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Bds Italia e la questione palestinese

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Traduzione delle domande frequenti sulla resistenza popolare palestinese a cura dal Comitato nazionale palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, utili per capire il contesto spesso assente dalla maggior parte delle notizie sulla Palestina. 

BDS Italia

bdsitalia@gmail.com

www.bdsitalia.org

 

Originale in inglese: bdsmovement.net/2015/qa-palestinian-popular-resistance-13440

 

http://bdsitalia.org/index.php/comunicati-sul-bds/1867-faq-resistenza

D1. Come descriverebbe l’attuale situazione sul terreno?

R1. Una nuova generazione di palestinesi sta marciando sulle orme di generazioni precedenti, scendendo nelle strade contro il brutale, decennale regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid. È un’altra fase della lotta popolare contro il terrorismo di stato israeliano.

Decine di migliaia di palestinesi, in prevalenza giovani, hanno partecipato alle manifestazioni che si stanno svolgendo in più di 65 villaggi, quartieri e campi profughi palestinesi.

È significativo che queste manifestazioni si svolgano in tutta la Palestina storica: in Cisgiordania, a Gaza e da parte dei cittadini palestinesi di Israele. Anche i profughi palestinesi nei paesi arabi confinanti si stanno mobilitando. Ad alcune manifestazioni hanno partecipato più di 20.000 persone.

La rivolta è guidata da una generazione di coraggiosi giovani david palestinesi che non sono più intimiditi dalla brutalità del golia israeliano e che affermano il loro diritto all’autodeterminazione e alla libertà.

La risposta di Israele è una feroce repressione basata su un uso schiacciante della forza militare e sempre più assassinii per reprimere le proteste popolari. Israele ha intensificato l’isolamento delle aree residenziali palestinesi da Gerusalemme e gli uni dagli altri, mettendo in atto nuove severe restrizioni alla libertà di movimento. Jabal al Mukabber, un villaggio di Gerusalemme, è stato sigillato da un muro di cemento alto cinque metri. Sono almeno 12 le strade intorno a Gerusalemme est che sono state chiuse e sono stati eretti 12 nuovi posti di blocco intorno alla città. Ai palestinesi spesso è impedito di muoversi tra le principali città della Cisgiordania da posti di blocco ad hoc.

D2. Perché le tensioni sono in aumento ora? Cosa ha portato a questa situazione?

R2. Non è corretto descrivere l’oppressione coloniale e la resistenza come “tensioni”.

Questa mobilitazione popolare giovanile, sostenuta da tutto lo spettro politico palestinese, è una risposta alla continua pulizia etnica, all’assedio, agli attacchi razzisti contro le chiese e le moschee palestinesi, alla costruzione degli insediamenti, alle demolizioni di case e alla palese disumanizzazione da parte di Israele. La miccia che l’ha innescata è l’intensificazione delle politiche dell’estrema destra del governo più fanatico, razzista e dominato dai coloni della storia di Israele.

Un rapporto dell’Unione europea, fatto trapelare ai media nel marzo del 2015, ha indicato che queste politiche israeliane, in particolare a Gerusalemme, hanno portato la realtà sul terreno ad un ‘punto di ebollizione pericoloso’ che non si vedeva dalla fine della seconda Intifada nel 2005.

Subito dopo la fine del massacro a Gaza nel 2014, Israele ha iniziato a intensificare drasticamente le sue politiche coloniali. Oltre agli 8 anni di assedio contro 1,8 milioni di palestinesi a Gaza, la rapida espulsione di comunità palestinesi e l’espansione degli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme, hanno confinato i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana in bantustan sempre più ridotti e segregati in base alla razza. Ad esempio, Israele ha iniziato il suo piano per spostare forzatamente 27.000 palestinesi che vivono in 46 comunità nell’ Area C verso tre “campi di reinsediamento” in township.

Nel mese di agosto, le forze di occupazione israeliane hanno demolito 145 strutture palestinesi in Cisgiordania, espellendo 208 persone. Secondo OCHA , questo è stato il maggior numero di strutture demolite in Cisgiordania in un mese negli ultimi cinque anni. La stessa agenzia ha riferito che dal 2015 ad oggi (al 12 ottobre) 554 palestinesi sono stati espulsi in seguito alle demolizioni in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e altre 13 mila strutture palestinesi, soprattutto nella Area C, sono attualmente sotto ordine di demolizione.

I crimini quotidiani di Israele contro i palestinesi nella Città Vecchia occupata di Gerusalemme e la profanazione del Complesso della Moschea di Al-Aqsa [la “Spianata delle Moschee. Ndt] da parte di spietati coloni messianici come questione sostenuta dalle politiche statali, non hanno lasciato dubbi tra i palestinesi che Israele si sia imbarcato in quella che potrebbe essere la fase finale della distruzione dello status quo in corso a Gerusalemme, con l’obiettivo esplicito della “giudaizzazione” della città occupata illegalmente.

D3. Come reagisce Israele alla resistenza popolare palestinese?

R3. Le forze di polizia, l’esercito e le squadracce inferocite dei coloni fondamentalisti israeliani hanno selvaggiamente aggredito i manifestanti palestinesi e assassinato bambini e giovani palestinesi nelle strade, tra cui anche passanti, con la totale protezione della magistratura di Israele.

Secondo l’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq, 42 palestinesi sono stati uccisi tra il 1 e il 19 ottobre, la maggior parte dei quali ammazzati dalle forze di occupazione israeliane durante le proteste. Più di 2.000 sono stati feriti da gas lacrimogeni, proiettili ricoperti di gomma o munizioni vere.

Un rapporto del Euro-Mediterranean Human Rights Monitor ha documentato alcuni degli omicidi effettuati dai militari israeliani, chiedendo alle Nazioni Unite di indagare immediatamente.

L’esercito israeliano ha ucciso palestinesi con lo scopo di terrorizzare la popolazione palestinese. Il diciottenne Fadi Alloun stava tornando a casa quando è stato ucciso dalla polizia israeliana per volere di fanatici ebrei israeliani.

Nuove leggi israeliane e una cultura dominante di razzismo e di odio che viene alimentata da decenni nella società israeliana da parte dell’apparato dello stato hanno permesso alle forze di occupazione israeliane di adottare una politica omicida contro bambini e giovani manifestanti palestinesi in situazioni in cui non rappresentavano nessuna minaccia seria.

Nuove “regole di ingaggio” consentono ai soldati e alla polizia israeliana di sparare contro i manifestanti ogni volta che c’è una “minaccia per la vita umana.” Chiaramente, la vita dei manifestanti stessi non figura in questa politica, dato che l’establishment israeliano semplicemente non li vede come esseri umani.

Uccisioni ed assassinii arbitrari contro palestinesi sono stati diffusamente commessi dalle forze israeliane e delle milizie ebraiche messianiche ufficialmente riconosciute, come la gang Price Tag (prezzo da pagare).

Il linciaggio di giovani uomini e donne semplicemente perché “sembrano arabi” è in aumento. Come nel Sudafrica dell’apartheid e nel caso del Jim Crow del Sud degli Stati Uniti, quando la vittima è palestinese e il colpevole è israeliano, la giustizia non verrà mai applicata.

Le forze di occupazione israeliane stanno compiendo arresti di massa per reprimere le manifestazioni, con la detenzione di 850 palestinesi, tra cui 300 bambini.

Incoraggiati a farlo dall’incitamento razziale dei leader israeliani (vedi qui e qui), un gran numero di cittadini israeliani lodano e chiedono sempre di più attacchi e uccisioni di palestinesi (vedi qui e qui). È caduta la maschera di Israele nel suo complesso, rivelando il vero volto del suo regime orrendo di colonialismo di insediamento e d’oppressione.

D4. Perché i palestinesi accusano Israele di “punizione collettiva”?

R4. Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno condannato una moltitudine di ben documentate politiche israeliane di repressione contro i civili palestinesi che vivono sotto occupazione come “punizione collettiva”. Questa politica è stata regolarmente utilizzata dalle autorità di occupazione israeliane per reprimere la resistenza palestinese.

La scorsa settimana, un ministro del governo israeliano ha chiesto la distruzione di tutte le case palestinesi costruite senza permesso nella Gerusalemme Est occupata, una minaccia che colpisce quasi il 40 per cento dei palestinesi della città a causa delle politiche di zonizzazione restrittiva. Mentre la politica della demolizione delle case, che mira a ridurre la popolazione indigena palestinese di Gerusalemme, va avanti da decenni, l’invito da parte di ministri chiave del governo ad intensificare la politica ora è una prova che si tratta di una punizione collettiva.

Il sindaco di Gerusalemme, che va in giro armato, ha chiesto ai civili ebrei-israeliani di portare armi. Gang di terrore di ebrei fondamentalisti armati, che scandiscono “Morte agli arabi” e sfilano regolarmente per le strade di Gerusalemme occupata minacciando la vita di civili palestinesi, ora si sentono autorizzate e protette dal sindaco della città (che non è riconosciuto dai palestinesi come tale). Altre città hanno bandito i lavoratori palestinesi dalle istituzioni pubbliche e dai cantieri.

D5. Qual è la vostra posizione in merito all’attuale scontro violento e soprattutto da parte dei palestinesi?

R5. La causa principale di tutta questa violenza sono la pluridecennale occupazione e le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Coloro che sono veramente interessati a vedere la fine della violenza dovrebbero impegnarsi per abolire il regime israeliano di oppressione, come l’apartheid è stato abolito in Sudafrica. In questo modo, si pone fine alla violenza iniziale dell’oppressore e, di conseguenza, alla resistenza degli oppressi, che sia violenta o no.

Incarcerare milioni di palestinesi in bantustan segregati in base alla razza in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, o nel campo di prigionia che è Gaza, negando loro i diritti umani fondamentali, equivale a provocare sicuramente la resistenza e la lotta collettiva.

D6. I palestinesi non dovrebbero porre fine alla violenza in modo da convincere il mondo che vogliono veramente la pace?

R6. Come ha giustamente affermato Josh Ruebner, della Campagna USA per la fine dell’occupazione israeliana,

“Non esiste nessun esempio nella storia in cui un popolo colonizzato e brutalizzato accetti il proprio destino, senza elargire in minima parte un poco dell’enorme violenza inflittagli dal colonizzatore. Esigere che i palestinesi rifiutino la violenza, mentre Israele continua a schiacciarli, significa pretendere che siano un’eccezione, rinunciare al posto loro illegittimamente al loro diritto alla libertà, accettare e rafforzare il piano di Israele per controllare in modo permanente tutta la Palestina storica e fare tutto il possibile per cancellare l’esistenza e la resilienza indiscutibili dei palestinesi”.

La pace, dal punto di vista dei palestinesi e di tutti i popoli oppressi di tutto il mondo, deve essere costruita sulla giustizia e può essere sostenuta solo sulla base della parità di diritti per tutti gli esseri umani, a prescindere dall’identità. In caso contrario, non è una vera pace, ma la rassegnazione all’oppressione in quanto destino. Il movimento anti-apartheid in Sud Africa ha respinto questa “pace”, e così hanno fatto il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, le lotte anticoloniali dall’India all’Algeria, le lotte contro le dittature e per la democrazia dall’Indonesia al Cile. I palestinesi aspirano alla libertà e alla giustizia non meno di qualsiasi altro popolo oppresso.

D7. Perché i palestinesi sono così preoccupati per lo “status quo” del complesso della Moschea di Al-Aqsa?

R7. Contrariamente a quanto affermato dalla propaganda di Israele, questa ondata di repressione israeliana e di resistenza palestinese non ha nulla a che fare con i diritti “religiosi” degli ebrei. I palestinesi sono profondamente preoccupati per gli sforzi incessanti di Israele di infrangere lo “status quo” stabilito con gli accordi raggiunti in seguito all’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e che riserva il Complesso della Moschea di al-Aqsa al culto musulmano, perché è visto come un passo verso il controllo israeliano e per escludere i palestinesi da parti dei luoghi sacri e della Città Vecchia occupata.

I palestinesi hanno buoni motivi per essere preoccupati, perché una violenza simile dei coloni ebrei nella moschea Ibrahimi a Hebron nel 1994 è culminato in una strage di fedeli palestinesi. Invece di punire i coloni omicidi, Israele li ha ricompensati, prendendo il controllo della moschea e dividendola in settori per ebrei e per musulmani, riservando alcune strade solo ai coloni ebrei, e, alla fine, esercitando il controllo esclusivo sul centro storico di Hebron – tutto con il pretesto della sicurezza.

L’attuale governo israeliano di estrema destra sta cercando di provocare una “guerra di religione”, scatenando il terrore di gruppi di ebrei messianici contro i luoghi santi e le case di musulmani e cristiani palestinesi. Ciò viene cinicamente fatto per nascondere la vera natura del regime di Israele di oppressione coloniale e per riconquistare la simpatia di un mondo che emargina sempre più Israele come uno stato paria, principalmente a causa della rapida crescita del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

In questo contesto, i palestinesi hanno prevalentemente mantenuto la natura di liberazione nazionale della loro lotta e hanno resistito ai tentativi di trascinarli nella trappola di un conflitto religioso. La solidarietà con la Palestina rimane inclusiva e anti-razzista come sempre.

D8. Quale ruolo dovrebbe giocare la comunità internazionale?

R8. Nei momenti di dura repressione, come vediamo oggi nei Territori palestinesi occupati, in particolare nella Città Vecchia di Gerusalemme, tutti coloro che nel mondo amano la pace sono chiamati innanzitutto ad impegnarsi per porre fine alla complicità dei rispettivi Stati, così come delle imprese, delle istituzioni, dei sindacati e dei fondi pensione, nel mantenere il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.

Gli strumenti più efficaci per fare ciò si trovano nel movimento guidato dai palestinesi per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), il cui straordinario impatto accademico, culturale ed economico nel corso degli ultimi 10 anni sta raggiungendo il mainstream internazionale.

Oggi al movimento BDS viene attribuito una parte della responsabilità per il forte calo del 46% degli investimenti esteri diretti in Israele nel 2014 e per la riduzione del 24% delle esportazioni israeliane verso i Territori palestinesi occupati. Uno studio della Rand Corporation prevede che il BDS potrebbe costare ad Israele decine di miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.

Il movimento BDS sta chiedendo conto ad Israele organizzando campagne globali strategiche, moralmente coerenti e innegabilmente efficaci. Unirsi al movimento è la forma eticamente più corretta ed efficace per sostenere la costruzione di una pace giusta e complessiva che sia in armonia con il diritto internazionale e con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

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