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Come costruire un nuovo welfare: dibattito a Salerno

Assemblea/dibattito sabato 20 ottobre ore 18 al CSA JAN ASSEN (ex Asilo Politico)

Salerno come laboratorio/sperimentazione di un Welfare locale?

Si può fare !

Le tematiche poste in oggetto su cui riflettere e dibattere esprimono una forte difficoltà e complessità, poiché il discutere su ipotesi di “Welfare locale” significa automaticamente porre l’accento sul protagonismo diretto della comunità a cui necessità una metodologia/strategia e quindi una prassi politica molto articolata.

Comunità intesa quale insieme di entità umane che non vogliono essere più meri soggetti passivi ma protagonisti, in quanto consapevoli e coscienti delle proprie capacità, in grado di progettare e ipotizzare modelli sociali, relazionali, economici e culturali adeguati ai bisogni reali della gente ed eco-compatibili col proprio territorio.

Centralità e/o protagonismo diretto della “Comunità” per determinare forme di vivere in opposizione alla barbarie del capitalismo/cannibalismo finanziario che, sia su scala planetaria che locale, ha ridotto più dei tre/quarti dell’umanità in una profonda precarietà e povertà, unicamente per fare fronte ai propri schizofrenici bisogni di profitto/potere .

 

Sia Gramsciche pone l’aspetto creativo attivo dell’uomo/uomo collettivo;

sia la Rete Antagonista Meridionale nel documento finale del Campeggio Internazionale contro la costruzione del Ponte sullo stretto nell’Agosto 2003 con riferimento al “protagonismo del nuovo soggetto politico rappresentato dalle Comunità a partire dalla questione meridionale antitetica allo sviluppo capitalistico”

che Toni Negri– “Il problema è però oggi quello di organizzare la moltitudine – cioè di impegnare nella istituzione di una “politica del comune” le reti biopolitiche (cioè informatiche ed intelligenti, cooperanti e produttive, critiche dell’economia politica e comunarde, partecipanti ed esperte democraticamente, etc)

pongono le Comunità come antidoto alla barbarie del capitalismo, che specie in questa fase storica esprime tutta la sua consistenza e drammaticità

 

Delle barbarie del Capitalismo, i cui esiti drammaticamente e quotidianamente subiamo in tutte le sue forme ed espressioni (economicamente, repressivamente, culturalmente, ambientalmente ed esistenzialmente), non è dato sapere/comprendere quali siano gli scenari futuri. Si può intuire ma non comprendere l’esatta proporzione di cosa si prospetta in campo internazionale, nazionale, regionale e locale, come dire al peggio non c’è mai fine!!

E’ proprio in fasi storiche come queste che bisogna necessariamente mettere in campo, in termini di fruibilità cognitiva collettiva, il sapere critico e i riferimenti storici che possano fungere da stimolo per determinare idee/forze collettive in grado di sperimentare ipotesi di modelli sociali emancipati che pongano come priorità i bisogni reali della gente contro ogni forma di miseria, sia economica che esistenziale e culturale.

Ci sembra quindi opportuno che dalle individualità organiche di pensiero, alle entità collettive (intese come associazionismo impegnato nei varie aspetti della vita e del quotidiano: dal mondo del lavoro al mondo del sapere e delle varie forme di categorie sociali e lavorative) ci si attrezzi di conseguenza per far fronte alle gravi problematiche che vivono oggi dalla classe operaia al ceto impiegatizio, artigianale e commerciale (ossia ciò che un tempo rappresentava la piccola e media borghesia), per finire all’enorme massa dei senza niente le cui uniche prospettive di vita sono rappresentate dalle discariche sociali delle carceri/reparti psichiatrici e dall’enorme tritacarne delle proprie esistenzialità che si consumano nel chiuso delle proprie case, nei propri quartieri, a cui rimangono solo i sogni del passato o di una vincita .

Ecco perché come compagni è sempre doveroso e necessario riflettere per organizzare e assemblare idee e progetti.

Lo abbiamo fatto più di un anno fa: il 18 Aprile 2011 alla presentazione del libro Camillo Berneri “Anarchismo e Politica. Prassi e teoria dell’Anarco/sindacalismo”, prima e dopo i Rereferendum (il 28 Settembre 2011 Punto Einaudi “O Democrazia Diretta delle Comunità o Barbarie”).

Invito alla riflessione ed al dibattito quale dovere e necessità di una comunità che vuole essere libera e pensante!

Anche quest’anno, come Centro Sociale Jan Assen ritentiamo con umiltà di rinnovare a 360 gradi l’invito a momenti di riflessione alle entità collettive ed individuali organiche e affini, quali espressioni dell’opposizione politica, culturale e sociale operanti nel nostro territorio.

Abbiamo deciso di partire da alcuni spunti tratti dai “Quaderni dal carcere” di Gramsci che ci sembrano molto attuali al fine di determinare una strategia/metodologia che possa non solo introdurre il dibattito il cui titolo è veramente molto impegnativo, ma anche e principalmente per far sì che si possa cominciare ad uscire da un plebeismo comunitario e politico in cui si è costretti ad ingoiare, masticare e digerire le ipocrisie di interi sistemi economici/politici, tra l’altro lerci e falliti, per tentare di contrapporre un protagonismo diretto delle comunità..

Uno dei concetti centrali di Gramsci è quello dell’egemonia civile, intesa quale pratica politica volta alla conquista e legittimazione della visione comunista del mondo (in contrapposizione ai dispositivi del mercato capitalista) attraverso la lotta culturale nelle diverse istituzioni sociali.

Infatti, Gramsci studiando le modalità della rivoluzione Sovietica, era cosciente che queste non potevano essere riproposte in Italia. Ciò nella consapevolezza della complessa articolazione della società civile nell’ambito delle società sviluppate, dove il potere si presenta diffuso, articolato e decentrato in vari centri di potere, le c.d. “case matte” del capitalismo di cui fanno parte l’economia, l’informazione, la scuola, la religione etc.. Tali elementi costruiscono relazioni di potere che incidono in vario modo sul nostro vivere quotidiano, conformando i nostri comportamenti e funzionalizzandoli ad una certa visione della società.

Per questo, prima di porsi l’obiettivo della conquista del potere politico, secondo Gramsci occorreva porsi l’obiettivo della conquista dei diversi ambiti della società civile, attraverso una guerra di posizione, di trincea che sappia disarticolare tali relazioni di potere che non sono mai onniscienti, anzi si modificano costantemente in relazione alle conflittualità che emergono e che tendo ad inglobare. In tal senso, una forza politica costruisce la propria egemonia quando riesce ad imporre la propria visione del mondo, diventando punto di riferimento e di aggregazione di strati sempre più ampi della popolazione.

 

Parlando della guerra di posizione Gramsci afferma: “Con l’espansione coloniale europea, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della rivoluzione permanente viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di egemonia civile.

Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra, in quanto la prepara minutamente e tecnicamente in tempo di pace.

La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le “trincee” e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo parziale l’elemento del movimento che prima era tutta la guerra” (note sul Machiavelli, pp.102-103 –dai “Quaderni dal carcere)

 

 

I riferimenti storici a Gramsci sull’egemonia civile e sulla guerra di posizione sono per il dibattito dei parallelismi storici alla difesa ed alla riappropriazione dei beni comuni che rappresentano l’assalto alle case matte del potere, che mira invece alla privatizzazione della cosa pubblica. La guerra di posizione rappresenterebbe quindi la prassi politica volta a conquistare l’egemonia civile dei beni comuni, che costituiscono le trincee a partire dalle quali è possibile elaborare tipi nuovi di umanità

 

Parlare di assalto alle case matte in termini di modernità potrebbe significare anche la rivalutazione dell’autogestione da contrapporre alla fase storica che stiamo vivendo e subendo, dove la crisi del capitalismo e quella delle rappresentanze (in tutte le sue forme: partiti, sindacati e istituzioni) sta trascinando nella miseria ampie fasce di popolazione e determinando la distruzione dell’intero eco/esistenza.

 

Oggigiorno la guerra di posizione potrebbe essere rappresentata dal risveglio del senso di appartenenza comunitaria, che di fronte all’imbarbarimento delle relazioni tra gli esseri umani e tra gli stessi e la natura possa contrapporre il senso del vivere collettivo, inteso non solo come riduzione del danno dello “sviluppo capitalista”, ma come antidoto alle barbarie; in quanto le guerre imperialistiche e colonialiste (in campo internazionale) ed il restringimento delle libertà di espressione e di manifestazione (in campo nazionale) rappresentano una spada di Damocle verso chiunque popolo e/o comunità che voglia emanciparsi. Tutto ciò al fine di impedire che da questo imbarbarimento si possano determinare derive da Regime di Stato di Polizia e/o di nuovi Peronismi.

 

Nella fase attuale dove la classica vertenza o meglio le migliaia di vertenze articolate nel paese (per la difesa dei posti di lavoro, per l’acquisizione di un reddito, per la difesa della salute, sui diritti in generale) rappresentano dei veri e propri pantani fustellati dalla presenza di sabbie mobili, dove ogni singola vertenza, ogni singolo corteo e/o manifestazione si trasformano in un funerale (perdita continua di diritti e di libertà) in quanto il capitalismo, con le sue espressioni politiche/militari/culturali, non è disposto a retrocedere nemmeno di un centimetro, sarebbe opportuno e necessario verificare/sperimentare altre metodologie e forme di lotta nell’esplicazione del conflitto.

 

Sperimentare e verificare anche attraverso la riproposizione della pratica degli obiettivi, determinando esempi di esistenza autonoma nei vari campi del quotidiano, valorizzando e monitorando le varie esperienze/resistenze sia in termini individuali che di movimento.

Campi del vivere quotidiano che esprimono un insieme di bisogni, quali la cultura (musica informazione, arte ), l’ambiente sano e pulito, la salute, che vengono condizionati e controllati dal potere (costituendo le sue case matte) e rispetto ai quali è possibile contrapporre e determinare contropoteri alternativi attraverso esempi altri di forme comunitarie emancipate.

 

La nostra proposta per esempio di determinare nell’area del C.S.A. Jan Assen un Auditorium al coperto Pubblico e Popolare è volta a far fronte ad un vuoto di esistenza di forme pubbliche, di spazi non monetizzati dove liberamente un circuito culturale a 360 gradi (dalla musica, al teatro, alla danza, al cinema ecc…) venga messo nelle condizioni di esprimersi e di uscire dal ricatto economico rappresentato da luoghi (quali teatro Verdi, Augusteo, Teatro Nuovo, Centro Sociale Cantarella) la cui fruibilità è fortemente legata ai costi.

 

Creazione di un circuito che colmerebbe quel vuoto di dinamismo culturale, che avrebbe ricadute benefiche per la collettività attraverso eventi pubblici e gratuiti che potrebbero incentivare anche un turismo culturale.

Creazione di un circuito, anche come base di una ipotetica accademia culturale autonoma e autogestita che valorizzi le capacità creative singole e collettive legate alla cultura e alle sue variegate forme di espressività che potrebbe permettere l’interruzione di quel flusso di migrazione in altre città anche del sud ( Cosenza, Catania, Alghero)

 

Di esempi ce ne sarebbero tanti, come l’appropriazione di spazi ed edifici pubblici o privati ad uso abitativo e/o culturale pagando un prezzo politico adeguato alle reali forme di reddito esistenti nella città. In pratica la possibilità di sperimentare forme reali di welfare.

 

 

Imbarbarimento!

Dati Svimez 25% di disoccupati al Sud, e’ fuga verso il Nord.

26 settembre, 11:24 notizia ANSA

ROMA – Un Mezzogiorno a rischio desertificazione industriale e segregazione occupazionale, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez 2012. Dal 2007 al 2011, l’industria al Sud ha perso 147 mila unità (-15,5%), il triplo del resto del Paese (-5,5%), e ha accelerato la fuga verso Nord degli abitanti. Nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3%), dei quali 39 mila sono laureati. Oltre un milione e 350 mila persone sono emigrate dal Mezzogiorno dal 2000 al 2010. Nello stesso decennio, il Pil procapite meridionale è passato dal 56,1% di quello del settentrione al 57,7%. “Continuando così ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Sud dal Nord”, osserva Svimez nel rapporto. Per cambiare passo, l’associazione propone un nuovo paradigma per il Sud “capace di integrare sviluppo, qualità ambientale, riqualificazione urbana e valorizzazione del patrimonio culturale”

Crolla il Pil del Mezzogiorno Nel 2012 il Pil del Mezzogiorno sarà in calo del 3,5%, i consumi del 3,8% e gli investimenti del -13,5%, secondo il Rapporto Svimez. Il Pil nazionale, invece, ripiegherà del 2,5% grazie al risultato del Centro-Nord (-2,2%). La recessione continuerà al Sud nel 2013 mentre l’Italia crescerà dello 0,1% e il Centro-Nord dello 0,3%. Il divario è aggravato, per Svimez, dalle manovre del 2010-2011 che pesano per 1,1 punti sul Pil nazionale, per 2,1 punti al Sud e solo 0,8 al Centro-Nord.

I dati locali evidenziano il pericolo di fallimento della nostra città:

  • I dati delle Organizzazioni delle Categorie dei commercianti denunciano la chiusura quasi del 50% delle attività commerciali di Salerno!
  • I dati sulla disoccupazione pongono la nostra città seconda in Italia per numero di disoccupati!
  • La vergogna dei trasporti pubblici, caso unico in Europa, neanche nelle città più povere e sottosviluppate nel mondo viene negato il diritto la mobilità delle persone !
  • Le attività culturali inesistenti se non quelle resistenziali ed autogestite !
  • La negazione costante del diritto alla salute a causa delle politiche clientelari/privatistiche!
  • I fitti tra i più cari d’Italia che contribuiscono al dramma ed al fallimento del commercio e dell’artigianato ed alla chiusura anche di locali !

 

(tratto dall’ultimo volantino Movimento dei Disoccupati di Slsalerno- COBAS Comune di

Salerno)

 

 

Il reddito medio pro capite di un salernitano non è dato saperlo, in quanto in questa città l’ufficialità della circolazione del reddito e la sopravvivenza di molte persone è strettamente collegata alle reti familiari che fungono da ammortizzatori sociali o ad attività legate al malaffare.

 

Con 50 % di disoccupati e con salari precari di massimo 500/600 euro mensili (spesso a nero e senza alcuna forma di tutela) non serve essere economisti per dedurre che il reddito medio a Salerno è di circa 350 euro; allora perché non determinare noi (in mancanza di un reddito garantito per i disoccupati che solo in Italia ed in Grecia non esiste) forme di reddito e/o salario legandole ai bisogni reali del territorio e alle proprie vocazioni (dall’ambiente all’assistenza alla persona alla cultura), ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie capacità, coinvolgendo l’enorme massa di disoccupati attraverso una gestione pubblica ed il controllo e la collaborazione di tutte le forme di volontariato presenti nel territorio cittadino (sempre in funzione anti imbarbarimento, antiemarginazione e precarizzazione della vita anche in termini esistenziali) realizzando in questo modo una vera e propria “Comunità in movimento”.

 

Perché non determinare forme di reddito indiretto a partire ad esempio dal problema alloggiativo? Un problema che assume aspetti paradossali, in quanto ai migliaia di senza tetto si contrappone un patrimonio immobiliare caratterizzato da centinaia di case e strutture libere (sia pubbliche che private) il cui 90% è degradato e abbandonato e la cui valorizzazione è funzionale a speculatori finanziari e società con possibilità di denaro liquido/contante.

Oggi l’unica “azienda” in attivo che ha denaro a disposizione per effettuare investimenti è la mafia!

In virtù di ciò perché non prendersi e occupare le case sfitte, con un fitto il cui prezzo è adeguato al reddito? E se il reddito medio è di 350 euro, il fitto potrebbe essere pari a 20 euro mensili e chi non ha nessun reddito sarebbe pari a zero euro.

 

In questo modo l’intero patrimonio immobiliare pubblico e privato verrebbe salvaguardato mantenendo il valore d’uso con il valore di scambio. Non si tratterebbe di esproprio ma di uso intelligente delle risorse con una razionale e sensata gestione del territorio evitando un’ulteriore cementificazione e riequilibrando il rapporto con l’ambiente circostante.

 

 

 

Il valore del sapere critico

Nell’ambito di tale discorso assume una posizione peculiare il valore del sapere critico.

Coinvolgendo l’Università di Salerno con le Facoltà di Economia e Giurisprudenza e mettendo in comune il sapere libero e le competenze sarebbe possibile realizzare concretamente un’ipotesi di Welfare locale, determinando forme di reddito per tutti i disoccupati della nostra città.

 

La realizzazione di tale progetto è possibile solo se il sapere si lega ai bisogni del territorio, sostenuto dalle realtà politiche, culturali, sindacali e dalle associazioni di categoria, scevre da logiche partitiche/clientelari, che rappresentano l’unico antidoto all’imbarbarimento sociale causato dal cannibalismo capitalistico finanziario.

 

Salerno è una città che per le sue caratteristiche di carattere morfologico, paesaggistico, naturalistico e come densità abitativa, in cui sarebbe possibile sperimentare forme di Welfare locale e coniugare emancipazione comunitaria a qualità della vita, tenendo conto dei bisogni di tutte e tutti mantenendo e garantendo l’eco-compatibilità e la sostenibilità con le caratteristiche naturali (mare–aria- verde ).

 

 

Non si parte da zero!

 

Salerno storicamente è sempre stata un laboratorio politico in cui dalla metà degli ani 70 sino all’inizio degli anni 90 i movimenti reali e sociali riuscirono, con elaborazioni di progetti e proposte a determinare e concretizzare nei fatti forme di welfare locale di cui attualmente si vive di rendita, anche se poi tali progetti sono stati sussunti dal maggior interprete del neoliberismo applicato al territorio.

 

Nei decenni passati, superando le peggiori emergenzialità (colera, terremoto, ecc..), con sforzi immani si era determinato di fatto in Campania, un vero e proprio laboratorio politico inteso come insieme di esperienze, di conquiste ed acquisizioni di cose reali, in piena autonomia, si può dire a 360 gradi, dal diritto al lavoro, alle autoriduzioni delle bollette e dei fitti, alla casa, alla salute pubblica, all’applicazione della legge 180 (legge Basaglia) alla istruzione, ai fermenti artistici e culturali alle esperienze dei Centri Sociali (della fine degli anni 70), che contribuirono al miglioramento delle condizioni di vita della povera gente, incidendo di fatto su percentuali consistenti di popolazione, sia nelle piccole città come Salerno ma principalmente nella grandi metropoli come Napoli.

 

Incidenza che impedì di fatto l’imbarbarimento sociale, migliorando le relazioni umano/sociali a partire dai quartieri popolari, diventando riferimento di ampi strati sociali: a partire dai sottoproletari (diventati semi-proletari in seguito alle lotte dei disoccupati) a settori illuminati di strati borghesi e ampi settori generazionali, sia adolescenziali che adulti.

 

Progetti ed idee che hanno interessato tutto ciò che appartiene alla quotidianità dei cittadini incidendo del 10% sul mercato del lavoro, sulla sanità, sui servizi di pubblica utilità, sull’ambiente e sull’urbanistica. Gli esempi sono tantissimi,come l’aver frenato ed interrotto i flussi migratori determinati dalla selvaggia deindustrializzazione riuscendo ad assorbire centinaia di espulsi/licenziati dai processi produttivi, garantendogli diritto alla casa , alla sanità, ecc.

 

La perdita di memoria storica di tali conquiste è dovuta soprattutto ad un provincialismo e personalismo politico (malattia degenerativa dei partiti classici della sinistra quali pci/psi/psiup il cui virus contagiò anche quella sinistra rivoluzionaria che basava metodo e strategia politica sul collettivismo) che ha determinato una totale desertificazione del panorama politico attraverso la dedizione finalizzata all’inclusione nei gangli del potere economico e politico (società miste partecipate e varie aziende) di espressioni provenienti dalle dirigenze sindacali e da forze politiche tra l’altro sconfessate dalle stesse elezioni.

 

 

 

In conclusione e/o inizio

 

Di fronte alle vicende di Taranto dove la gente dei Tamburi sta dalla parte della salute e non dell’acciaio,

agli operai dell’Alcoa e minatori della SULCIS a cui và tutta la nostra solidarietà, ma che lottano per un acciaio e carbone pulito per poter sopravvivere (pur sapendo che in natura non esiste carbone e acciaio non inquinante),

ai continui scioperi generali, nazionali, regionali e locali che si trasformano in veri e propri funerali delle varie vertenze,

alle forme autolesioniste di lavoratori e lavoratrici disoccupati (darsi fuoco, tagliarsi).

 

Di fronte a tutte queste forme di conflittualità dove se inasprisci il conflitto c’è la repressione, il restringimento della libertà di espressione e manifestazione (quante migliaia di processi si stanno celebrando e si celebreranno?) non sarebbe arrivato il momento e/o sarebbe il caso di sostenere/praticare/profondere energie psicofisiche ed intellettuali finalizzate a realizzare esempi reali di Comunità libere e pensanti, quali forme di contropotere da anteporre alla barbarie?

 

Ci si sta tentando da decenni, riproviamoci ancora!

 

CSA JAN ASSEN (ex Asilo Politico)

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