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AIUTARLI A CASA LORO”. GIA’ FATTO, MA A MODO NOSTRO.

Riproponiamo di seguito, un estratto del comunicato prodotto dai No Triv, all’interno del quale vengono meglio declinati i diacorsi di Renzi e soci.

L’industria estrattiva sta colpendo duramente soprattutto nei paesi del Sud del mondo … È il caso per esempio del delta del Niger, dove l’estrazione petrolifera continua da decenni ad avvelenare l’ecosistema locale e le popolazioni indigene, lontano dai riflettori mediatici …

… Le conseguenze di tali stravolgimenti naturali sono accusate per il momento soprattutto nei paesi più poveri e dalle fasce più vulnerabili della popolazione, che non hanno gli strumenti e le infrastrutture per difendersi da certe catastrofi ambientali e traggono i loro mezzi di sostentamento direttamente dalle risorse naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali …

… L’estrazione petrolifera nel Paese (Congo) ha determinato negli ultimi decenni un preoccupante deterioramento dell’ambiente naturale, con livelli di inquinamento elevatissimi che hanno pregiudicato i principali mezzi di sostentamento delle comunità locali …

… , oltre ai danni ambientali e sulla salute delle persone, si riscontra un grave impatto che le compagnie estrattive determinano sulla vita tradizionale delle comunità indigene. In primo luogo viene costantemente violato il diritto alla terra, in quanto con la complicità del governo congolese le compagnie straniere acquistano la proprietà di immensi appezzamenti di terreno che tradizionalmente appartengono alle comunità indigene. Una volta insediatesi, queste compagnie provvedono, in virtù dell’acquisita proprietà privata, allo sgombero delle popolazioni residenti dai siti dove si trova il petrolio, che vengono recintati e protetti da guardie armate …

… Gli interessi europei e italiani nella Repubblica del Congo, legati all’industria estrattiva e in particolare al settore petrolifero, sono ingenti. Le prime due compagnie straniere per volume d’affari presenti nel paese sono, infatti, la francese Total e l’italiana ENI …

… ENI ha iniziato da alcuni anni l’esplorazione di nuovi siti per lo sfruttamento delle sabbie bituminose,un metodo “non convenzionale” di estrazione del greggio dal suolo. Questo è uno degli interventi che hanno incontrato numerose critiche da parte della società civile, a ragione del forte impatto ambientale che avrebbero sull’ecosistema del paese …

… Il comportamento delle industrie estrattive che sfuggono a vincoli e regole e rifiutano un’assunzione di responsabilità per i danni compiuti, in particolare, contiene in sé tutti i rischi di un deterioramento ambientale irreversibile. Violando il principio sancito nella Dichiarazione di Rio del 1992, secondo cui «laddove vi sono minacce di danni gravi o irreversibili, la mancanza di piene certezze scientifiche non potrà costituire un motivo per ritardare l’adozione di misure efficaci che impediscano il degrado dell’ambiente», tali compagnie proseguono senza indugi sulla strada della distruzione ambientale, contando sul fatto che le popolazioni colpite non hanno gli strumenti per dimostrare scientificamente i danni causati e le risorse per far valere i propri diritti. Quando il fine ultimo che governa le azioni umane è il raggiungimento del massimo profitto possibile, tutto diventa giustificabile: il taglio indiscriminato di una foresta pluviale, l’avvelenamento di fiumi e corsi d’acqua, la distruzione di terreni, la corruzione, la violazione dei diritti umani fondamentali e la diffusione di gravi malattie dovute all’inquinamento …

CAPO VILLAGGIO DI NDONGO (testimonianza)
«I problemi nel nostro villaggio sono iniziati quando hanno cominciato a estrarre il petrolio. Il problema principale è l’acqua: da quando estraggono il petrolio i torrenti qui intorno sono avvelenati; lo sappiamo perché i pesci muoiono e non possiamo più bere l’acqua. ENI ha costruito per rimediare al danno due punti di raccolta per l’acqua potabile, ma non è la stessa cosa… Nei fiumi noi pescavamo, lavavamo i vestiti, facevamo il bagno; per centinaia di anni i corsi d’acqua nella foresta ci hanno sfamato e dato l’acqua per sopravvivere, ma tutto questo oggi non è più possibile, a causa dell’inquinamento. E ovviamente a provocarlo è il petrolio: soprattutto nella stagione delle piogge l’acqua porta a valle tutti i detriti dell’estrazione del petrolio, avvelenando i nostri fiumi. Poi ci sono i problemi di salute, sempre più frequenti: difficoltà a respirare, male agli occhi, tumori. Ci dicono che l’estrazione del petrolio non c’entra, eppure in passato questi problemi non c’erano. E poi basta vedere quella torcia che brucia in mezzo alla foresta, vicino al villaggio: cosa pensi che respirino i nostri bambini? Quelli del petrolio sono arrivati 15 anni fa e hanno occupato la terra dove abbiamo sempre vissuto, l’hanno recintata e hanno messo guardie a difenderla. Hanno costruito strade, sventrando la nostra foresta, ed è iniziato un movimento continuo di grossi camion, con un rumore assordante e nuvole di polvere. E soprattutto, la terra intorno ai pozzi del petrolio non produce più nulla; prima era fertile e tutto intorno al villaggio avevamo campi di manioca. Oggi non cresce niente. Quando è iniziata l’estrazione del petrolio ci avevano detto che avremmo avuto grandi benefici, progresso e sviluppo per tutti i nostri villaggi. Ci dicevano che ENI è un’importante società nel mondo che avrebbe portato grandi aiuti al nostro paese. Invece ciò che vediamo oggi è morte tutto intorno a noi: la nostra terra, i nostri fiumi, i nostri alberi sono avvelenati. Ed ENI ci lascia solo delle briciole, come i due pozzi d’acqua che hanno messo qui vicino… Ma non dovevano portarci scuole, lavoro, servizi sanitari? Anche l’elettricità l’hanno portata solo al loro sito, ben recintato: tutti i villaggi intorno continuano ad essere al buio. E comunque, anche se portassero la luce, cosa ne facciamo se nei nostri villaggi è diventato impossibile vivere?».

Fonte: “Ecologia Integrale”, Caritas Italiana, 2015

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