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25 gennaio solidarietà con la Rivoluzione Egizian

madrid

madridEgypt: Solidarity with the Revolution on 25
January 2012

Egyptian activists abroad are organising protests for the continuation of the revolution and calling
for the downfall of the Supreme Council of the Armed Forces (SCAF) on 25 January 2012.
Revolutionaries in Egypt will be also mobilising on that day, which marks the anniversary of the
beginning of the revolution.

All those in Egypt and around the world who are continuing the fight for the revolution’s goals of
bread, freedom and social justice still need our solidarity and support. A year after Mubarak’s fall,
Mubarak’s generals are still in power, and have become ever more brutal in their efforts to crush
dissent.

Yet the Egyptian people have shown they will continue the struggle. Workers’ strikes and protests
continue on a daily basis across the country demanding better wages and conditions at work,
decent jobs and to rid workplaces of corrupt bosses linked to the old ruling party. Revolutionary
activists have refused to be intimidated by the SCAF’s attempts to beat them off the streets, and are
organising dozens of local protests and events to expose the military council’s lies about protesters.

Demonstrations in solidarity with the revolution on 25 January are already planned in the
UK, Germany, Belgium, France and USA
Details here on Facebook

Let us know of any other international protests on 25 January and we will publicize them
here. Email menasolidarity@gmail or leave a comment below, or find us on Facebook: http://
www.facebook.com/mena.solidarity

 

Intervista a Hossam el-Hamalawy di Ali Mustafa
10/12/2011

AM.
Le prime elezioni parlamentari dell’era post-Mubarak sono state organizzate in un contesto
di scontri cruenti tra le forze di sicurezza di stato e i manifestanti in piazza Tahrir e nelle sue
vicinanze, che hanno provocato almeno 42 morti e oltre 3000 feriti. Cosa ha provocato quest’ultimo
scoppio di violenza? Pensi che questa situazione abbia messo in discussione la legittimità delle
elezioni?

HH
Le cause scatenanti di questa sollevazione sono le stesse dell’insurrezione di gennaio. Non è
cambiato un gran che in questi nove mesi, quindi le ragioni obiettive della rivolta erano tutt’ora
presenti, quello che mancava era la causa scatenante, qualcosa che avrebbe dato di nuovo fuoco
alle polveri. Era già successo in passato. Non era la prima volta che avvenivano scontri di questo
genere. Era già successo il 28 e 29 giugno, e la causa scatenante è sempre la brutalità della polizia –
una brutalità che non è destinata a finire poiché il ministro dell’interno è sempre lo stesso e anche il
regime è sempre in piedi. Questa sollevazione non è destinata a durare per sempre e sta scemando in
questo momento, ma credo che non sarà l’ultima. In futuro ci saranno molte altre sollevazioni.

Se ha messo in discussione la legittimità delle elezioni? Certamente. Già prima dell’attuale
sollevazione avevo preso la posizione di boicottare le prossime elezioni perchè hanno luogo
mentre il supremo consiglio delle forze armate (SCAF) è ancora al potere. Non si possono avere
elezioni regolari mentre i generali di Mubarak stanno conducendo la danza o mentre l’esercito,
assieme alla polizia, ha appena massacrato la gente a Tahrir e al Maspero [ Si riferisce al massacro
dei Copti avvenuto davanti al Maspero, che è la sede della tv di stato] Non erano già prima
ritenuti responsabili, e ora dovrebbero essere quelli che hanno la supervisione dell’intero processo
elettorale?

E soprattutto la questione non è chi voterai in questo parlamento senza potere. La mia opinione
era che anche se fossero votati in parlamento il cento per cento di appartenenti ai Revolutionary
Socialists (lasciando stare i Fratelli Mussulmani o i Salafiti) non si sarebbe ugualmente in grado di
raggiungere gli obiettivi della rivoluzione. Anche se in Egitto diventasse primo ministro un santo o
un profeta, sarebbe sempre un burattino nelle mani dello SCAF. Se si eleggesse oggi un presidente,
mentre la situazione è quella di oggi, anche lui sarebbe un burattino nelle mani dello SCAF. Lo
SCAF sta optando per un modello simile al vecchio modello turco, dove la gente può votare,
eleggere politici in abiti civili e avere ministeri retti da civili, ma con specifiche linee rosse che non
possono essere oltrepassate: una volta oltrepassate, arriva una telefonata dall’esercito oppure un
colpo di stato.

Diversamente da altri attivisti che ti direbbero che lo SCAF non lascerà mai il potere, e che vuole
restare sempre là dov’è ora, sinceramente credo che loro vogliono lasciare il governo, vogliono
tornare alle loro caserme, in modo da conservare i loro privilegi, la loro immunità e il controllo sul
bilancio dell’esercito per essere sicuri che non diminuirà. Perchè dovresti darti da fare mandando
avanti l’amministrazione quotidiana del paese, quando puoi avere i tuoi burattini che lo fanno per te
e tu mantieni tutti i tuoi privilegi? Quindi, chi in questo momento più desidera le elezioni è proprio
lo SCAF! Diversamente da altre teorie complottiste che ti diranno che lo SCAF ha istigato questa
violenza per posporle, io ti dico: no, loro le vogliono queste elezioni!

AM
Sono stati fatti molti paragoni tra quest’ultima sollevazione e quella del 25 Gennaio. Quali sono
le differenze e le somiglianze più significative tra allora e ora?

HH
Nei primi uno o due giorni di questa sollevazione pensavo si potesse tranquillamente tracciare
un parallelo con il 28/29 giugno, ma il terzo giorno, il riferimento giusto era diventato gennaio.
Il livello di scontro con la polizia non è mai stato così acuto da allora. Si possono fare paralleli
in termini di brutalità della polizia che hanno provocato la sollevazione, in termini addirittura di
ripetizione delle stesse battaglie a Mohamad Mahmud Street, [sede del ministero degli interni] che ricordano molto da vicino quelle del 29 gennaio, il giorno dopo il “Venerdì della rabbia”: in
quella strada c’è stato un vero massacro. Ma ci sono anche delle differenze, naturalmente. Non tutti
i settori della popolazione hanno preso parte alla sollevazione, come a gennaio, in cui il livello di
partecipazione è stato più alto.

L’altra differenza qualitativa è che allora l’obiettivo era la caduta di Mubarak, e ora sono i suoi
stessi generali dell’esercito. Questo significa che abbiamo fatto dei grossi passi avanti. In febbraio
o marzo, se tu avessi gridato slogan contro i generali dell’esercito saresti stato linciato dalla gente,
non dalla polizia militare, dico proprio dalla gente. Molti credevano alle bugie e alla propaganda
dell’esercito allora, sul fatto che avrebbero protetto la rivoluzione, o che era Tahrir che stava
causando tutta quella instabilità, ma dieci mesi più tardi, quando hai questa sollevazione su larga
scala contro i militari e una forte occupazione che è durata alcuni giorni con l’unico obiettivo di
mettere in galera i generali dell’esercito, allora capisci che si sono fatti dei grossi passi avanti in
termini di coscienza popolare.
La sollevazione non ha avuto successo, ovviamente, abbiamo ancora i generali al governo del
paese. Ma con la prossima sollevazione non sarà così, e avremo almeno, direi, dai 3 ai 6 anni
di flussi e di riflussi, di battaglie da vincere e da perdere. Ma in generale, sono ottimista e non
pessimista su questo.

AM
L’esercito egiziano, capeggiato dallo Scaf, è stata un’istituzione centrale del paese per molti
decenni. Come descriveresti il ruolo dell’esercito nella vita politica, economica e sociale
dell’Egitto, e qual’è la base storica della profondità del consenso di cui ancora gode presso
l’egiziano medio?

HH
La diceria che l’esercito sia l’istituzione più popolare in Egitto è una fandonia. Da cosa si può
dedurre? Quando è il momento della chiamata al servizio militare, trovi forse centinaia di migliaia
di giovani egiziani che corrono ad arruolarsi? No, tutti cercano di svignarsela ed evitare il servizio
militare: è un metro di misura, questo: quando è il momento della chiamata alla leva, qual’è il
comportamento degli egiziani?

L’esercito è stato l’istituzione al governo di questo paese dal 1952. Tutti i presidenti provengono
dall’ambiente militare. Anche molti dei ministri hanno la stessa provenienza, come pure molti
governatori. La presidenza di molti consigli di amministrazione pubblici va ad alti gradi militari
in pensione. L’esercito pervade quindi anche la vita civile. Controllano dal 25 al 40 per cento della
nostra economia. Non ci sono statistiche accurate su questo aspetto perchè c’è una spessa cortina di
ferro che i militari hanno teso nei decenni passati per occultare le loro attività. Lo Scaf riceve 1.3
miliardi di dollari ogni anno dai contribuenti americani, e sono il maggiore destinatario degli aiuti
USA all’estero dopo Israele.

Alcuni egiziani, o per meglio dire vasti strati della popolazione egiziana, hanno sostenuto
l’esercito in febbraio, marzo e aprile, fino all’estate, e per diverse ragioni: alcuni credevano alla
menzogna che avrebbero protetto la rivoluzione. Altri si sentivano insicuri: mettiti nei panni
dell’egiziano medio che non ha posizioni ideologiche e vuole mandare avanti la sua vita quotidiana,

e improvvisamente tutto gli crolla intorno, e non c’è un’alternativa chiara. Per molti egiziani
l’esercito, come diceva la propaganda, era l’unica istituzione stabile in Egitto: se crolla l’esercito,
Israele invaderà l’Egitto o l’Egitto stesso crollerà. In effetti, l’esercito sta giocando la stessa
carta dell’anarchia utilizzata da Mubarak, che diceva che se se ne fosse andato, sarebbe prevalsa
l’anarchia. E in fin dei conti la gente era esausta, tutti erano esausti nel senso letterale del termine.
Nella sollevazione che avevamo intrapreso, durata 18 giorni, nella quale così tante persone erano
morte, era defatigante tenere la piazza e tutte le altre piazze organizzate del movimento. Tutti
avevano bisogno di tirare il fiato. Anche a questo si deve il consenso che la popolazione ha dato
all’esercito.

Ora, è evidente che l’esercito non difendeva la rivoluzione. L’esercito non ha sparato sui
manifestanti in piazza Tahrir e nelle altre piazze per una sola ragione: ci sono due eserciti: c’è
l’esercito dei generali e l’esercito dei poveri coscritti e dei giovani ufficiali che condividono le stesse
difficoltà e ristrettezze di tutti gli altri egiziani. I generali sapevano benissimo che se avessero dato
l’ordine di bombardarci a Tahrir, l’esercito si sarebbe disfatto: ci sarebbe stato un ammutinamento
o un rifiuto di obbedire agli ordini. Così speravano di poter restare a guardare, essere neutrali, e
che i teppisti ci avrebbero fatti fuori, come con la “battaglia dei cammelli”. Nei mesi passati hanno
sicuramente perso credito. Gli egiziani non sono stupidi! Si, posso aver sostenuto l’esercito oggi,
ma se vedo che non lasciano il potere e vedo che la mia situazione non è affatto migliorata, anzi
è peggio di prima della rivoluzione, ne resto disilluso. Insomma quello che vorrei dire è che ora
siamo in una posizione molto più avanzata rispetto a febbraio per quel che riguarda la coscienza
popolare.

AM
Il partito Freedom and Justice (Libertà e giustizia) dei Fratelli Mussulmani è dato per vincitore
nelle prossime elezioni, con un margine ancora superiore di quanto previsto inizialmente, visto che
molta gente ha deciso di astenersi o di boicottare il voto. Qual’è il ruolo attuale dei FM, e il che
cosa esso si differenzia rispetto a gennaio e febbraio?

HH
E’ esattamente lo stesso di allora. Ricordati che la dirigenza dei FM non ha affatto appoggiato
l’insurrezione nei primi tre giorni. L’hanno sostenuta solo a partire dal “venerdì della rabbia” il 28
gennaio, quando è stato chiaro che comunque la sollevazione era in atto indipendentemente dal loro
appoggio. Ma la loro ala giovanile ha partecipato alle manifestazioni dal primo giorno, o almeno
un settore di essi, e il loro comportamento a Tahrir e nelle altre piazze non è stato diverso da oggi.
Hanno avuto un comportamento eroico negli scontri con la polizia, e nella difesa della piazza, e
hanno avuto molti martiri. La leadership invece ha sempre cercato il compromesso, durante tutti i
18 giorni.

Dall’11 febbraio, con la caduta di Mubarak, la loro leadership non ha appoggiato nessuna delle
manifestazioni di protesta che si sono susseguite, a parte tre: quella che festeggiava la caduta di
Mubarak, dopo una settimana; quella del 29 luglio e quest’ultima il 18 novembre. Queste sono
state le uniche tre manifestazioni di massa che i FM hanno appoggiato. Ma i giovani hanno preso
parte alle nostre proteste, e c’è gente che, delusa, dà le dimissioni. Così, anche se la leadership
è conservatrice e a volte anche controrivoluzionaria, i loro giovani sono diversi. E, e questa è
una cosa su cui io e altri della sinistra laica siamo pronti a scommettere, con il procedere della
radicalizzazione, ci saranno altre spaccature all’interno dei FM e di altri gruppi religiosi.

AM
Gli egiziani sono spesso rappresentati come presi tra l’incudine degli islamisti da un lato e il
martello del governo militare dello Scaf dall’altro, come se queste fossero le due sole opzioni
possibili in Egitto. Che ruolo pensi possano svolgere i liberali, la classe operaia e i radicali in

questa fase critica della rivoluzione?

HH
Questo è lo stesso scenario che Mubarak cercava di presentare quando era al potere: o io o questi
mostri con la barba: o io o l’anarchia. Politicamente, se ci pensi rispetto alle elezioni, potrebbe
essere anche così: o eleggi i rappresentanti del NDP o gli “islamisti”. Ma, sto parlando adesso della
politica sul campo, ci sono anche altre alternative. La sinistra rivoluzionaria è cresciuta, e di molto,
da gennaio, come capacità di influenza e come presenza fisica sul terreno. Il nostro intervento nelle
azioni di sciopero nelle fabbriche sta effettivamente diventando più maturo e più organizzato di
prima. Durante questa sollevazione, dalla mia posizione di aderente ai Socialisti Rivoluzionari,
posso dire che il mio gruppo ha avuto un ruolo più organizzato ed efficiente rispetto ai primi giorni
della sollevazione di gennaio, quando siamo stati tutti colti di sorpresa. Questa volta il nostro
intervento è stato molto più pronto e rapido.

Quanto ai liberali, è tutta un’altra storia. Sono divisi. C’e gente come Sawiris, il Rockfeller
egiziano che era uno stretto alleato di Mubarak ed ora guida il Free Egyptian Party. Secondo
un’infame intervista a Bloomberg che ha rilasciato l’estate scorsa, quando gli è stato chiesto perchè
avesse fondato questo partito, ha risposto che l’aveva fatto a causa della predominanza delle idee
socialiste tra i giovani – non ha parlato dei Salafiti o della Fratellanza. E’ un uomo d’affari che
conosce benissimo quali sono i suoi interessi. Ma c’è un problema con la terminologia, perchè molti
di questi liberali, che parlano di se stessi come liberali, sono in effetti radicali di sinistra, ma non
lo sanno, così come molti “sinistri”, li considero liberali che non hanno niente a che fare con la
sinistra.

Credo che le proteste di fabbrica che avranno luogo nei prossimi mesi saranno ancor più
militanti di quelle dei mesi precedenti. Perchè? Perchè lo SCAF ha fatto in modo di innalzare le
aspettative di uno strato della popolazione rispetto al futuro parlamento: ci avete detto di sospendere
le proteste, di fermare gli scioperi, ci avete detto che Tahrir non andava bene; ci avete detto di
aspettare questi mesi per avere un governo civile che avrebbe risolto miracolosamente i nostri
problemi. OK, adesso abbiamo il nostro parlamento fatto di civili, e non può far niente! Questo darà
il via ad una nuova ondata di azioni collettive e di scioperi operai.

AM
Ci puoi fornire una panoramica dei partiti orientati a sinistra, e dei gruppi e coalizioni che si sono
costituiti dopo la rivoluzione del 25 gennaio, e qual’è la tua opinione sui progressi realizzati sul
fronte delle organizzazioni politiche organizzate, in rapporto con il livello della resistenza di base ?

HH
Il numero dei partiti sta effettivamente aumentando rispetto a prima del 25 gennaio. A sinistra c’è
la Socialist Popular Alliance (Alleanza popolare socialista) che è un ombrello politico che raccoglie
diversi gruppi della sinistra. Ci siamo noi, i Socialisti Rivoluzionari, che siamo il raggruppamento
più consistente della sinistra radicale, qui in Egitto. C’è il Democratic Worker’s Partry (Partito
democratico dei lavoratori), che è un partito alla cui costruzione stiamo lavorando, ma non è un
partito Socialista Rivoluzionario (molti fanno questa confusione). L’ Egyptian Comunist Party
(Partito comunista egiziano) è stato di recente ricostituito, e sono venuti in piazza il 1° maggio
con le bandiere rosse, ma so che hanno dei problemi perchè stiamo reclutando parecchi dei loro
giovani. C’è il Egyptian Socialist Party (Partito Socialista Egiziano) costituito da alcuni personaggi
appartenenti ai militanti del movimento studentesco degli anni 70. C’è anche l’Egyptian Social
Democratic party: è un mosaico, se così si può dire. Troverai gente che si lamenta della mancanza
di unità a sinistra., ma io non me ne preoccupo più di tanto: perchè dovrei? Siamo 85 milioni di
persone che sono state tenute sotto una cappa per così tanto tempo: ora che è stata tolta, è normale
che tutti vogliano uscire fuori e iniziare a formare dei gruppi, e magari questi gruppi sono destinati a

fondersi, o a dividersi nuovamente o a trasformarsi in qualcosa di più grosso: non è come in Canada
dove se tu vai in qualunque incontro di attivisti trovi almeno una dozzina di fazioni di sinistra. Si,
li puoi pure prendere in giro e dire che ad ognuna di queste fazioni aderiscono tre persone in tutto
il Canada, ma è un microcosmo. Ma su una popolazione di 85 milioni di persone, puoi anche avere
dodici partiti!

AM
E per quel che riguarda il rapporto tra le organizzazioni politiche organizzate e la resistenza di
base?

HH
Sarebbe falso sostenere che le attuali forze che si richiamano al socialismo, noi compresi, stanno
guidando le ondate di scioperi o la resistenza popolare. Siamo di fronte alla più imponente ondata
di scioperi nel paese dal 1946, questa ondata iniziata nel dicembre 2006, che continua ancora
oggi è la più lunga, intensa e forte ondata di scioperi della nostra storia dal 1946. Anche negli anni
settanta non era così forte come oggi. Ma, ancora una volta, queste azioni sono per lo più spontanee
e indipendenti da ogni gruppo organizzato. I gruppi di attivisti sono presenti in alcune fabbriche e
in alcune aziende, in alcuni posti di lavoro e in alcuni sindacati, ma non li stanno guidando. Non
possiamo sostenere questo in alcun modo. Così, il movimento operaio sta facendo degli enormi
passi avanti – hanno ottenuto grandi vittorie, con scioperi vincenti, si sono liberati delle vecchie
dirigenze di fabbrica legate al vecchio regime, in altri casi hanno dissolto i vecchi sindacati corrotti,
ma tutto ciò indipendentemente dalla presenza dei gruppi di attivisti. Questi sono effettivamente
presenti in alcune situazioni e si sono comportati eroicamente nelle mobilitazioni, ma penso che
ci sia ancora molta strada da fare prima di poter veramente essere alla guida della classe operaia
egiziana.

AM
Sei stato un militante rivoluzionario qui in Egitto per molti anni e in passato hai affermato
che solo uno sciopero generale avrebbe potuto definitivamente abbattere il regime militare una
volta per tutte. Puoi descriverci lo stato attuale della lotta operaia, parlarci degli scioperi più
importanti e delle azioni che si sono verificate negli ultimi mesi, e cosa secondo te sarà necessario
per galvanizzare i lavoratori di tutti i settori e portarli ad uno sciopero generale nelle condizioni
attuali?

HH
Quando Mubarak fu cacciato, l’11 febbraio 2011, la classe media e la maggior parte dei gruppi
giovanili erano ben felici di sospendere l’occupazione di Piazza Tahrir, e c’era un appello corale a
ritornare al lavoro e una gran propaganda nazionalista, tipo: “costruiamo il nuovo Egitto” e “metti il
110% del tuo impegno nel lavoro”, la classe operaia a lavorare non è tornata. Un giornalista come
me può permettersi di non presentarsi al lavoro per 18 giorni, e poi tornare al mio posto di lavoro
dove guadagno diverse migliaia di pound egiziane al mese. (1 euro= 8 pound egiziane circa) Ma un
lavoratore dei trasporti non può assolutamente sospendere il suo sciopero, andare a casa e dire ai
suoi bambini: prendo ancora 189 pound dopo 15 anni di servizio, aspettiamo pure altri sei mesi che
l’attuale giunta militare ci dia un governo civile che risolverà tutti i nostri problemi.”
Secondo un mio amico sindacalista di base, ci sono state 1500 azioni di protesta operaia solo in
febbraio, quante ce ne sono state in tutto il 2010 . Ora queste azioni sono continuate per tutto
febbraio e marzo e anche, seppure con meno intensità, in aprile, maggio e giugno. Ma poi c’è stato
settembre, in cui gli scioperi hanno raggiunto il picco più alto: oltre 750.000 egiziani hanno preso
parte agli scioperi, per lo più nel settore dei trasporti pubblici, dei medici, degli insegnanti, dei
lavoratori degli zuccherifici. Stiamo parlando qui dei settori più importanti, ma se aprivi il giornale
in quel periodo c’erano scioperi selvaggi dappertutto.

Non ci sono stati scioperi in solidarietà con la piazza Tahrir in quest’ultima sollevazione; è vero
che la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti e alcuni sindacati indipendenti hanno
sostenuto Tahrir e hanno portato là i loro striscioni ed erano presenti simbolicamente, ma non si
sono mobilitati in massa. Me lo spiego con il fatto che, da un lato, la federazione dei sindacati
indipendenti non è ancora così ben radicata tra i lavoratori da poter indire una sciopero generale, e
in secondo luogo, la classe operaia è in generale l’ultima a muoversi – è piuttosto facile per i giovani
o i militanti lasciare la loro famiglia o l’università per un mese per andare a Tahrir e mettere su una
tenda, ma se sei un lavoratore e hai 4 bambini e lavori dalle 9 alle 17 e in alcuni casi dalle 9 alle 19
fare uno sciopero è tutta un’altra cosa. Di solito sono gli ultimi a muoversi, ma quando si muovono,
è fatta.

Quello che io e altri militanti del movimento speravamo in quest’ultima sollevazione di novembre
era che se avessimo potuto tenere l’occupazione per un altro po’, questa azione militante avrebbe
potuto iniziare a diffondersi anche tra la classe operaia, come in gennaio. Ora naturalmente questo
non avviene per miracolo. Dove eravamo presenti tra i lavoratori abbiamo distribuito migliaia
di volantini chiamando allo sciopero generale, ma, ancora una volta non c’è una struttura estesa
a livello nazionale – non ancora – che può mettere insieme questo movimento, così se succede
è in modo spontaneo. Ma quando si dice che l’Egitto non è la Tunisia, è vero! In Tunisia c’è la
Federazione sindacale, [UGTT] la cui dirigenza è cooptata, ma la cui base è per lo più sana, e perciò
quando è scoppiata la rivoluzione c’era una tale pressione sui sindacati per scendere in piazza: e
quando si muovono, si ferma il paese. Qui in Egitto questa struttura non c’era.

Lo sciopero generale ci sarà, non ho dubbi in proposito, quello che non sappiamo è quale sarà
la causa scatenante dello sciopero generale. Ma la palla è nel nostro campo, la possiamo mandare
a destra o a sinistra, questo è da vedere. Al momento ci sono molte azioni di protesta importanti
in atto, soprattutto ad Alessandria. Domani al Cairo ci sarà una protesta di fronte alla sede del
Consiglio di Stato a Dokki a Giza Street – (il Maglis al-Dawla) dove i lavoratori di due fabbriche
privatizzate si preparano a fare causa per ottenere la ri-nazionalizzazione delle loro imprese –
obiettivo che avevano già ottenuto, in effetti. Questo è un altro problema: anche quando c’è uno
sciopero vittorioso, questo non significa automaticamente che il governo manterrà le promesse.
Nominami una qualunque fabbrica attualmente in sciopero, e vedrai che sono in sciopero dal 2009,
o addirittura dal 2007!

AM
La crescente instabilità, l’incertezza e l’agitazione degli ultimi mesi hanno fatto sì che la Piazza
sembri più lontana dall’insieme della società di quanto non fosse nei primi giorni della rivoluzione.
Cosa può significare tutto ciò per il futuro della Piazza come fulcro della rivoluzione, secondo te?

HH
Questa tua affermazione mi sembra un po’ esagerata. Tahrir è sicuramente il simbolo di questa
rivoluzione, ma non bisogna cadere nella trappola di prendere Tahrir come un barometro di come
la rivoluzione stia avanzando o indietreggiando. E’ quello che abbiamo detto ai militanti nei mesi
passati che si erano demoralizzati. Per esempio, se convochi una “protesta da un milione” a Tahrir
per denunciare i tribunali militari, e vengono solo poche centinaia di persone, ecco che ti butti
giù. Ma al tempo stesso, quando nello stesso mese hai 750.000 egiziani che scioperano e buttano
all’aria, in effetti, la legge di emergenza, anche se non vengono alla tua manifestazione, la legge di
emergenza la aboliscono con i fatti.
Mi è capitato di parlare con un tassista che per tutto ilo tragitto ha detto peste e corna degli
occupanti della piazza, e poi mi ha fatto scendere perchè doveva andare ad un sit-in con gli altri
tassisti davanti al ministero delle finanze a Nasr City (E’ un grande quartiere del Cairo). Si, magari
i lavoratori non manifestano a Tahrir, ma a due isolati di distanza davanti alle sedi del governo,
facendo blocchi stradali e sfidando la polizia militare e anche se è il caso scontrandosi con essa per

pretendere i loro diritti. Tahrir sarà sempre al suo posto, ma il campo d’azione della rivoluzione è
molto più grande della piazza!

Per me, qualunque cosa possa succedere nei campus universitari e nei posti di lavoro è molto più
importante di quello che succede in Piazza Tahrir. Se incontrassi un operaio di Mahalla a Tahrir, gli
direi: “Che diavolo stai facendo qua con me a Tahrir? Tornatene alla tua fabbrica e cerca di buttar
fuori i membri del NPD e delle forze di sicurezza che ci sono là! Cerca di impadronirti della tua
fabbrica e di autogestirla!”

AM
Quali sono secondo te le sfide politiche più importanti che la rivoluzione deve affrontare?

HH
Le principali sfide politiche sono: primo, che i generali di Mubarak sono ancora al potere, il che
significa che il regime è ancora vivo e vegeto. L’altra sfida viene dal dissenso, dal fatto cioè che
non siamo ancora bene organizzati. Ci manca ancora una struttura nazionale di mobilitazione che
possa convocare uno sciopero nazionale quando vogliamo, e così quando indiciamo una azione di
protesta non sappiamo mai in quanti risponderanno. Si possono cogliere dei segnali, puoi prevedere
che andrà più o meno bene, ma la grande sfida che abbiamo davanti è costruire un grande partito
rivoluzionario di massa, chiamalo una rete o come vuoi, che possa collegare i posti di lavoro alle
università e a Tahrir.

AM
In conclusione, in un momento in cui il movimento globale Occupy sta rapidamente crescendo
in Nordamerica e in Europa, influenzato largamente dall’Egitto e da altre sollevazioni nel mondo
arabo, quali sono secondo te le lezioni principali -positive e negative- che i militanti e la gente
comune impegnata sul fronte del cambiamento sociale dovrebbero trarre dall’esperienza della
rivoluzione egiziana?

HH
La lezione in effetti è una sola: se il tuo movimento resta confinato alle piazze, è destinato a
fallire. Devi portare questo movimento dalla piazza ai posti di lavoro e nei campus universitari.
Non è stata Piazza Tahrir che ha buttato giù Mubarak. Si, la battaglia a Tahrir è stata eroica,
l’occupazione è stata eroica, il sit-in è stato eroico e sarà sicuramente ricordato nella storia del
nostro paese come una delle lotte più fantastiche del secolo, ma al tempo stesso, il regime avrebbe
potuto resistere, Mubarak avrebbe potuto restare al potere molto più a lungo se non fosse stato per
gli scioperi operai! Così, sono molto orgoglioso dei nostri compagni e fratelli e sorelle che hanno
preso parte al movimento Occupy nel mondo, ma essi devono collegare la loro lotta con quella dei
lavoratori. Se non portano questo movimento nella classe operaia – è una grande sfida, lo so che
non è facile – questo movimento è destinato a morire.

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