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Agorànotizie: A flobert

FLOBERT per non dimenticare.
Negli anni ’70 una serie di insediamenti industriali tra Pomigliano e Sant’Anastasia
assicurano il lavoro a migliaia a persone, alcune volte, anche a nero e senza che fossero
rispettati i requisiti di sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro. I lavoratori accettavano
qualsiasi condizione di lavoro pur di non emigrare al nord, così da garantire ai propri cari
una vita dignitosa ed un riscatto sociale in una zona oppressa dal disagio sociale-culturale
e sotto scacco della delinquenza organizzata. A Sant’Anastasia, la Flobert produceva
manufatti di plastica, erano impiegati 60 operai dell’hinterland vesuviano alla ricerca di un
reddito e del riscatto sociale, ai quali veniva richiesto periodicamente di produrre del
materiale pirotecnico. Infatti, dodici operai furono prelevati dalla catena di montaggio e
destinati a produrre proiettili per pistole lanciarazzi nei locali adiacenti la fabbrica. Tutti
erano giovanissimi, alcuni assunti da pochi giorni, lavoratori a nero, non formati a
maneggiare materiale esplosivo in locali inidonei e privi di ogni sistema di sicurezza,
dovettero accettare di eseguire questo lavoro sotto la minaccia di essere licenziati. Era
Venerdì 11 aprile 1975, nella Flobert era un giorno come tanti, di una primavera ancora
incerta, dodici operai maneggiavano materiale esplosivo e giocavano a dadi con il loro
destino, intorno alle tredici, forse una scintilla provocò una tremenda esplosione che
dilaniò i corpi proiettandoli a centinaia di metri di distanza. Solo uno di questi, Ciro Liguoro,
miracolosamente, si salvò. Personalmente ho avuto la fortuna di conoscere Ciro, mio
vicino di casa, e per l’amicizia e la comune fede politica gli ho chiesto se potesse fornirmi
un resoconto di quei momenti vissuti da testimone oculare. Ha accettato e lo ringrazio per
la sua disponibilità e qui di seguito riporto quanto ha dichiarato: “La mia storia somiglia a
tante altre. Sono stato convocato insieme ad alcuni giovani disoccupati dall’Ufficio di
Collocamento di Sant’Anastasia, ci mandavano a lavorare alla “Flobert”, fabbrica in
espansione grazie ai sovvenzionamenti della “Cassa per il Mezzogiorno”. Era un traguardo
che speravamo di raggiungere, il lavoro, il pane, il futuro. Con l’entusiasmo del “nuovo” e
la voglia di fare ci presentammo al datore di lavoro, il quale, dopo le presentazioni di rito, ci
imponeva di lavorare in un capannone attiguo alla fabbrica, dovevamo confezionare
proiettili per pistole lancia razzi “Flobert”. Sembrava tutto in regola, ma una volta entrati ci
siamo accorti che si lavorava in totale mancanza di dispositivi di sicurezza, abbiamo
chiesto spiegazioni, provato a protestare, ma niente, la risposta è stata: – Se non fate
questo lavoro non vi assumiamo. – Un vero ricatto! Avevamo bisogno di un lavoro stabile, ahi noi abbiamo accettato. Il pericolo era costante, la polvere pirica era ovunque, sul
pavimento, sulle pareti, sui nostri abiti, nei capelli, è stata fatale una scintilla, poi la
deflagrazione e lo scoppio immediato, il primo, poi il secondo a distanza di pochi attimi,
nessuno ha avuto il tempo di mettersi in salvo, è crollato tutto in un istante. Da sotto le
macerie sentivo le voci dei miei compagni chiedere aiuto, chiamare i propri cari, non c’è
stato nulla da fare, sono morti tutti, erano dodici. Se posso raccontare quanto accaduto lo
devo a quello che definisco un “miracolo” della Madonna dell’Arco che ha voluto aiutarmi
apparendomi con la mano tesa in un fascio di luce. Dal quel momento ho trovato le forze e
ho cominciato a scavare a nude mani fino ad uscire fuori dalle macerie, trascinandomi
carponi nel luogo dove i soccorritori, ferito e privo di sensi mi hanno raggiunto e posto in
salvo. Dopo quarantatré anni dalla tragedia i familiari di quei lavoratori aspettano giustizia.”
Il dramma della Flobert verrà cantato nella festa dell’Unità del 1975 dai E-Zezi, gruppo
operaio di Pomigliano: “Viernarì unnice aprile ‘a Sant’Anastasia n’u tratto ‘nu rummore
sentiett’ ‘e ch’ paura. Je ascevo ‘a faticà manc’a forza ‘e cammenà p’à via addumandà: ‘sta
botta che sarrà”……….
Il racconto di Ciro Liguoro e la canzone dei E-Zezi, ci introduce nei meandri della
sottocultura neocapitalistica che considera il padrone il dominus incontrastato mentre il
lavoratore può solo eseguire i suoi ordini, pena la perdita del salario e del pane quotidiano.
Nessuna protezione, nessuna cautela da mettere in atto per impedire danni gravissimi e
permanenti alla salute del lavoratore, sulla bilancia il massimo profitto, nessuna pietà per
l’esistenza di un salariato mentre lo Stato nicchia e gira la faccio dall’altro lato. In modo
plastico un unico filo conduttore collega quel periodo con quello attuale, con quattro morti
al giorno sul posto di lavoro, le così dette morti bianche, e di decine di miglia di invalidi con
costi sociali e sanitari rilevanti e non ammissibili per una società ritenuta civile. Eppure la
nostra legislazione, nella prevenzione degli infortuni sul posto di lavoro, è rigorosa ma di
fatto svuotata dalla mancanza di controlli constanti e rigorosi in quanto l’Ispettorato del
Lavoro è privo di mezzi e di personale sufficiente a controllare tutte le attività produttive
esistenti nel territorio campano e nazionale. Solo una società civile che considera il
lavoratore come persona e non solo un mezzo per la produzione del profitto potrà
risorgere dalle sue ceneri. Tutti noi siamo chiamati a vincere questa sfida di civiltà purché
non si consideri la morte di un lavoratore un sacrificio invitabile e necessario per
conquistare un posto di lavoro.
Antonio Bianco

Carla

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