi

 

intimano di sedermi e di aspettare. Accanto a me una ragazza, non so di quali origini, veniva interrogata

 

minuziosamente da un altro ragazzo in abiti civili e armato. Nella voce di quella ragazza c’era una tensione

 

fortissima. Il motivo di questo interrogatorio era perché sul suo passaporto c’era un visto che testimoniava

 

di una sua visita in Giordania. L’interrogatorio è durato un bel po’ di tempo, finchè, credo, l’abbiano

 

rispedita indietro mettendola sul primo volo di ritorno al paese dal quale era venuta. Dico questo perché

 

nelle fasi successive al mio e al suo interrogatorio, non l’ho più vista.

 

Dopo un’attesa che non so quanto sia durata, è arrivato il mio turno. Il ragazzo mi si avvicina e si presenta.

 

Dice di chiamarsi Tom e inizia a farmi le stesse e identiche domande della donna militare precedente.

 

Rispondo sempre allo stesso modo cercando di scandire bene le mie parole e di non aggiungere o togliere

 

nulla al racconto precedente. La ragione evidente dell’apprensione della donna militare e di Tom nei miei

 

riguardi erano i visti sul mio passaporto: Sudan e Ciad. Entrambi mi hanno domandato più di una volta e

 

di seguito, per giunta, la ragione della mia permanenza in quei paesi e per quali motivi avessi deciso di

 

andare proprio là e poi di entrare in Israele. Facendo uno sforzo enorme, ho sempre risposto dicendo che

 

era Israele che volevo visitare. Ma sentivo che la prima parola che mi veniva alla mente non era Israele, ma

 

Palestina.

 

Dopo, Tom mi chiede di andare a ritirare le mie valigie e di sedermi in un posto prestabilito, su una sedia

 

prestabilita, indicandola e toccandola col dito. Mi chiede di aspettare perché di lì a poco sarebbe arrivata

 

un’altra persona per fare un altro controllo di sicurezza. Così lo ha definito. Di certo non si è trattato di un

 

controllo di sicurezza ma di un ulteriore interrogatorio con relative perquisizioni del mio bagaglio che si

 

sono ripetute, senza senso e senza logica, per tre volte. Avevo paura, non sapevo quel che mi sarebbe

 

successo, mi ripetevo di stare calma mentre il nastro nero girava lasciando scorrere le valigie. Credo che i

 

minuti trascorsi aspettando l’arrivo della mie valigie saranno stati pochi. Non ci è voluto molto tempo, ma

 

mi è sembrata un’attesa infinita, uno scorrere del tempo troppo lento e per di più accompagnato da

 

sentimenti strani e poco piacevoli. Ad un tratto afferro i miei bagagli e torno a sedermi dove Tom mi aveva

 

indicato. Aspetto. Chiedo dove fosse il mio passaporto, chi lo avesse, ma a questa domanda nessuno si è

 

degnato di darmi una risposta nonostante fosse un mio diritto saperlo e nonostante, illegalmente e senza

 

un valido motivo, io sia stata privata del mio documento di riconoscimento in un paese straniero. Poi arriva

 

il turno dell’ulteriore controllo. Alle mie spalle una donna mi chiede in modo sgarbato di seguirla.

 

Camminava veloce nonostante avesse visto che stavo trascinando due valigie. Mi porta in una stanza

 

blindata e controllata minuziosamente all’ingresso da militari e telecamere e mi indica dove sedermi senza

 

neanche guardarmi in faccia. Mi siedo, alzo lo sguardo e lei non c’è più. Sento solo il rumore di una porta

 

che sbatte e dei rumori che venivano da una stanza ubicata all’interno della sala in cui stavo seduta. Resto

 

là, immobile. Sono sicura che mi stavano osservando. Ho cercato in giro con lo sguardo dove fossero

 

posizionate le telecamere ma non le ho viste. Probabilmente le tengono nascoste chissà dove o di quali

 

sofisticati ingegni si tratta. Dopo un po’ quella donna ritorna e vedo che dalla tasca dei suoi pantaloni

 

sporgeva il mio passaporto. Quella donna ha controllato le mie valigie per tre volte facendomele alzare e

 

mettere a terra da un tavolo di ferro troppo alto. Le valigie pesavano e con uno sforzo enorme ho dovuto

 

obbedire a quegli ordini che non avevano una logica o un senso razionale, ma servivano semplicemente a

 

mettermi sotto pressione, ad abusare della mia pazienza e della mia stanchezza e a trattarmi con violenza e

 

illegalità semplicemente perché questa era una loro arbitraria decisione. Ogni cosa che Israele e la sua

 

gente fanno è arbitraria. Anche il motivo della loro esistenza in questa terra è arbitrario. Dopo aver

 

controllato le mie valigie, la donna ha preso il mio zaino e la mia borsa ed è sparita di nuovo. Dopo un bel

 

po’ di tempo è ritornata restituendomi le mie cose. Il cellulare mi è stato ridato spento e con pochissime

 

tacche di batteria. Per quanto riguarda il computer e l’ho scoperto solo il giorno dopo, mi è stato restituito

 

scarico nonostante io l’avessi messo a caricare prima di partire e non l’avevo mai utilizzato né acceso

 

durante il viaggio. Il mio computer, da quando l’hanno controllato, è lento e fa fatica ad avviarsi il sistema

 

quando lo accendo e spesso alcuni programmi si bloccano e bisogna che aspetti vari minuti finchè si

 

ripristinano e posso ritornare ad utilizzarli. Ho trascorso a Tel Aviv, all’interno dell’aeroporto Ben Gurion,

 

che prende il nome dal sionista che ha arbitrariamente occupato la Palestina dichiarandola stato di Israele

 

nel 1948, un paio di ore fatte di terrore e prevaricazioni. Ma alla fine ce l’ho fatta, ero fuori e sono stata

 

scortata dalla stessa donna fino all’uscita dell’aeroporto.

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