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Dalle Reti Territoriali per un “Welfare Locale” alla necessità di una centralità Antagonista Nazionale

19 dicembre dibattito pubblico ore 18.30 presso il c.s.a. Jan Assen

Dalle Reti Territoriali per un “Welfare Locale”

alla necessità di una centralità Antagonista Nazionale!

 

Il titolo del documento esprime il dato politico la cui sintesi è stata espressa nelle giornate del 18 e 19 Ottobre  scorso; allo stesso tempo riteniamo opportuno iniziare questo invito al dibattito con la triste cronologia dei dati aggiornati della precarietà e della povertà  di ampie fasce di umanità.

 

Istat: a luglio disoccupazione ferma al 12%

Invariata rispetto a giugno. Ma resta l’aumento dell’1,3% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Disoccupazione ai massimi anche nel mese di luglio. La disoccupazione nel mese scorso si è fermata al 12%, invariata rispetto a giugno (-0,033 punti percentuali), anche se resta in aumento su base annua, con un rialzo di 1,3 punti. Lo rileva l’Istat (dati provvisori). Con luglio la disoccupazione tocca la soglia del 12% per la quarta volta consecutiva.

SECONDO TRIMESTRE – Se poi allarghiamo lo sguardo al secondo trimestre dell’anno vediamo che il tasso di disoccupazione è pari anche in questo caso al 12%, in crescita in questo caso di 1,5 punti percentuali rispetto a un anno prima. Per gli uomini l’indicatore passa dal 9,8% all’attuale 11,5% e per le donne dall’11,4% al 12,8%.
Prosegue – rileva ancora l’Istat – la riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-581.000 unità), mentre si arresta la crescita di quella straniera (-4.000 unità). In confronto al secondo trimestre 2012, tuttavia, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 3,5 punti percentuali a fronte di un calo di 1,2 punti di quello degli italiani. Il calo dell’occupazione si concentra nell’industria in senso stretto (-2,4% con 111.000 posti in meno e nelle costruzioni (-12,7% con 230.000 posti in meno). Per il secondo trimestre consecutivo, e a ritmi più sostenuti, l’occupazione si riduce anche nel terziario (-1,0%, pari a -154.000 unità). Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-3,4%, pari a -644.000 unità rispetto al secondo trimestre 2012), che in quasi metà dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-2,5%, pari a -312.000 unità). Gli occupati a tempo parziale aumentano in misura minore rispetto al recente passato (1,5%, pari a +59.000 unità). E la crescita – spiega l’Istat – riguarda esclusivamente il part time involontario. Per il secondo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità – spiega infine l’Istat – cala il lavoro a termine (-7,2%, pari a -177.000 unità), cui si accompagna la nuova diminuzione dei collaboratori (-7,0%, pari a -32.000 unità).

GIOVANI – Torna a salire anche la disoccupazione giovanile. Tra i 15-24enni, rileva l’Istat, le persone in cerca di lavoro sono 635 mila e rappresentano il 10,6% della popolazione in questa fascia d’etá. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 39,5%, in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,3 punti nel confronto tendenziale con l’anno scorso.
Il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre sale inoltre di 2,7 punti percentuali al Sud sfiorando il 20% (19,8%). Lo si legge nelle tabelle Istat pubblicate oggi dalle quali emerge che in tre regioni (Campania, Calabria e Sicilia) il tasso dei senza lavoro supera abbondantemente il 21%.

DISOCCUPATI – Ovviamente il numero dei disoccupati continua ad aumentare e nel secondo trimestre 2013 raggiunge quota 3,075 milioni, 370 mila in più rispetto all’anno prima (+13,7%). L’incremento è diffuso su tutto il territorio e interessa in oltre metà dei casi persone con più di 35 anni. il 55,7% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più.

30 agosto 2013 | 12:06

 

E PER QUEL CHE RIGUARDA il LOCALE: Emigrazione, Campania seconda in Italia
Ma da Salerno vanno via più che da Napoli

Quasi 120mila i salernitani residenti all’estero rispetto ai 113 partenopei e i 102mila avellinesi che hanno lasciato casa

ROMA – Sono sempre di piu’ gli italiani che vivono oltre i confini nazionali. Al primo gennaio 2013 i residenti all’estero sono 4.341.156, il 7,3 per cento dei circa 60 milioni di residenti in Italia. Con una crescita, in valore assoluto, rispetto allo scorso anno del 3,1 per cento, pari a 132.179 persone. Lo dicono i dati dell’anagrafe del ministero dell’Interno, contenuti nel Rapporto Italiani nel Mondo 2013, realizzato per l’ottavo anno consecutivo (dal 2006) dalla Fondazione Migrantes. La ripartizione continentale rimarca, ancora una volta, che la maggior parte degli italiani residenti fuori dall’Italia si trova in Europa (2.364.263, il 54,5 per cento del totale); segue l’America (1.738.831, il 40,1 per cento del totale) e, a larga distanza, l’Oceania (136.682, il 3,1 per cento), l’Africa (56.583, l’1,3 per cento) e l’Asia (44.797, l’1 per cento). Dai dati disaggregati emerge, pero’, che gli italiani emigrano guardando sempre di piu’ alle opportunita’ offerte dall’Oriente: dal 2011 l’aumento piu’ vistoso riguarda infatti la comunita’ italiana in Asia (+18 per cento), segue l’America (+6,8 per cento), l’Africa (+5,7 per cento), l’Europa (+4,5 per cento) e l’Oceania (+3,6 per cento).

Le comunita’ di cittadini italiani all’estero numericamente piu’ incisive continuano ad essere quella argentina (691.481), quella tedesca (651.852), quella svizzera (558.545), la francese (373.145) e la brasiliana (316.699) per restare alle nazioni che accolgono collettivita’ al di sopra delle 300 mila unita’. A seguire, il Belgio (254.741), gli Stati Uniti (223.429) e il Regno Unito (209.720). Piu’ della meta’ ( 52,8 per cento pari a quasi 2 milioni e 300 mila) degli italiani residenti all’estero all’inizio del 2013 e’ partito dal Meridione, il 32 per cento (circa 1 milione 390 mila) dal Nord e il 15 per cento dal Centro Italia (poco piu’ di 662 mila). La Sicilia, con 687.394 residenti, e’ la prima regione di emigrazione seguita dalla Campania, dal Lazio, dalla Calabria, dalla Lombardia, dalla Puglia e dal Veneto.

Ad esclusione di Roma, prima in graduatoria con piu’ di 298 mila residenti, seguono soprattutto province siciliane e campane. In particolare, nella graduatoria delle prime 10 province si susseguono Cosenza (152.403), Agrigento (152.403), Salerno (119.095), Napoli (113.787), Catania (108.413), Palermo (107.658) e Avellino (102.230). In nona posizione si trova Milano (98.583) e, a chiudere, e’ Potenza (95.653).

03 ottobre 2013

 

Come Centro Sociale Jan Assen con umiltà vogliamo rinnovare a 360 gradi l’invito a momenti di riflessione alle entità collettive ed individuali organiche e affini, operanti nel nostro territorio,specie all’indomani delle due giornate di mobilitazione del 18/19 Ottobre scorso dalle quali sono scaturite indicazioni e tematiche rispetto alle quali rilanciare non solo forme di mobilitazione,  ma sul come articolare armonicamente forme incisive di iniziative tendenti alla costituzione di reti locali in piena sintonia con gli scenari nazionali.

Da ciò il titolo del documento sulla necessità di una centralità antagonista nazionale come sintesi dell’agire delle reti locali.

Invito alla riflessione con la speranza che nonostante le diversità si possa convergere almeno su qualche punto di carattere strategico come il reddito/salario sociale e l’internazionalismo al fine di dar vita ad una opposizione sociale delle realtà collettive ed individuali che, seppur esistenti, evidenziano un vuoto  in termini sia di visibilità che di prassi politica.

Limite/vuoto che in questi ultimi 3 anni si è reso sempre più evidente.

L’evidenza di tale vuoto o limite, sia in termini locali che nazionali, risulta palese: nonostante l’esistenza di tante espressioni di movimento (come il Popolo No TAV della Val Susa,  il Comitato Liberi e Pensanti di Taranto, le mamme  di Niscemi del Comitato No Muos e svariate forme di lotta sparse nel territorio nazionale contro le trivellazioni, contro le discariche, per la difesa dei beni comuni) esprimenti potenzialità tali da poter ricostituire quell’humus politico in grado di determinare un vero e proprio movimento politico realmente  capace di modificare  lo stato di cose attuali,  non si riesce a garantire i diritti della povera gente. Ciò  lascia spazio ad  un  Plebeismo Comunitario e politico ormai imperante che ci costringe ad ingoiare, masticare e digerire le ipocrisie di interi sistemi economici/politici, tra l’altro lerci e falliti, tali da far dettare i tempi della politica”d’opposizione “a Grillo.

Così in campo internazionale dove si registra la totale assenza dell’Italia politica, tranne alcune sporadiche realtà  antagoniste italiane, che di fronte ad avvenimenti epocali come il Forum svoltosi a Tunisi sono rimaste a guardare o a fare pura sociologia.

Le rivolte delle  Primavere Arabe e i successivi risvolti che si sono determinati in Tunisia, Libia ed Egitto avrebbero dovuto farci riflettere sull’importanza e la necessità di ricostruire un punto di vista internazionalista su quanto sta accadendo in Medio Oriente. Il Forum Mondiale di Tunisi poteva essere un primo passo per riprendere le fila di un discorso che si è ormai arenato da molto tempo, un occasione unica poiché è stata la prima volta che il Forum si è tenuto in un paese arabo, invece è stato liquidato con troppa superficialità e anche con un pò di superbia da parte di alcune strutture, mentre invece avrebbe potuto costituire un primo passo per il rilancio di una nuova internazionale.

Sintetizzare e rafforzare le espressioni laiche e di sinistra che hanno contribuito allo scoppio delle c.d. Primavere arabe diventa da parte dei compagni un’esigenza fondamentale per il prosieguo della lotta politica.

A tal fine risulta necessario affrontare alcune questioni:

– i flussi migratori provengono proprio dalle aree geografiche dove si sono verificate le primavere arabe (Tunisia, Egitto, Algeria,Siria etc.);

– l’islamizzazione dei conflitti, che non ha risolto le contraddizioni che hanno portato allo scoppio delle rivolte ma ne ha generate di nuove;

-la questione palestinese, da sempre centrale nello scenario mediorientale e da cui è necessario partire per tentare di comprendere tutti i possibili risvolti.

L’assenza dell’Europa e dell’Italia politica, intesa quale capacità progettuale e di mobilitazione della sinistra, che fino a qualche tempo fa era in grado di incidere negli scenari internazionali (vedi le mobilitazioni per il popolo palestinese, curdo, nonché storicamente per il Cile, il Vietnam etc..) rischia di ridimensionare/isolare quelle forze politiche arabe laiche che a loro volta abbisognano non solo di visibilità internazionale ma principalmente di sostegno politico al fine di determinare spazi di reale autonomia e per far si che lo spirito propulsivo dei valori di libertà e laicità, che è stato motore delle rivolte, non venga schiacciato dalle morse religiose e da quei tribalismi che storicamente hanno legittimato l’imperialismo e la dipendenza dall’occidente.

Sarebbe necessario e doveroso che almeno su queste tematiche l’area politica laica di sinistra e l’arcipelago dell’antagonismo italiano pongano la propria centralità.

L’importanza della questione palestinese per ciò che riguarda la comprensione delle primavere arabe e dei consequenziali risvolti politici che si sono determinati è resa evidente da ciò che sta avvenendo oggi in Egitto. Con la destituzione di Morsi l’esercito al fine di colpire Hamas, e dunque la Fratellanza,sta portando avanti una campagna di forte demonizzazione verso i palestinesi ritenuti tutti sostenitori del terrorismo. Ciò rende le condizioni di  vita a Gaza sempre più disumane.

Altra questione fondamentale, come affermato/evidenziato a Tunisi, è quella dei flussi migratori.

Perché non determinare in modo laico, organico e progettuale forme di collaborazione politica e perché no anche economico/lavorativa con quelle realtà organizzate e affini che richiedono il nostro appoggio politico per uscire dall’isolamento e per evitare di assistere alla perenne  tragedia delle varie umanità che fuggono dalla miserie e da guerre  per poi trovare la morte lungo le nostre coste?

 

Risiede anche in questo  la chiave di lettura  del forte movimento delle occupazioni di case di Roma dove la Sinistra antagonista  ha riposto non solo le energie ma anche e principalmente una scommessa politica di carattere strategico, con l’obiettivo di evitare la marginalità che rischia di gettare in una crisi irreversibile l’antagonismo di classe in Italia.

Le vicende romane esprimono  localmente  ciò che avviene nel resto d’Italia: la necessità della riappropriazione di  vaste aree di territorio e dei quartieri ormai in mano alla delinquenza ed a tutto ciò che è il risultato dell’emarginazione e della disgregazione sociale.

Per sempre più ampie fasce di popolazione il vivere quotidiano è ormai diventato oblio e rassegnazione, vissuto nel chiuso delle proprie abitazioni e dei quartieri con alto uso di antidepressivi, alcolismo, affidandosi alle beneficenze di enti del volontariato come la Caritas, le parrocchie ed in alternativa  alle  discariche  sociali rappresentate da carceri, distretti psichiatrici ecc… E’ in questo ambito che si sviluppa e si alimenta una  cultura di destra xenofoba, omofoba e sessista (ogni giorno due donne in Italia vengono uccise e le violenze quotidiane verso di loro non si contano più) che evidenzia sempre più la perdita del senso civico del vivere e delle relazioni sociali.

Il tutto in un contesto più ampio dove regna la sistematica politica della corruzione sempre più caratterizzata e normalizzata dall’intreccio politica/malaffare in cui il ruolo della grande criminalità premette il reale flusso e circolazione finanziaria grazie ai  proventi della droga, delle estorsioni e quant’altro, che rappresentano il 40% dell’economia reale e che sono quindi in grado di condizionare di fatto politiche finanziarie e  governative.

In questo scenario s’inquadra la grande prova di maturità dimostrata dai movimenti soprattutto nel corteo del 19 Ottobre, che non sono caduti nelle trappole militar/politiche governative proprio per salvaguardare la grande scommessa dell’antagonismo romano in atto, per ripartire e per riproporre un protagonismo politico su scala nazionale dell’antagonismo di classe .

La realtà romana non si distacca molto dalle altre realtà locali del resto d’Italia, di fatti  le borgate romane, milanesi, torinesi  non sono tanto differenti dai nostri quartieri (vedi S. Eustacchio, Matierno ecc..).

Le  grandi metropoli, le realtà periferiche e provinciali con le fenomenologie comportamentali di ampie fasce umane e categorie sociali esprimenti rabbia e rassegnazione per l’assenza  del conflitto di classe (in quanto orfane di un reale movimento politico in grado di canalizzare/organizzare la rabbia  ed il  bisogno di riscatto sociale) sono accomunate dalla grande richiesta non solo di protagonismo ma anche e sopratutto di esempi pratici, di modelli sociali, relazionali, economici ecocompatibili per riappropriarsi del diritto a vivere dignitosamente e non da plebei o da barbari, ridisegnando e ed individuando al contempo i nuovi referenti di classe nei migranti ovvero i nuovi cittadini italiani.

Non ci deve sorprendere se un’altissima percentuale di componenti del movimento di lotta per la casa è costituita da migranti residenti a Roma da anni. Dobbiamo infatti ricordare le rivolte di Rosarno e nell’area Casertana (dove morì Miriam Makeba) contro i caporali ed i mafiosi, che hanno fatto emergere il soggetto migrante quale nuova leva sociale e riferimento di classe che preme per gli eguali diritti non solo sindacali (reddito,assistenza sanitaria, scuola) ma anche e principalmente per il diritto di cittadinanza.

E’ una grande scommessa politica questa da parte dei compagni, specie in questa fase di enorme arretramento, ecco perché è molto importante accompagnare le vertenza del reddito indiretto rappresentata dalle occupazioni di case con l’articolazione  di vertenze locali sul  salario sociale .

E’ con questo spirito che intendiamo dare continuità al dibattito svoltosi  il 20 Ottobre del 2012 dal tema “Salerno come laboratorio/sperimentazione  di un Welfare locale? Si può fare!” (di cui nel documento attuale riportiamo alcuni spunti) in quanto le riflessioni scritte e dibattute precedentemente  risultano essere  al momento attuali .

Con 50 % di disoccupati e con salari precari di massimo 500/600 euro mensili (spesso a nero e senza alcuna forma di tutela) non serve essere economisti per dedurre che il reddito medio a Salerno è di circa 350 euro; allora perché non determinare noi (in mancanza di un reddito garantito per i disoccupati che solo in Italia ed in Grecia non esiste) forme di reddito e/o salario legandole ai bisogni reali del territorio e alle  proprie vocazioni (dall’ambiente, all’assistenza, alla cultura), ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie capacità, coinvolgendo l’enorme massa di disoccupati attraverso una gestione pubblica ed il controllo e la collaborazione di tutte le forme di volontariato presenti nel territorio cittadino (sempre in funzione anti imbarbarimento, antiemarginazione e precarizzazione della vita anche in termini esistenziali) realizzando in questo modo una vera e propria “Comunità in movimento”.

Tornando al problema alloggiativo, esso assume aspetti paradossali nella nostra città, in quanto ai migliaia di senza tetto si contrappone un patrimonio immobiliare caratterizzato da centinaia di case e strutture libere (sia pubbliche che private) il cui 90% è degradato e abbandonato e la cui valorizzazione è funzionale a speculatori finanziari e società con possibilità di denaro liquido/contante. In virtù di ciò perché non  prendere e occupare le case sfitte,  con un fitto il cui prezzo  è adeguato al reddito? E se il reddito medio è di 350 euro, il fitto potrebbe essere pari a 20 euro mensili e per chi non ha nessun reddito sarebbe pari a zero euro.

Nella fase attuale dove la classica vertenza o meglio le migliaia di vertenze articolate nel paese (per la difesa dei  posti di lavoro, per l’acquisizione di un reddito, per la difesa della salute, sui diritti in generale) rappresentano dei veri e propri pantani fustellati dalla presenza di sabbie mobili sarebbe opportuno e necessario verificare/sperimentare altre metodologie e forme di lotta  nell’esplicazione del conflitto.

Sperimentare e verificare anche attraverso la riproposizione della pratica degli obiettivi, determinando esempi di esistenza autonoma nei vari campi del quotidiano, valorizzando  e monitorando le varie esperienze/resistenze sia in termini individuali che di movimento.

Campi del vivere quotidiano che esprimono un insieme di bisogni, quali la cultura (musica, informazione, arte etc.), l’ambiente sano e pulito, la salute, che vengono condizionati e controllati dal potere e rispetto ai quali è possibile contrapporre e determinare contropoteri alternativi attraverso esempi altri di forme comunitarie emancipate.

La nostra proposta per esempio di determinare nell’area del C.S.A. Jan Assen un Auditorium al coperto Pubblico e Popolare è volta a far fronte ad un vuoto di esistenza di forme pubbliche, di spazi non monetizzati dove liberamente un circuito culturale a 360 gradi (dalla musica, al teatro, alla danza, al cinema etc…) venga messo nelle condizioni di esprimersi  e di uscire dal ricatto economico rappresentato da luoghi (quali teatro Verdi, Augusteo, Teatro Nuovo, Centro Sociale Cantarella)  la cui fruibilità è fortemente legata ai costi.

Creazione di un  circuito che colmerebbe quel vuoto di dinamismo culturale, che avrebbe ricadute benefiche per la collettività attraverso eventi pubblici e gratuiti, anche come base di una ipotetica accademia culturale autonoma e autogestita  che valorizzi le capacità creative singole e collettive legate alla cultura e alle sue variegate forme di espressività che potrebbe permettere l’interruzione di quel flusso di migrazione in altre città anche del sud ( Cosenza, Catania, Alghero)

Di esempi ce ne sarebbero tanti, come l’appropriazione di spazi ed edifici pubblici o  privati ad uso abitativo e/o culturale pagando  un prezzo politico adeguato alle reali forme di reddito esistenti nella città.

In pratica la possibilità di sperimentare forme reali di welfare.

 

CSA JAN ASSEN    

ASS. CULTURALE ANDREA PROTO

 
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