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12 dicembre per non dimenticare

Mercoledì 12 dicembre
ore 20:30
nel caffé letterario IPAZIA (ass. Agorà)
in occasione del 43esimo anniversario della strage di Piazza Fontana, proietteremo il film “Romanzo di una strage”.

Ma di chi fu la mano assassina? Perchè incolparono gli anrchici?  la strategia della tensione cosa voleva dire ieri e cosa significa oggi? Quali i collegamenti tra fascisti e apparati segreti dello stato ieri come oggi?

Tanti i quesiti che si adombrano sulla strage di Piazza Fontana. Si cercherà di affrontare questi temi insieme con chi quegli anni li ha vissuti in prima persona con un breve intervento di Guglielmo Cirillo e Antonio Salsano per poi lasciare libertà a tutt* coloro che volessero intervenire per sottolineare che il tema dell’antifascismo, oggi più che mai è attuale (si veda i fatti di Casalbertone e dei continui attacchi squadristi).

IL 12 DICEMBRE NON è UNA RICORRENZA.  ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Sinossi del Film
Milano, dicembre 1969. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa. Luigi Calabresi è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, si incontrano e scontrano tra un corteo e una convocazione. L’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, in cui muoiono diciassette persone e ne restano ferite ottantotto, provoca un collasso alla nazione e una tensione in quella ‘corrispondenza cordiale’. Convocato la sera dell’attentato e interrogato per tre giorni, Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima. Perseguitato con implacabile risolutezza dagli esponenti di Lotta Continua, ‘implicato’ dalla Questura e abbandonato dai ‘dirigenti’, continuerà a indagare sulla strage, scoprendo il coinvolgimento della destra neofascista veneta e la responsabilità di apparati dello Stato. Una promozione e un trasferimento rifiutati confermeranno la sua integrità, determinandone il destino.
È un film secco e pudico quello di Marco Tullio Giordana che mette mano (e cuore) su una delle pagine più tragiche della nostra storia recente. Come e insieme a Pasolini. Un delitto italiano, Romanzo di una strage è un film sulla morte, sulla morte al lavoro. Il regista milanese affronta una delle stragi più devastanti e destabilizzanti della nazione e vi cerca dentro il ‘senso’ della vita di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, assieme ai segni e alle tracce della nostra prematura morte civile. Perché in Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e in Largo Cherubini non sono morti solo loro. In quella terra di nessuno della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze degli anni Settanta.
Nella notte di Giordana, come in quella di Bellocchio, si muove la generazione che ha ucciso due padri e non è riuscita ad assumere e a fare propria la loro storia. Potenzialmente popolare, il cinema di Giordana prova ancora una volta a superare le rigidità ideologiche e a recuperare l’umanità del gesto, ricostruendo l’Italia di allora con scrupolo filologico (e giuridico) di grande rigore. Asciutto come un giallo ed essenziale come un courtroom drama, Romanzo di una strage dimostra con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia e che la Legge dei tribunali si risolve troppo spesso in un’opera di rimozione.
Pronto a reinventare per il grande schermo paure e passioni, Giordana ribadisce la sua assoluta predilezione per il melodramma (lirico), di cui elude l’emotività iperbolica ma assume i ‘movimenti’ musicali. L’opera, che accompagna la narrazione ‘in atti’ e viene dichiarata ‘in scena’ da un burocrate, è l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti. Come la regina inglese, consorte ripudiata e ‘spinta’ alla morte da Enrico VIII, Pinelli e Calabresi sono figure autenticamente tragiche, profondamente maltrattate, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili. Abile a scardinare l’omertà e a rompere pesanti silenzi, il regista ‘esplora’ la materia drammatica di una nazione, guidando lo spettatore con assoluta empatia nella sofferenza di due uomini ostinati e contrari.
Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi hanno rispettivamente il volto di Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sorprendenti nel sottrarsi al rischio corso da un attore chiamato a interpretare un personaggio reale. Nessuna mimesi o impudica spavalderia nelle loro performance, piuttosto frammenti, intuizioni, visioni parziali di quei corpi nel teatro di un delitto senza castigo. ‘Romanzato’ da Rulli e Petraglia e agito in pomeriggi declinanti e in interni da cui si esce in qualcosa che non sembra il mondo ma solo un altro interno, Romanzo di una strage semplifica, ‘interpreta’ e agevola (la comprensione di) una strage impunita.
Nell’assurda e crudele immodificabilità delle cose, a due mogli-madri (Licia Pinelli e Gemma Calabresi nell’interpretazione misurata e composta di Michela Cescon e Laura Chiatti) appartiene altrimenti lo smottamento di tenerezza, restituito con una sciarpa calda e una cravatta bianca.

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