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Bop e Free liberano gli afroamericani: il jazz diventa musica universale

We Insist

Il free jazz rappresentò lo spartiacque tra la dichiarazione d’indipendenza degli afroamericani e  l’emancipazione dal blues come unico scaffale nel quale restringere l’esperienza musicale del jazz. A rompere quell’effimero fenomeno da baraccone che qualcuno voleva come semplice intrattenimento, ci avevano già pensato i bopper. Facendo esplodere dai loro strumenti una panoplia di note a ritmi vertigine imprimendo alla musica afroamericana la stessa velocità moderna di un mondo che si emancipava dal rurale e diventava fabbrica e contemporaneità. Quasi come una contraddizione al sistema responsoriale delle comunità battiste. Che riproducevano il loro blues ad ogni messa come un Rosario da sgranare, come una preghiera rivolta ad un Dio misericordioso che misericordioso poi non lo era mai stato tanto. Il be-bop iniziò a plasmare lo swing. A modellare le curve di una materia sonora più fluida, più facile per riappropriarsi di una autenticità, di un marchio di fabbrica, di un codice segreto, che la cultura occidentale era riuscita a pezzottare, riprodurre e mettere a consumo come prodotti cinesi a basso costo.

Il linguaggio “criptato” del be-bop riaffermando le origine del blues, rompeva il diaframma dell’apartheid e ritornava ad essere afroamericano e colonna sonora di una nuova resistenza. E afroamericano significava già coabitazione, contaminazione, miscela, fusione di culture diverse in terra nuova, l’America. Gente rubata da un altrove di libertà e messa in colonna come una formula matematica di lavoro, oppressione, privazione, violenza.

 

IL DISCO SIMBOLO

We Insist” è la lunga suite che il batterista Max Roch diede alla luce nel 1960. Un disco che fece da preludio ad una nuova rivoluzione del jazz, il Free. Dentro c’è tutto dall’improvvisazione al gospel allo spiritual alla poliritmia africana. Il tutto con una linea continua che segna il trascorrere di una esistenza negra in terra bianca. “Noi insistiamo” sembrano voler dire, dalla copertina del disco, i tre ragazzotti di colore che siedono al banco di un bar (presumibilmente solo per bianchi) e guardano verso la macchina fotografica mentre il barman si pulisce gli occhiali imbarazzato.

L’anno successivo tocca al sassofonista di Fort Worth, Ornette Coleman, pubblicare “Free jazz” e mettere il cappello su di una nuova stagione che apre questa musica ad un universo più ampio di cultura e la libera dalla negritudine, facendo diventare il jazz l’espressione ombrello sotto la quale chiunque, nel rispetto della grammatica, è libero di potersi identificare e contribuire alla crescita linguistica di un genere musicale universale.

All’esperienza di ammodernamento – musicale e culturale – non deve essere sottratta tutta l’attività del trombettista Miles Davis che traghettò il jazz nelle avanguardie più moderne ma anche nel pop (Doo-Bop del ’92) più raffinato.

Dagli anni Sessanta agli anni Zero sono trascorsi quarant’anni e il jazz, che è rimasto baricentrico per tutto il Novecento grazie a questa sua fortuna di nutrirsi di tutto, si affaccia al nuovo millennio capendo che non può rimanere zavorrato ai fantasmi del passato. Il jazz si universalizza, dialoga, influenza, fagocita, rilegge. Certo anche strizzando l’occhio ad una politica poco attenta ai problemi sociali – “This Is Not America” firmato da David Bowie e Pat Metheny e poi ricucito dalla Liberation Orchestra ne è un esempio, come le cose fatte da Charlie Haden; oppure quell’Art Ensemble of Chicago, che denuncia e grida tra trombe, sax, percussioni e volti dipinti -.

 

LA RIVOLUZIONE BIANCA

Dal real book, Keith Jarrett rimette mano agli arrangiamenti di standard vecchi offrendo loro nuovi punti di fuga verso una modernità sonora che anticipa il nuovo millennio e amplifica sonorità di musicisti come Esbjorn Svensson, Tord Gustavsen, Yaron Herman, Bobo Stenson, Tomasz Stanko (per citarne solo alcuni). L’esperienza del trio piano-basso-batteria diventa materia di un nuovo studio, possibilità altra di rielaborazione.

Così il jazz – che già aveva digerito l’elettrificazione – approda alle sponde dell’elettronica (Bugge Wesseltoft – Eivind Aarset) e sfonda le frontiere del pop rock d’autore. Che non saranno più un dogma per la new thing di musicisti. Così il piano di Brad Mehldau rilegge i Radiohead, ma nel nuovo libro degli standard ci finisco anche il cantautore Nick Drake, i Nirvana, Tom Waits, i Police fino al tormentone dei Baltimora, “Tarzan Boy” riletto dal pianista napoletano Francesco Villani ne “Il premio di consolazione”.

Nel nostro Paese ad aprirsi a queste contaminazione sono il Doctor Trio del pianista Danilo Rea che inizia anche una sua personale esperienza con live e dischi in solo piano nel quale mischia di tutto, dai Beatles a Sting alla Cavalleria rusticana.

Poi c’è lo sguardo attento della pianista Rita Marcotulli (l’omaggio ai Pink Floyd con “Us and Them”) piuttosto che Fabrizio De Andrè rivisitato dal sassofonista Stefano Di Battista e da una pletora di jazzisti tra i quali anche il Trio di Salerno (Sandro Deidda-Aldo Vigorito-Guglielmo Guglielmi).

E poi c’è il folk, la musica popolare, che nel jazz spazia dalla Turchia ad Israele fino alle rive di Napoli. Dalla memorabile “Istanbul session” di Ilhan Ersahin, agli Avishai Cohen (contrabbassista e trombettista), ad Omer Avital. In Italia l’eco dell’Argentina degli Aires Tango di Javier Girotto piuttosto che i vicoli di Spaccanapoli con il sax di Marco Zurzolo o nella voce di Maria Pia De Vito (“Nauplia”) e la Sardegna di Enzo Favata e Gavino Murgia.

Così il jazz riemerge e strizza l’occhio alle nuove generazioni perché sono le nuove generazioni a suonarlo. E anche se c’è sempre uno zoccolo duro di chi è pronto ad impallinare i nuovi suoni perché privi di swing, nessuno riuscirà a fermare i processi di rinnovamento. Come nessuno impallinerà mai chi, ancora oggi, suona nel solco della tradizione. E nessuno potrà mai dire buono – cattivo, bello – brutto, perché il jazz resta sempre una frontiera aperta, circolare come la musica di Thelonius Monk.

Una musica che guarda avanti ma con l’orecchio al passato.

Una musica libera.

 

 

 

Carlo Pecoraro

 

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